ANDREA, LO SPECIALIZZANDO

(storia verosimile con personaggio di libera fantasia)

Mi chiamo Andrea, ho 30 anni e sono un medico specializzando di medicina d’emergenza-urgenza all’università di Milano Bicocca: sono al secondo anno della scuola di specialità e lavoro nel pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

Vivo in un vecchio appartamento di un condominio nel quartiere Casoretto insieme ad un altro lavoratore e a 2 studenti universitari. Trascorro gran parte delle mie giornate fuori di casa quindi il fatto che la casa sia poco ospitale non è poi un così grave problema, se non fosse che la mia stanza non è abbastanza grande per ospitare la mia fidanzata; anche per lei è difficile ospitarmi perché, per motivi di lavoro, è tornata a vivere con i genitori nella sua città natale. Per questo negli ultimi due anni ci siamo visti molto poco e sento che il nostro rapporto si sta lentamente incrinando: lei significa molto per me e non vorrei che, dopo così tanti anni insieme, la scelta di venire a Milano contribuisca alla nostra rottura.

Un altro lato negativo della mia sistemazione è che la strada per arrivare all’ospedale ogni mattina non è poca, ma questa era l’unica opzione che il portafoglio mi permettesse: avvicinarsi maggiormente all’ospedale era impossibile e quindi l’abbonamento della metro era l’unica opzione fattibile.

Milano non mi è mai piaciuta per niente come città; è molto diversa dalla cittadina da cui provengo. Dopo non essere riuscito però a superare per due anni consecutivi il test di specialità, al terzo tentativo ho accettato il posto qui a Milano, l’unico rimasto disponibile nello scaglione della classifica nazionale dove ero finito. Provo a non pensarci e a concentrarmi sul lavoro in ospedale, però le cose non sono per niente semplici, nemmeno lontanamente simili a come mi aspettavo… ma ho dovuto per forza accettare questa soluzione per inseguire la mia aspirazione.

Da sempre voglio diventare un medico del pronto soccorso per prestare aiuto alle persone nel momento in cui hanno massimo bisogno di cure e supporto. Ma ho continuamente un tarlo nella testa: il percorso che sto facendo mi porterà realmente al futuro che mi sono immaginato? Riuscirò a dare il mio contributo nel modo in cui vorrei?

Non mi sento sufficientemente preparato per gestire situazioni difficili, a volte anche di vita o di morte, in cui spesso e volentieri mi imbatto. Ho la sensazione che le conoscenze che ho acquisito nei 6 anni di università non mi stiano aiutando nel lavoro attuale; a ciò si aggiunge inoltre la scarsa considerazione per la didattica del nostro corso di specialità. Non ho la sensazione di imparare quello che mi serve, non vengono valutate le nostre reali competenze e i tutor non ci seguono adeguatamente. Ma da un lato li capisco, sono nella nostra stessa situazione: anche loro riescono a stento a tirare avanti con il carico di lavoro, non riuscirebbero a fare di più.

Nel nostro reparto siamo rimasti in pochi perché nell’ultimo anno 3 medici sono andati in pensione; questa forte carenza di personale sta condizionando molto la qualità del nostro lavoro. Ultimamente mi capita spesso di riservare ai pazienti meno tempo e meno considerazione di quello che vorrei: me ne rendo conto solo a fine giornata, perché durante i turni non posso fermarmi, altrimenti mi sento sempre più in ritardo con gli incarichi.

Figuriamoci poi adesso nel contesto dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19; qui in Lombardia le prime settimane sono state difficilissime: la necessità della ridistribuzione degli incarichi e il cambiamento repentino delle procedure hanno reso ancora più frenetico e stressante il nostro lavoro. Per limitare il rischio del contagio sono anche dovuto rimanere a dormire in ospedale per un’intera settimana.

Non solamente in questo periodo così complicato le pause dal lavoro sono un tasto dolente: anche di solito sono spesso praticamente nulle, diventa difficile anche trovare il tempo per mangiare. Pranzo sempre di fretta con un panino o, quando sono fortunato, con un piatto trangugiato in mensa. Con la cena non va tanto meglio: mangio la prima cosa che trovo nel frigorifero o altrimenti mi ordino qualcosa su Just Eat. E il giorno dopo si riprende da capo.

Sarei forse dovuto andare all’estero? Forse lì la mia preparazione sarebbe stata più adeguata e il lavoro più appagante. Ma ormai la mia scelta l’ho fatta, voglio portare avanti l’impegno che mi sono preso; e poi dopo tutti gli sforzi e i sacrifici che ho fatto per arrivare fin qui non posso fermarmi ora.

Mi è sempre sembrato tutto una rincorsa, a partire dai primi 6 anni del nostro lunghissimo percorso. Ho dovuto mantenermi sempre in pari con gli esami per poter continuare a studiare: con la borsa di studio è l’unica alternativa possibile. Negli ultimi mesi volevo solo finire, non ce la facevo più: andavo avanti per inerzia, ma non me ne lamento troppo, è così un po’ per tutti.

Dopo la laurea, però, le cose non sono di certo migliorate, contrariamente a quanto mi aspettassi. Prima di ottenere l’abilitazione, e diventare quindi medico a tutti gli effetti, è passato quasi un anno. Per mantenermi economicamente ho fatto il formatore di parecchi corsi di primo soccorso; mi è piaciuto molto, ma non sono stato pagato in maniera sufficiente. I miei non sono riusciti ad aiutarmi ulteriormente e arrivavo giusto alla fine del mese mettendo da parte poco e niente.

Nei due anni in cui non ho superato il test di specialità le cose sono andate un po’ meglio dal punto di vista economico, ma purtroppo vivevo le giornate con un senso di incertezza e insicurezza. Il primo anno, infatti, ho ottenuto un lavoro con cui riuscivo a sostenermi: facevo il medico a gettone, gli ospedali mi chiamavano quando avevano bisogno; guadagnavo 500 euro per turni di 12 ore. Mi occupavo di urgenze minori in Pronto Soccorso; parecchie volte però è capitato che rimanessi da solo ad affrontare anche emergenze gravi, poiché l’altro medico doveva seguire l’ambulanza con l’automedica. Alcune volte è stato davvero un incubo: sentivo di non essere in grado di gestire quel tipo di situazioni.

L’anno successivo ho scelto quindi qualcosa di meno stressante: ho fatto il medico sociale di una squadra di basket di serie C, ma non sempre mi pagavano il gettone. Talvolta mi dicevano: “Vieni a mangiare con noi? Stasera ti offriamo pizza e birra per il tuo lavoro!”

A tutti questi pensieri si aggiunge il fatto che non riesco a confrontarmi adeguatamente con i colleghi, tutti andiamo avanti come niente fosse: sembra quasi che mostrarsi stanchi e scontenti sia una debolezza di cui vergognarsi. Il mantra rimane “il paziente viene sempre prima”.

Mi sento sempre in debito di energia, non recupero mai abbastanza: dormo mediamente 5/6 ore a notte, non ho tempo per le mie passioni e negli ultimi anni ho anche smesso di fare attività fisica: se penso a quanto mi piaceva giocare a basket da adolescente…. Saranno anni che non gioco una partitella.

Mi domando per quanto tempo riuscirò ancora ad andare avanti così… ma alla fine le cose andranno meglio, dovranno andare meglio per forza.

Spunti di Riflessione:

  1. Secondo te quali elementi hanno influito sulla salute di Andrea?
  2. Il lavoro che ruolo ha nella sua vita? In quanti e quali modi influenza la sua salute?

 

BURNOUT: LA SINDROME INVISIBILE “CHE ERODE L’ANIMA”

Che cos’è il burnout?

La nota definizione del burnout data da Christina Maslach (la ricercatrice che ha formulato il questionario MBI, Maslach Burnout Inventory, ancora oggi utilizzato per fare diagnosi) fa accapponare la pelle anche solo a leggerla.

Dopo decenni di studi, il 28 maggio 2019 l’OMS ha finalmente definito il burnout una sindrome; ha sancito inoltre che il termine è da riferirsi solamente all’ambito occupazionale e che tale condizione deriva da uno stress lavorativo cronico non adeguatamente gestito.

Non si tratta quindi di una malattia, ma di un problema di salute associato alla professione; non è nemmeno però da intendere solamente come stress da eccessivo lavoro, perché si associa anche alla “sensazione che la propria attività non abbia una vera utilità”.

Quali sono quindi i sintomi?

Sono molto numerosi e sarebbe inutile elencarli tutti; risulta molto più utile una loro suddivisione in 3 macro-categorie:

  1. estrema stanchezza, fino ad arrivare all’esaurimento;
  2. depersonalizzazione, descrivibile in altri termini come distanza mentale dal lavoro potenzialmente associata a cinismo, sarcasmo, negatività e necessità di sfogare sugli altri la propria frustrazione;
  3. diminuzione dell’efficacia lavorativa.

Come viene considerato in ambito giuridico?

Nell’elenco delle malattie professionali riconosciute dall’INAIL, le “malattie psichiche e psicosomatiche da disfunzioni dell’organizzazione del lavoro” – tra le quali rientra anche il burnout – costituiscono il gruppo 7 della lista 2, quella dedicata alle “malattie la cui origine lavorativa è di limitata probabilità”, definite anche “non tabellate”. Perciò, in caso di denuncia, la dimostrazione dell’origine professionale della malattia, quindi del rapporto causa – effetto tra essa e il lavoro effettuato, è a carico del lavoratore. Ciò non è ancora cambiato dopo le recenti dichiarazioni dell’OMS.

Ma qual è l’entità del problema tra gli operatori sanitari?

Il numero di medici in burnout è in aumento praticamente ovunque a livello mondiale.

Il report “Medscape National Physician Burnout, Depression & Suicide” datato 2019 riporta i risultati di un questionario distribuito a circa 15.000 medici statunitensi: il 44% dei medici intervistati ha rivelato di aver manifestato almeno 1 volta i sintomi riconducibili al burnout. Un altro dato allarmante proveniente da questo studio è che “il 16% dei professionisti intervistati ha dichiarato di avere chiesto aiuto o di pensare di farlo, mentre il 64% ha dichiarato di non voler cercare aiuto né di averlo mai fatto”.

In Italia la situazione non è affatto migliore: secondo un’indagine condotta in 12 nazioni dall’European General Practice Research Network il 43% dei medici italiani soffre o ha sofferto di burnout (la percentuale media dei dodici stati è del 22%, quindi notevolmente inferiore al dato italiano).

Sempre in ambito sanitario quali sono i motivi che portano al burnout?

Per rendere più comprensibile il tutto, abbiamo pensato di accennare il modello proposto da Dike Drummond, medico di famiglia statunitense specializzato nella cura del burnout.

Prima di passare più specificamente all’ambito medico vorremmo proporre una semplice metafora che dovrebbe aiutare a capire più facilmente come e quando si mettono in moto i meccanismi che portano al burnout. Se la batteria di un giocattolo si scarica, il giocattolo smette di funzionare; allo stesso modo un medico (ma ciò vale per un qualsiasi lavoratore) dovrebbe smettere di lavorare quando le sue energie si esauriscono per prevenire danni a lungo termine. Spesso e volentieri ciò non avviene ed è proprio il reiterarsi nel tempo di questo comportamento che sta alla base del burnout.

Ma un essere umano – il cui funzionamento non è ovviamente nemmeno lontanamente comparabile a quello di un giocattolo – di quali tipologie di energie è dotato? Drummond propone 3 diversi depositi di energia:

  • energia fisica;
  • energia emotiva;
  • energia spirituale (intesa come energia che deriva dai propri ideali e dalle proprie motivazioni personali).

L’esaurimento di questi 3 depositi si associa con ciascuna delle 3 macro-categorie di sintomi viste in precedenza: per essere precisi rispettivamente con stanchezza estrema, depersonalizzazione e calo dell’efficacia lavorativa.

Le condizioni e i motivi che in ambito strettamente sanitario facilitano lo sviluppo del burnout vengono classificate da Drummond in 5 gruppi:

  1. L’intrinseca natura stressante/stressogena della pratica medica (unica di queste 5 cause per cui veniamo adeguatamente preparati).
  2. Il contesto lavorativo specifico (modello di salute, SSN, carenza di personale, turni, ecc…).
  3. Un’inadeguata vita extralavorativa.
  4. L’effetto negativo dell’educazione medica ricevuta che porta all’assunzione incosciente di atteggiamenti a maggior rischio di burnout (“lupo solitario”, maniaco del lavoro, ecc..).
  5. Le capacità di leadership del proprio “capo” (fattore che si è recentemente rivelato molto rilevante nel complesso quadro del burnout).

 

Concludiamo questo approfondimento con una frase che riassume quanto detto finora e che il medico americano definisce “l’unica cosa che serve ricordare”:

“You can’t give what you ain’t got”

Altri spunti di riflessione:

  1. Utilizzando quest’ultima chiave di lettura, quali elementi diventano evidenti ripercorrendo la storia di Andrea?
  2. Pensi che il contesto lavorativo sanitario di oggi favorisca lo sviluppo di questa condizione patologica? A tal proposito quale può essere il ruolo positivo e/o negativo dei colleghi?

Luca e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti:

Caso studio:

  1. https://www.sanitainformazione.it/lavoro/lavoro-in-pronto-soccorso-ma-non-sono-preparata-la-storia-del-medico-a-gettone-che-scuote-la-sanita/

Approfondimento tematico:

  1. https://www.who.int/mental_health/evidence/burn-out/en/
  2. https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2019/05/30/stress-da-lavoro-medici-italiani-piu-esauriti-deuropa_737b5293-512b-4b79-b117-5e77e9b8388a.html
  3. https://www.thehappymd.com/
  4. https://www.aafp.org/fpm/2015/0900/p42.html

 

Approfondimenti sul Burnout:

Ti consiglio gli altri due articoli della serie di Drummond e anche altre risorse che ho trovato stimolanti.

Per chi non ne ha abbastanza e vuole approfondire ancora:

Questo invece è un approfondimento sul precariato in sanità: