L’ETERNO RITORNO DEL DISUGUALE 

Durante la scorsa settimana abbiamo iniziato il nostro lavoro di analisi: passando attraverso i vari casi studio, abbiamo visto come la salute sia una condizione multifattoriale, determinata da fattori esterni ed interni. Tali fattori, che definiamo determinanti di salute, vengono descritti nel loro significato e nella relazione che intercorre fra l’uno e l’altro secondo diverse teorie.

Schmidt H. Chronic Disease Prevention and Health Promotion. 2016 Apr 13. In: H. Barrett D, W. Ortmann L, Dawson A, et al., editors. Public Health Ethics: Cases Spanning the Globe [Internet]. Cham (CH): Springer; 2016. Fig. 5.1, [Factors determining health and chronic...].

Schmidt H. Chronic Disease Prevention and Health Promotion. 2016 Apr 13. In: H. Barrett D, W. Ortmann L, Dawson A, et al., editors. Public Health Ethics: Cases Spanning the Globe [Internet]. Cham (CH): Springer; 2016. Fig. 5.1, [Factors determining health and chronic…].

Attraverso il “cipollotto” di Dahlgren e Whitehead (1991), modello più semplice e intuitivo, distinguiamo i determinanti della salute in modificabili (negli “strati” superiori) e immodificabili (negli “strati” più vicini alla persona).

I semicerchi concentrici rivelano una gerarchia di valore tra i diversi determinanti della salute: quelli più esterni, contenenti fattori apparentemente distanti, influiscono invece maggiormente sullo stato di salute dell’individuo. 

Utilizzando questo approccio, risulta quindi evidente che la  salute non è un tema di pertinenza esclusivamente medico-sanitaria, e che sarebbe riconducibile a caratteristiche intrinseche e immodificabili del singolo individuo (sesso, età e fattori costituzionali) solo qualora non vi fossero altri elementi distribuiti in maniera iniqua all’interno della popolazione. 

Ne consegue, inoltre, che politiche e interventi sanitari finalizzati ad azioni selettive, anche se dirette alla fascia più vulnerabile della popolazione, per quanto certamente desiderabili e necessarie, non sono sufficienti per agire a monte, a livello della struttura stessa della società, di cui le disuguaglianze in salute sono un prodotto. Ogni azione politica ha un impatto diretto o indiretto sulle condizioni di salute della popolazione (dichiarazione di Alma-Ata, 1978 (3)).

Il sistema socioeconomico neoliberista non solo non ha come obiettivo il raggiungimento di un dignitoso stato di salute per tutti e tutte, ma anzi tende ad accentuare le differenze fra gruppi e singoli individui.

Un esempio estremo delle conseguenze del sistema è quello dei senzatetto, circa 400.000 persone in Europa e 600.000 negli Stati Uniti (cifre in crescita dall’inizio della recessione conseguente alla crisi economica del 2008). Queste persone costituiscono la fascia con la salute peggiore della società in cui vivono, caratterizzata da abitudini malsane (abuso di alcol e droghe) e da maggiore incidenza di patologie sia acute, in particolare infettive, sia croniche, quali malattie cardiovascolari e demenza. Secondo Fazel et al, in un lavoro del 2014,  un homeless ha un rischio di morte prematura da due a cinque volte più alto rispetto ad un coetaneo maggiormente fortunato.  (4) 

Come evidenziato dall’esempio, in ragione della natura del sistema in cui viviamo, potremmo ricondurre le differenze (i determinanti iniqui) ad un’unica disuguaglianza primigenia: quella economica

Citando Piketty, “in una società basata sul denaro, la disuguaglianza nell’accesso alle risorse economiche (disuguaglianza economica) è la madre di tutte le altre disuguaglianze (nell’accesso alle risorse sociali e naturali). Questo è il motivo per cui nel tipo di società in cui viviamo oggi, parlare di disuguaglianza e disuguaglianza economica è la stessa cosa e spiega perché la maggior parte degli studi analizzano questo tipo di disuguaglianza.” (5)

Altro conto è, invece, capire in base a quali meccanismi ci sentiamo vincolati a questo sistema e perché, nonostante il divario tra classi sia sempre più ampio e percepito, l’ipotesi di un sovvertimento venga considerata dalla maggior parte delle persone utopistica. 

Scopo di questo primo approfondimento è quindi quello di gettare un occhio sull’attuale stato di disuguaglianza economica e su uno dei suoi fattori, l’istruzione

Nei prossimi giorni avremo invece modo di riflettere sui meccanismi che ne permettono la persistenza, grazie all’intervento della Professoressa Volpato, docente di Psicologia sociale presso l’Università Bicocca di Milano e autrice del libro “Le radici psicologiche della disuguaglianza”.

Buona lettura! 

 

  • Di cosa parliamo quando parliamo di disuguaglianza

La ricchezza globale, ai giorni nostri, risulta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: facendo riferimento ai dati del 2019, infatti, l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, detiene più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone (6).

Del restante 99%,  il 46% delle persone vive con meno di  5.50 dollari  al giorno, mentre 902 milioni di persone (13%)  vivono in condizione di povertà assoluta, ovvero con meno di 1,90 dollari al giorno (definizione della Banca Mondiale, 2018).

Ma attenzione: contrariamente a quanto tendiamo a pensare, “vivere con meno di” non significa potersi garantire con quella cifra la sopravvivenza. Ne è dimostrazione il fatto che, nei paesi ricchi, il consumatore medio spende meno del 10% dei suoi introiti per il cibo (anche se i poveri possono arrivare a spendere il 30%), mentre nei paesi in via di sviluppo, più di due miliardi di persone spendono per il cibo tra il 50 e l’80% del loro guadagno. Un aumento anche modesto dei prezzi dei generi alimentari, conseguente a variazioni del mercato internazionale, quindi in grandissima parte subordinate agli interessi dell’Occidente, li condanna dunque alla fame (7).  

Sottolineiamo che  secondo l’Unione europea, per povertà si intende vivere con un reddito inferiore al 60% del reddito medio del paese di appartenenza: condizione socio-economica che include, quindi,  non solo i disoccupati, ma anche coloro che hanno occupazioni parziali e precarie (occupazioni quanto mai frequenti e diffuse nella società post-moderna), oppure, più semplicemente, occupazioni a basso reddito.

 

 

Queste disuguaglianze non sono costanti nel tempo, né connaturate all’esistenza stessa della società, ma frutto di strutture sociali che hanno un’origine temporale (prima non c’erano, poi sì) e un’evoluzione. Quest’ultima, tuttavia, nei cambiamenti  anche radicali, epocali, della storia, si esplica, in maniera singolare, come consolidamento della struttura precedente alla crisi, in una sorta di eterno ritorno dell’uguale disuguale.

La società disuguale nasce, antropologicamente parlando, circa 15.000 anni fa,  dal momento in cui da cacciatori-raccoglitori siamo diventati agricoltori: con una sempre più forte divisione del lavoro e con l’insorgere della possibilità di accumulare cibo, si sono affacciate distinzioni sociali, gerarchie e indebolimento del valore dell’uguaglianza.

Dal quel primo momento, alla rivoluzione industriale, fino ad oggi, e nonostante il processo di modernizzazione e di diffusione di sistemi politici democratici, la società occidentale (con la globalizzazione, massimamente colonizzatrice (8)) si è mantenuta disuguale. 

Le crisi di sistema attraverso cui siamo passati, non sono arrivate a portare ad un sovvertimento dello schema sociale che ha visto esistere nobili e plebei, liberi e schiavi, miliardari e poveracci. 

Non hanno portato ad un’evoluzione della nostra dimensione sociale.

L’analisi storica della distribuzione economica dimostra, nella fattispecie, come i momenti di difficoltà appianino inizialmente le disparità presenti in una società; come, tuttavia, in seguito, lo schema tenda a reiterarsi.  Sia negli anni successivi alla prima guerra mondiale sia in quelli successivi alla più recente crisi finanziaria del 2008, la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è nuovamente aumentata. 

I miliardari del pianeta dal 2009 ad oggi sono raddoppiati, passando da 793 a 1645. (9)

Mappa della ricchezza mondiale in dollari – World wealth map 2019 (Global wealth report 2019, Credit Suisse)

 

  • Disuguaglianza in Italia: breve analisi della realtà nazionale 

In Italia il 10% più ricco possiede oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. La quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani supera quanto detenuto dal 70% più povero sotto il profilo patrimoniale.

Secondo i dati ISTAT del 2018 (10), sono 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale), fra cui 1 milione e 260 mila minori. 

Fra coloro che vivono in questa condizione sono più rappresentati gli stranieri (un milione e 500 mila) e l’incidenza si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno, dove risiede il maggior numero di poveri (due milioni e 350mila, 46,7%).

Le famiglie in condizioni di povertà relativa nel 2018 sono poco più di 3 milioni (11,8%), quasi 9 milioni di persone (15,0% del totale). 

Sempre secondo quanto riportato dall’ISTAT, istruzione e livelli occupazionali migliori proteggono le famiglie dalla povertà, vale a dire, la diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio. Associata al titolo di studio, infatti, è la condizione professionale e la posizione nella professione della persona di riferimento.

Nel grafico si riportano incidenza di povertà assoluta e relativa stratificate secondo la posizione professionale. 

* rel. a povertà assoluta disoccupato/a, si riportano l’incidenza relativa all’intero Paese. Si consideri che nel Mezzogiorno l’incidenza aumenta al 45,6%. ** rel alla terza categoria, si riporta quanto segue: “se dirigente o impiegato, la famiglia è meno a rischio di povertà assoluta, con l’incidenza che si attesta intorno all’1,5%. […] la povertà relativa, tra le famiglie in cui la persona di riferimento è lavoratore indipendente in posizione diversa da imprenditore o libero professionista è pari al 9,2%, in riduzione rispetto al 2017 (11,6%).”

  • Le scelte della scuola: storia recente di un fattore di disuguaglianza 

Come avremo modo di approfondire con la Dottoressa Volpato, la relazione fra istruzione, titolo professionale e reddito potrebbe apparirci sensata, siccome partiamo dal presupposto che l’unica prerogativa per raggiungere un dato livello culturale sia l’impegno personale.

E’ quindi idea comune che si abbia, di fatto, un equo accesso allo studio e che, in definitiva, la società in cui viviamo garantisca possibilità di posizionamento sociale unicamente vincolate al merito personale.

Tale idea non trova un corrispettivo nella realtà, come dimostrano i dati relativi alla mobilità sociale nel nostro Paese. Citando il rapporto “Davos 2020” di Oxfam Italia (5), “l’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato (n.d.r.: a prescindere dalle potenzialità personali!) a rimanere fermo al piano più basso (…), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale”.  

Va sottolineato che l’istruzione, insieme alla sanità pubblica, rappresenta l’ambito in cui sono stati fatti più tagli in termini di finanziamento negli ultimi venti/trent’anni, anche a prescindere dalle politiche di austerità successive alla crisi del 2008. Nella fattispecie, i tagli sono stati avviati attraverso varie forme di razionalizzazione, disinvestimento, riduzione del personale, precarizzazione dello stesso e tramite l’esternalizzazione e privatizzazione dei servizi.  Nella scuola la riduzione della spesa è divenuta più consistente dal 2008 con la Riforma Gelmini, che riguardava tutti i gradi di istruzione, compresa l’Università e la ricerca. 

Complessivamente, secondo quanto riportato dal report del 2019, l’Italia spende circa il 3,6% del suo PIL per l’istruzione, dalla scuola primaria all’università, una quota inferiore alla media OCSE (5%) e uno dei livelli più bassi di spesa tra i Paesi dell’OCSE.

Il nostro Paese registra la terza quota più elevata di giovani che non lavora, non studia e non frequenta un corso di formazione (NEET) tra i Paesi dell’OCSE: il 28,9% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni è NEET, rispetto alla media OCSE del 14%.(11)

Relativamente alla formazione terziaria, negli ultimi dieci anni le tasse universitarie sono aumentate, nel nostro Paese, del 60%, rendendolo tra i più cari d’Europa con l’Olanda e dopo il Regno Unito e la Lettonia. 

Parlando in termini qualitativi anziché quantitativi, dalla metà degli anni ‘90 e definitivamente con il passaggio epocale 2000/2001, si è avviato un percorso di smantellamento della scuola di massa, considerati i suoi costi nell’ambito di un Welfare “pesante”. Confindustria a livello europeo detta agli Stati un percorso di snellimento, di valorizzazione dell’extrascuola e, di fatto, di privatizzazione della scuola che, in nome di una più attenta personalizzazione dei percorsi individuali di studio, ognuno secondo i propri talenti, narra di una scuola di massa che al contrario omologa le intelligenze, non rispetta le legittime e diverse  prerogative familiari, non sviluppa le competenze e la flessibilità richiesta dal mondo del lavoro e che quindi deve essere superata.

La pedagogia più aggiornata valorizza l’individuo, i suoi bisogni di inserimento sociale e lavorativo con percorsi professionali o precocemente professionalizzanti, fino ai progetti di Alternanza scuola-lavoro che inducono, soprattutto se malintesi, ad un precoce e spesso improprio orientamento al lavoro non qualificato. La personalizzazione pedagogica dei percorsi formativi, peraltro praticata sempre più fin dalla scuola primaria, favorisce differenze, certamente individuali, ma anche e soprattutto sociali se si considera che tutti gli studi più avanzati in campo psicologico e delle neuroscienze evidenziano la matrice relazionale e sociale delle capacità via via sviluppate dai bambini.

A partire da una base di disuguaglianza, la scuola pubblica italiana, fortemente ridimensionata nelle sue risorse economiche e culturali, in nome della pedagogia della personalizzazione e delle competenze, finisce per perdere la funzione attribuitale dalla Costituzione di strumento di compensazione delle disuguaglianze sociali e smette di costituire l’ascensore sociale che aveva invece garantito la mobilità sociale verso l’alto degli ultimi decenni del ‘900.

 

A questo punto sorge spontanea una domanda: 

Se avere una buona salute, intesa secondo la definizione dell’OMS come fisica, psichica e sociale, è un obiettivo di tutti e per tutti, e, il sistema socioeconomico in cui viviamo non lo garantisce alla maggior parte delle persone, perché continua ad essere così?

 

Giulia G e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

  1. Volpato, C. (2019). Le radici psicologiche della disuguaglianza. Bari, Italia: Laterza.
  2. Aillon, J., Bessone, M., & Bodini, C. (2019). Un nuovo mo(n)do per fare salute. Le proposte della Rete Sostenibilità e Salute. Torino, Italia: CELID. 
  3. http://www.asl.vt.it/Staff/Formazione/educazione/files/doc_org_mondiale/a%201978%20ALMA%20ATA.pdf
  4. Fazel, S., Geddes, J. R., & Kushel, M. (2014). Homelessness 1 The health of homeless people in high-income countries : descriptive epidemiology , health consequences , and clinical and policy recommendations. The Lancet, 384(9953), 1529–1540. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(14)61132-6
  5. http://www.lteconomy.it/it/articoli-it/articoli/disuguaglianza-economica-numeri-cause-e-conseguenze# 
  6. https://www.oxfamitalia.org/davos-2020/
  7. Caparrós, M., Cavarero, S., Niola, F., & Rolla, E. (2015). La fame. Torino, Italia: Einaudi.
  8. Latouche, S. (1992). L’occidentalizzazione del mondo. Torino, Italia: Bollati Boringhieri.
  9. https://www.google.com/url?q=https://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/stili-di-vita/2014/11/24/news/ricchi_e_poveri_la_crisi_aumenta_le_diseguaglianze-101292410/&sa=D&ust=1588163315048000&usg=AFQjCNGhn1NMyPwSacfPlANfCCzoWUPFbg 
  10. https://www.istat.it/it/files/2019/06/La-povert%C3%A0-in-Italia-2018.pdf
  11. https://www.oecd.org/education/education-at-a-glance/EAG2019_CN_ITA_Italian.pdf