IL RICATTO DELL’ILVA: OCCUPAZIONE E PRODUTTIVITÀ’, MA A CHE PREZZO?

Per comprendere più a fondo le radici delle disuguaglianze in ambito lavorativo è necessario mettere a nudo i meccanismi perversi che possono innescarsi nel rapporto malsano tra azienda e lavoratori, tra multinazionali e comunità locali.

L’esempio, forse più esplicativo e paradigmatico, di queste dinamiche è la realtà di Taranto e l’industria ex Ilva, un rapporto che ripercorre le fila della storia della condizione degli operai italiani dal secondo dopoguerra ad oggi; la storia della dicotomia tra il lavoratore costretto ad accettare qualsiasi condizione pur di lavorare in un società in cui regna il valore del “lavoro ergo sum”, e l’azienda, disposta a sacrificare, in nome della produzione, la salute e a volte la vita, del lavoratore e dei cittadini. Ma la storia di Taranto è anche una storia di speranza, una storia di lotte per i diritti sindacali, di vittorie e sconfitte, è la storia di una città che, nella speranza di un futuro migliore per i propri figli, ha dovuto accettare un “patto con il diavolo”, di cui ancora oggi paga le conseguenze. Mentre, lontano dalle cokerie e dagli altoforni, lontano dalle polveri sottili e dalle emissioni di benzopirene, c’è chi si arricchisce sulle spalle di chi ogni giorno va in fabbrica a lavorare mettendo a rischio la propria salute e quella della propria famiglia, degli agricoltori e degli allevatori il cui lavoro è reso vano da una terra resa ormai infeconda e tossica, di chi si arricchisce sulle spalle di coloro che combattono al fianco dei propri bambini nel reparto di oncologia.

Per poter spiegare al meglio la questione di Taranto, così controversa e strumentalizzata, abbiamo intervistato Salvatore Romeo, dottore di ricerca in Storia economica e autore del libro “L’acciaio in fumo. L’ILVA di Taranto dal 1945 a oggi” .

Il rapporto tra l’ILVA e la città

La visione di un’ILVA come “ombra che da sempre incombe sulla vita di un individuo e dei suoi cari”, è una descrizione che certamente ha la sua veridicità, ma che oscura, invece, la complessità di un rapporto nato in circostanze diverse; nato in una Taranto che aveva perso il suo ruolo strategico alla fine del secondo conflitto mondiale e che ha visto nel siderurgico anche un’occasione di riscatto. Potresti raccontarci, da studioso, ma soprattutto da tarantino, questo rapporto? 

Potremmo suddividere la storia del rapporto industria-Taranto in tre periodi, tre fasi per comprendere come questo rapporto sia fortemente mutato nel corso degli anni, riflesso di mutamenti storici e politici:

  • ANNI ‘60: la città di Taranto aveva grandi aspettative di benessere economico, infatti aveva precedentemente vissuto una crisi drammatica, e assunse quindi nei confronti della fabbrica un atteggiamento subalterno: classi dirigenti locali e la comunità accettarono senza discutere le decisioni strategiche dell’azienda Italsider anche su questioni come la localizzazione dello stabilimento che ha avuto e ha tuttora ripercussioni notevoli dal punto di vista ambientale e sanitario sulla popolazione locale. Quella decisione venne presa seguendo una logica di vantaggio tecnico economico dell’azienda, venne scelta l’area più vicina al porto (elemento fondamentale per uno stabilimento come quello di Taranto), ma allo stesso tempo molto vicina alla città, in particolare molto vicina al quartiere Tamburi, ai tempi già esistente, che aveva vissuto una grande espansione già negli anni 50, prevalentemente operaio- popolare.
  • ANNI ’70: non tutte le aspettative si stavano realizzando. Subito dopo la costruzione dello stabilimento migliaia di persone coinvolte nella costruzione degli impianti persero il lavoro. In più lo stabilimento dimostrò non avere una ripercussione sul contesto economico locale e si iniziò a percepire l’inquinamento e i problemi ambientali. Quindi la comunità tarantina cominciò a contestare alcuni degli elementi che in precedenza aveva accettato anche con una certa passività, soprattutto contestò l’indipendenza dell’azienda, cioè che quest’ultima prendesse decisioni molto importanti senza tenere in considerazione le possibili ripercussioni, e senza consultare la comunità locale. Nel corso degli anni ’70 ci furono poi delle contestazioni molto importanti provenienti da un soggetto che divenne decisivo nelle dinamiche locali: il movimento operaio, cresciuto enormemente a partire dalla costruzione dell’Italsider (negli anni 70 avremo una manodopera diretta di 20.000 lavoratori a cui bisogna sommare altrettanti nell’indotto). La massa operaia cominciò a rivendicare una serie di diritti e assieme alla comunità locale esercitò una pressione dal basso con cui l’Italsider si dovette misurare in futuro.
  • ANNI ’80 – OGGI: Il rapporto fabbrica città va deteriorandosi progressivamente; la fabbrica non è più un fattore di sviluppo della comunità locale perché dagli anni 80 si innescano vari processi tra cui la drastica riduzione di manodopera in seguito alla crisi. Questo significa che quelli che prima erano lavoratori divengono disoccupati e pensionati, perdono il loro ruolo sociale. Questa fabbrica che prima era considerata un grande polmone, una grande forza in grado di portare benessere, viene vista con sempre maggiore diffidenza e questo raggiunge l’apice con la privatizzazione (‘94-‘95) quando arriva una nuova proprietà che impone un cambiamento drastico nei rapporti con la città: la fabbrica si chiude in se stessa, la vecchia generazione operaia, ormai in pensione, viene sostituita da lavoratori molto giovani assunti con contratti a tempo determinato, i quali subiscono un imprinting per cui assumono  una posizione subalterna nei confronti dell’azienda, e questo farà sì che tra la città e la fabbrica si scavi un fossato che diventerà sempre più profondo man mano che tra gli anni 90’ e gli anni 2000 si solleverà la questione ambientale, attorno alla quale si misurerà in maniera chiarissima la contrapposizione tra una comunità aziendale controllata in modo molto forte dal vertice aziendale (dai Riva) e una comunità cittadina che vede la fabbrica come un corpo estraneo, un corpo ostile. Per cui la dialettica che si sviluppa fino ai nostri giorni è una dialettica di scontro duro, con momenti di compromessi sì, ma con una crescente disaffezione dei cittadini nei confronti della fabbrica.

Il ruolo dei lavoratori

Quanto i lavoratori dell’ILVA hanno inciso sulle scelte intraprese dalla proprietà e dallo Stato? Quali strade pratiche hanno intrapreso per mobilitarsi?

Gli anni 70 sono un decennio fondamentale per il rapporto tra fabbrica e città. In questo decennio la comunità locale ha provato a indirizzare le strategie di Italsider per finalizzare l’azione dell’azienda in funzione dello sviluppo locale, e questo è avvenuto grazie al movimento operaio.

I primi operai a entrare in fabbrica hanno una bassa conflittualità, soprattutto perché vengono selezionati attraverso dei canali abbastanza particolari, soprattutto attraverso la chiesa, e le strutture legate alla democrazia cristiana, quindi la dc stessa, l’azione cattolica, i sindacati cattolici, la cisl; quindi quelle che sono le forze egemoni in quel momento a Taranto (ma anche in tutto il paese) esercitano una sorta di filtro; in tali circostanze i lavoratori comunisti vengono sistematicamente discriminati. Si viene così a creare una prima classe operaia a bassa conflittualità.

Le cose cambiano con il raddoppio, perché in questo momento entrano in fabbrica migliaia di operai (tra la fine anni 60 e fine anni 70 si passa da 5 mila a 22 mila), quindi i vecchi canali clientelari non riescono a reggere l’urto in quanto non si possono selezionare migliaia di operai, vagliandoli uno per uno, indagando su cosa votano, cosa fanno, cosa pensano… A questo si aggiunge il contesto storico: tra la fine degli anni ‘60 e gli anni ‘70 vi è la contestazione giovanile, il 68, il 69; quindi questi giovani operai in molti casi avevano già avuto un incontro con la politica e con determinati ideali già a scuola. Avevano una prospettiva diversa e una conflittualità maggiore, e si trovarono a scontrarsi con una organizzazione del lavoro che potremmo definire assolutamente inumana, a cominciare dai rischi per la salute. Si verificano infatti numerosissimi incidenti mortali, soprattutto durante la fase di costruzione degli impianti.

Vi consiglio l’inchiesta dell’istituto italiano di medicina sociale (1) che è stato cruciale in quegli anni, in quanto fra i responsabili vi era Giovanni Berlinguer che era uno dei promotori di un movimento di medici il cui scopo era quello di far emergere le condizioni di insalubrità dei luoghi di lavoro. (“La salute delle fabbriche”,De Donato, Bari, 1969) Una parte della categoria medica in quel periodo cominciava a guardare con molto interesse quello che accadeva ai lavoratori nelle fabbriche. Anche a Taranto si operarono queste indagini e si registrò una accresciuta sensibilità dei lavoratori nei confronti di problemi sanitari e ambientali. Quest’ultimi infatti elaborarono una serie di rivendicazioni partendo proprio dal disagio in cui vivevano e su questa base si costruirono una serie di battaglie sindacali che portarono a dei risultati molto importanti.

In quel momento gli operai incidono molto sulle scelte della proprietà, ad esempio, il settore più pericoloso dal punto di vista della sicurezza sono gli appalti, in genere c’è una differenza sia dal punto di vista salariale sia delle norme , rispetto alle aziende principali (sempre pagati meno e meno diritti, meno sicurezza…). Al culmine di queste battaglie durissime i lavoratori dell’appalto riescono ad ottenere l’ equiparazione sia dal punto di vista salariale che dal punto di vista normativo con i lavoratori Italsider.

 

Il ruolo dei sindacati

E i sindacati? Nel corso degli anni sono nati movimenti in parallelo, o forse, in antitesi ai sindacati, come il comitato “cittadini e lavoratori liberi e pensanti”. Dunque, i sindacati e i movimenti sorti nel corso degli anni, hanno svolto il loro ruolo di mediatori e portavoce

Chiaramente dopo gli anni ‘80 si ha un’inversione di tendenza, il movimento sindacale perderà forza perchè si attraversa un momento di crisi in cui l’azienda deve effettuare delle strategie di risanamento finanziario e ristrutturazione aziendale, dovendo anche ridurre molto il personale. Il potere contrattuale dei sindacati inizia ad arretrare e si schianta definitivamente dopo la privatizzazione, perché il processo di turnover cioè la completa sostituzione della vecchia manodopera operaia porta all’assunzione di nuovi giovanissimi operai, senza nessuna cognizione del lavoro industriale né tradizione sindacale. 

Tutto questo toglie il terreno da sotto i piedi del sindacato, che non ha più la sua base di riferimento. Questi giovani lavoratori assunti con contratto di due anni si guardano bene dal tesserarsi al sindacato, gli viene consigliato anche dagli operai più anziani, perché rischiano addirittura di non ottenere il rinnovo del contratto a tempo determinato. 

Il sindacato non ha più il controllo della manodopera, che sarà sempre di più nelle mani dell’azienda, la quale usa una serie di strategie che porteranno alla formazione di una classe operaia molto subalterna, (usa la strategia del bastone e la carota) ovvero userà ricatti come “se non stai al tuo posto non ti rinnovo il contratto”, ma anche benefici “se fai il bravo ti do dei benefit”. Questo sarà un problema quando sorgerà la questione ambientale, perché la massa operaia si ritroverà dalla parte dell’azienda e verrà vista anche dai cittadini come un ostacolo.

Dopo il 2012 iniziano ad emergere dei movimenti operai spontanei, formati da ex sindacalisti. Infatti, una parte degli operai che fino a quel momento avevano accettato supinamente le decisioni dell’azienda, iniziano ad interessarsi a questi comitati, che in ogni caso non hanno una grande presenza in fabbrica (come anche i dati attuali dimostrano i sindacati sono comunque i più rappresentativi della massa operaia).  Questi movimenti riescono però ad unire la popolazione, anche non operaia, su posizioni molto radicali nei confronti sia dell’azienda sia degli stessi sindacati, proponendo di superare le mediazioni tradizionali dei sindacati e della politica. Questi movimenti hanno dunque avuto un impatto notevole nel dibattito politico locale.

 

La questione ambientale

È possibile rendere l’industria meno impattante dal punto di vista ecologico e più sicura per i lavoratori e la comunità tarantina? Ad esempio, la proposta dell’attuale governatore della Puglia, Michele Emiliano, di una “decarbonizzazione” potrebbe essere risolutiva? 

Cosa si intende per decarbonizzazione? Il processo siderurgico viene chiamato ciclo integrale, si parte infatti dalle materie prime che sono carbone e minerale di ferro. L’acciaio è, infatti, una lega ferro-carbone, dunque l’elemento carbonio non si può sopprimere, però ci sono diversi metodi di produzione. Si possono effettivamente trovare delle soluzioni tecnologiche in grado di ridurre significativamente le emissioni negli impianti più inquinanti, ovvero la cokeria e gli altoforni. Bisogna intervenire su questi impianti per trasformarli radicalmente o sostituirli con altri impianti che non abbiano lo stesso impatto ambientale. Ci sono diversi esempi nel mondo di impianti trasformati con innovazioni tecnologiche, che hanno pertanto ridotto significativamente il loro impatto ambientale; un esempio è l’impianto di Duisburg in Germania, nella Ruhr, una regione occidentale dove è nata la siderurgia europea agli inizi dell’800. Si tratta di un impianto grande circa come quello di Taranto, dove l’azienda Thyssenkrupp, una delle più grandi multinazionali del settore, ha realizzato grandissimi investimenti agli inizi degli anni 2000 per rinnovare gli impianti delle cokerie, tra i più dannosi, perché da lì si realizza la quasi totalità del benzopirene, un accertato cancerogeno. A Taranto all’epoca si adottavano soluzioni molto meno incisive, comunque ottenute tramite scontri durissimi tra la popolazione, l’azienda e il governo.

Dal punto di vista tecnico nulla osta che anche Taranto possa diventare sostenibile dal punto di vista ambientale. Quando l’azienda è stata ceduta ad Arcelormittal [vedi domanda successiva] è stato stabilito un certo numero di interventi, che però dovrebbero essere ancora effettuati. Questi piani ambientali dovrebbero essere rivisti, perché forse Arcelormittal interromperà il suo investimento su ILVA, quindi ne verranno realizzati di ancora più innovativi. Ovviamente si tratta anche di una questione politica, il governo dovrebbe far rispettare questi accordi.

Il ruolo della siderurgia in Italia

Qual è, a tuo parere, il vantaggio di avere un’industria siderurgica grande come quella di Taranto sul territorio italiano?  E come è mutato il suo ruolo strategico in seguito alla cessione della fabbrica ad ArcelorMittal? 

Cessione che ha senza dubbio ridimensionato il rapporto dell’industria siderurgica tarantina con il contesto locale, legandola passivamente alla scala globale, in particolare sulle conseguenze che questo ha avuto sull’economia italiana “la quale in questo modo ha visto accrescere la sua esposizione alle dinamiche globali e, al contempo, diminuire la sua capacità di influenzarle”.

Qualsiasi paese manifatturiero, che abbia un’industria che produce automobili, beni di consumo in generale, dovrebbe avere un’industria siderurgica. Poter avere una produzione interna significa che le nostre aziende manifatturiere possono rifornirsi di acciaio in tempi relativamente rapidi, possono essere tranquille nel programmare le loro attività produttive. Ci sono altri elementi, come il fatto che l’industria siderurgica in genere investe molto nella ricerca, hanno bisogno di innovazione continua, si investe anche molto nella formazione.

La questione della cessione ad ArcelorMittal pone un problema perché quest’ultima, in quanto multinazionale, ha quasi una ventina di stabilimenti in Europa, di cui alcuni molto simili a quelli di Taranto. La multinazionale può dunque decidere a seconda dell’andamento degli impianti la sua produzione, in maniera flessibile. Ha una posizione di mercato molto forte, la sua produzione addirittura orienta il mercato. Le decisioni vengono prese su un livello su cui il nostro governo non può nemmeno interloquire, intendiamoci: anche Ilva prendeva delle decisioni in modo autonomo, ma per Ilva Taranto era uno stabilimento fondamentale, l’unico che produceva acciaio grezzo, non poteva mai arrivare al punto di chiuderlo. ArcelorMittal invece ne ha diversi, può anche chiudere degli impianti volendo, non è detto che non lo faccia nel prossimo futuro anche con Taranto.

 

La chiusura della fabbrica è un futuro auspicabile?

Non esistono delle stime precise, ma quanto meno se la fabbrica chiudesse, moltissimi lavoratori perderebbero il posto, questo avrebbe un impatto su queste famiglie, diminuendo il loro potere d’acquisto, che avrebbe di conseguenza un impatto forte anche sull’economia locale, già in crisi a causa dell’elevata disoccupazione.

Potrebbe essere problematico anche per l’intero paese, l’Italia si troverebbe senza un’importante industria siderurgica.
Alcuni pensano di poter riconvertire l’Ilva creando nuovi posti di lavoro, in alcuni casi è stato fatto, ad esempio negli USA a Pittsburgh, che era un’importante industria siderurgica che poi si è convertita al settore biomedicale, perché c’erano delle grandi fondazioni come la Carnegie Mellon, che hanno finanziato grandi ospedali. Oggi quella città è completamente diversa, ma è anche vero che nel giro di 20 anni ha dimezzato la sua popolazione. Una città vicina Youngstown, dove non c’è stata la riconversione che c’è stata a Pittsburgh, è una città cosiddetta “groviera”, dove c’è stato un forte spopolamento. Questo potrebbe accadere anche a Taranto, una zona già depressa, dove per avere delle riconversioni lo stato dovrebbe impiegare risorse enormi.

Pensare ad una conversione di Taranto vuol dire infatti pensare ad una conversione dell’intero Paese.

 

ILVA  e Covid-19

Al termine dell’emergenza sanitaria, quando ci si dovrà concentrare sulle strategie di uscita dalla crisi economica, il caso dell’ILVA rischia di essere derubricato nell’agenda politica nazionale? Quanto, a suo parere, questa emergenza influirà sulle future sorti della fabbrica? La sua importanza strategica per il nostro Paese risulterà rafforzata o indebolita?
Con la crisi che si verificherà a causa del Covid-19 sicuramente diminuirà la domanda di autoveicoli e di tutta una serie di beni, dunque una diminuzione della domanda di acciaio, ArcelorMittal dovrà decidere quali stabilimenti mandare avanti e quali fermare. Già adesso uno stabilimento più piccolo di Taranto a Marsiglia potrebbe essere chiuso definitivamente, per cui i sindacalisti sono molto preoccupati. Si parla già del fatto che i 14 altoforni posseduti da Arcelormittal in europa potranno essere dimezzati, per ArcelorMittal non c’è una differenza significativa tra Taranto e altri stabilimenti europei, al massimo può considerare che Taranto è più grande degli altri e potrebbe assorbire anche la produzione di questi, con livelli di efficienza superiori. Attualmente però Taranto non può funzionare al massimo, deve prima risolvere le questioni ambientali. Per cui al momento lo stabilimento di Taranto si trova in una situazione delicata.

Parlando con un sindacalista dell’Ilva ho saputo che attualmente lavorano in azienda circa 4000 persone, che normalmente sono circa 8000; nelle prossime settimane si potrebbe portare il numero a 3000 con altri 1000 lavoratori in cassa integrazione.

Il rischio che ci si dimentichi di Taranto non è così rilevante, data l’eventualità che possa chiudere, penso che il discorso di Taranto tornerà invece alla ribalta. Per la portata che questa produzione ha per l’economia nazionale difficilmente il governo potrà disinteressarsene, anche perché a novembre dovrebbe scadere l’accordo tra ArcelorMittal e il governo, e la multinazionale o confermerà la sua presenza a Taranto o deciderà di disinvestire. Già stiamo vivendo una situazione difficile, il rischio che ci sia un ulteriore ridimensionamento della produzione è presente. Il punto è, come sempre, mettere questa fabbrica nelle condizioni di svolgere le sue attività senza intaccare la salute dei lavoratori e degli abitanti, da questa decisione dipenderà poi tutto il futuro della situazione tarantina.

Chiara, Giulia P e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

 

  1. F. Martinelli “condizioni di lavoro e salute e conoscenze sui problemi della salute dei lavoratori italiani. i metalmeccanici dell’Italsider di taranto”, istituto italiano di medicina, Roma, 1971

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

 

Se hai voglia di approfondire…

leggendo:

“L’acciaio in fumo: L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi”, di Salvatore Romeo, 2019, Donzelli

“Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale”, di Alessandro Leogrande, a cura di Salvatore Romeo, 2018, Feltrinelli