NON TORNEREMO ALLA NORMALITA’

“Eppure il messaggio del virus è chiarissimo. Col linguaggio feroce che la natura sa usare quando vuol farsi sentire, ci dice che l’ordine del discorso va cambiato. Che è già cambiato. Le mappe su cui orientiamo i nostri percorsi sociali, a saperle leggere così come la pandemia le ha ridisegnate, già ci disvelano paesaggi fino a ieri invisibili – seppur presenti -, gerarchie di valori rovesciate. 

A cominciare dalla mappa del lavoro.”

Marco Revelli

 

“Et si l’épidémie, en faisant remonter en première ligne tous les travailleurs invisibles de la société de services, était le grand révélateur des fractures sociales ?” * 

Denis Maillard

 

Ed eccoci qui a parlare di sistema durante una crisi di sistema.

Quando ad ottobre abbiamo scelto il lavoro come finestra attraverso cui guardare alle dinamiche oggetto della salute globale, mai avremmo pensato di ritrovarci in mezzo ad una crisi che le mette a nudo.

La pandemia da COVID-19 sta colpendo il mondo intero come un gigantesco tsunami: sommerge il mondo fino ad ora esistito, immobilizzando l’immobilizzabile. L’onda sommerge la società del consumo e fa emergere, come fosse una coperta troppo corta, la società dei servizi: di decreto in decreto, abbiamo visto selezionare ciò che veniva considerato, del mondo del lavoro, essenziale; sospendere il superfluo.
Mentre il superfluo sta sotto (la gente di mare lo sa, il modo migliore per evitare un’onda è bucarla mentre arriva!), in attesa che l’onda si ritiri, la società dei servizi emerge su scialuppe di salvataggio, barcarole piene di buchi. Fra queste, il Titanic della salute pubblica continua a tirare su i dispersi, mentre già da tempo si è schiantato contro l’iceberg della privatizzazione senza l’attenzione di nessuno. 

Il virus ha messo sotto gli occhi del mondo la fragilità del nostro Paese, rivelando l’incapacità di produrre, distribuire e consentire un utilizzo tempestivo anche dei più semplici strumenti  di  protezione, persino al personale sanitario in prima linea, a livello ospedaliero e di medicina del territorio. Dal punto di vista economico, nell’arco di due soli mesi, l’epidemia ha evidenziato, non  solo  le gravi difficoltà di imprenditori alla ricerca immediata di sostegno da parte dello Stato, tramite interventi di cassa integrazione per i dipendenti,  prestiti garantiti e contributi a fondo perduto,  ma soprattutto ha fatto emergere l’esistenza di una classe di lavoratori nel complesso povera, senza risparmi, di lavoratori, anche  extracomunitari, invisibili, benché essenziali  per  le filiere produttive,  di “partite IVA” prive di garanzie, persino nell’ambito dei servizi pubblici, di un’Italia con enormi disuguaglianze di reddito e di condizioni lavorative che, nella situazione attuale si traducono, senza dubbio, in maggior rischio di contagio e di morte.

La tutela della salute è risultata difficilmente realizzabile da parte di un sistema di sanità pubblica, vittima di decennali depotenziamenti,  che ha in larga parte perso il controllo del territorio (3), ed è stata messa a rischio dall’esistenza di un sistema di produzione che,  da un lato,  non si può fermare,  per garantire profitti oltre che  beni e servizi essenziali, ma che, dall’altro, stenta ad autoregolarsi, ad innovarsi per  garantire realmente  il lavoro e contrastare gli effetti distruttivi sugli investimenti di una recessione economica che procede inesorabile a livello globale.

Nonostante i delatori da social network e la caccia ai corridori della domenica, è oramai evidente il ruolo centrale delle imprese nell’ostacolare  la messa in atto e nel ridurre al minimo i tempi di un lockdown efficace, e, sul fronte del lavoro, il fatto che restare a casa, con forme di lavoro agile, sia stata una prerogativa solo di alcuni, un privilegio, seppure privo di adeguate garanzie contrattuali, a fronte di chi  invece non ha potuto stare a casa, in quanto lavoratore “essenziale”,  o di chi,  dovendo restare a casa, ha perso il lavoro e, se privo tutele, ha perso anche la possibilità di cercarlo, uscendo così dalla condizione di occupato, per quanto invisibile, per entrare in quella di inattivo.

 

Quando abbiamo deciso di proporre il questionario “Lavoro e COVID-19”, il nostro interrogativo principale era se le attività produttive fossero state chiuse per tempo, se allo slogan #restiamoacasa, corrispondesse una reale tutela dei lavoratori e della salute pubblica.

Nel giro di un tempo estremamente breve, ci troviamo di fronte a una situazione in cui il pressing ad allentare le norme restrittive a protezione dal COVID-19 è diventato assordante, quasi  intollerabile, sospinto e sostenuto dalla vergognosa  sottovalutazione  dei  dati epidemici in atto, dalla previsione di sventure economiche (“non aprire è un  suicidio!”) e dall’utilizzo del “riaprire” per tentare di disarcionare il Governo in carica. Risulta invece fondamentale, a nostro parere, comprendere quale sia oggi la mappa del lavoro dentro e fuori dalle imprese, quale sia il rapporto tra produzione di beni e produzione di servizi, per far emergere tutti i tipi di lavoro, le diverse condizioni concrete e coglierne i rischi per i lavoratori al fine di strutturare nuove specifiche tutele, imprescindibili in vista di una piena ripresa delle attività, sia che esse ripropongano il sistema economico precedente sia che, come appare più probabile, vadano a realizzare un sistema nuovo, senz’altro fortemente caratterizzato dalla presenza della tecnologia.

Esaminando la normativa italiana succedutasi dall’inizio dell’epidemia (un lungo ponte di decreti legge intervallati da norme di attuazione con Decreti della Presidenza del Consiglio e del Ministro della Salute), al fine di comprenderne la reale efficacia in termini di tutela della popolazione e dei lavoratori nei diversi settori, è impossibile non soffermarsi su quelle attività che non sono mai state chiuse o chiuse tardivamente, su quelle che, anzi, si sono potenziate (4), e ancora su quelle che sono state già velocemente riaperte.

Se si prendono le norme emanate dal febbraio 2020 al Dpcm del 10 aprile 2020 passando  per il decreto del 22 marzo, si coglie senza possibilità di dubbio che alla chiusura delle  attività commerciali ed industriali è seguita velocemente la riapertura dei servizi  essenziali (e di quanti si autocertificavano come tali); già dal 10 di aprile si è giunti ad una riapertura decisamente significativa, dando risposta ad una logica economica seppure, occorre dirlo, il Governo abbia usato al meglio i suoi poteri per potenziare il settore sanitario e contenere con provvedimenti generali il contagio al fine di rendere  l’impatto con il sistema sanitario il più possibile sostenibile.

Indubbiamente la spinta a far prevalere l’aspetto economico (peraltro come riproposizione degli assetti precedenti) sulla salvaguardia della salute pubblica, ha reso difficile, dall’inizio, tanto le decisioni istituzionali quanto  la  loro  reale applicazione,  ledendo anche la consapevolezza delle persone, frastornate dai messaggi  contraddittori che si avvicendano nei programmi televisivi, dalla paura per il contagio mortale, dalla perdita di persone care e dalla deprivazione di ampie sfere della vita sociale ed affettiva, dalle difficoltà a reimpostare la propria vita e dal timore, in certi casi certezza, di non avere più lavoro ed infine, ma in primis, dalla mancanza di sistemi di protezione essenziali ancora oggi del tutto carenti.

 

LAVORO e COVID-19: il questionario del LABMOND

A fronte di quanto detto, la voce della Segreteria scientifica del Labmond si unisce a quella di chi sta chiedendo di contestualizzare (CSI, ISDE e Medicina Democratica, fra gli altri (5)) i dati emessi ogni giorno con il bollettino della Protezione civile, non volendo permettere che nuovamente si proponga la malattia come fenomeno indipendente dalla dimensione socio-economica e lavorativa, nonostante l’evidenza, e anzi, che venga considerata come esclusiva conseguenza di una responsabilità personale (quale, ad esempio, andare a correre). Oltre al significato che   il COVID-19 ha dal punto di vista individuale, relativamente al singolo individuo, sottolineiamo come la pandemia abbia svelato i rapporti di interdipendenza che intercorrono nella rete sociale: l’individuo, seppur centrale nella cultura neoliberista, è solo parte di un tutto, e dal funzionamento del tutto dipende la sua sopravvivenza.

Abbiamo dunque costruito un questionario, con l’obiettivo di contribuire a comprendere la relazione tra malattia e fattori socio-economici, mossi da due interrogativi principali:

  • il virus responsabile del COVID-19 si comporta da fattore esacerbante le disuguaglianze della nostra società?
  • Il lavoro svolto (in termini di localizzazione, tipo di lavoro, reddito, dinamiche della sospensione e utilizzo dei dispositivi di sicurezza) può considerarsi un fattore determinante nel mantenimento della salute e nella diffusione del contagio?

 

Ci teniamo a sottolineare in partenza le criticità del lavoro da noi proposto:

  • Durata di diffusione e conseguente raccolta delle risposte al questionario limitata: dal 10 aprile 2020 al 3 maggio 2020;
  • Diffusione “informatica” (social network, email, WhatsApp) e tramite passaparola, costituente un possibile bias di campionamento: la popolazione selezionata, infatti, deve necessariamente disporre di un mezzo digitale;
  • Ambiguità di alcuni items del questionario alla luce delle risposte, in relazione all’incredibile sfaccettatura del mondo del lavoro e anche, soprattutto, alla velocità di evoluzione della situazione che stiamo vivendo (si veda ad esempio il dato relativo all’interruzione dell’attività);
  • Modalità di somministrazione: la rete grazie alla quale si è costruito il campione è costituita più facilmente da contatti più o meno diretti del Comitato scientifico del Labmond.

Trovate qui:Risultati Questionario LAVORO E COVID-19, una prima analisi dei dati, parziale per motivi di tempo. Chiunque abbia interesse ad accedere ai dati grezzi può scrivere all’indirizzo labmond@sism.org.

Di seguito condividiamo le riflessioni relative ad alcuni fattori, e alla relazione fra questi, lavoro ed emergenza sanitaria.

Età

L’età, secondo la letteratura scientifica, è significativamente associata ad un maggiore rischio di letalità in caso di contagio da COVID-19 (6).         La popolazione italiana, caratterizzata tra il 2002 e il 2019, da indici demografici che indicano una struttura chiaramente regressiva, presenta un indice di ricambio della popolazione attiva, inteso come rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni),  di 132,8 che sta a significare che la popolazione lavoratrice italiana è molto anziana (7).

Dai dati più recenti resi pubblici dall’Istat sull’età media dei lavoratori in Italia, emerge come, nonostante alcuni provvedimenti tesi a favorire, per alcuni e in specifiche situazioni, l’anticipo dell’età pensionabile,  l’età media dei lavoratori si innalzi sempre più a partire dal 2011 e si conservi la tendenza già affermatasi in Italia a partire dagli anni ‘90: “In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.” (8).

Genere

I dati più recenti relativi al contagio evidenziano un’incidenza maggiore nel genere femminile, nonostante le maggiori probabilità di guarigione. Tale dato va analizzato alla luce del fatto che, come ricorda il Fondo delle Nazioni unite per la popolazione, le donne rappresentano il 70% della forza lavoro nel settore della sanità e dei servizi sociali e di assistenza a livello globale (9). Secondo quanto riportato dall’INAIL (11) il 71,1% dei contagiati sul lavoro sono donne e il 28,9% uomini, con un’età media di poco superiore ai 46 anni (46 per le donne, 47 per gli uomini). Tra gli infermieri e gli altri tecnici della salute, in particolare, più di tre denunce su quattro sono relative a lavoratrici.

Come noto, inoltre, nei vari ambiti lavorativi, le donne hanno contratti tendenzialmente più sfavorevoli, a causa del maggior carico di cura all’interno della famiglia, e redditi più bassi a parità di prestazione rispetto agli uomini con differenze marcate tra nord e sud del Paese. Nella fase 1 dell’emergenza, le soluzioni di lavoro agile, per le più fortunate, in associazione alla chiusura delle scuole, hanno prodotto situazioni stressogene con maggiore ricaduta sulle donne.

Nucleo familiare

Più il nucleo familiare è numeroso e composto da lavoratori, minore è la metratura, maggiore è il rischio di contagio intra-abitativo.                         Secondo un’indagine appena diffusa dall’Istat, oltre un quarto degli italiani vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, e la quota sale al 41,9% per i minori. La metratura media è di 81 metri quadrati (meno di Giappone, Spagna, Germania e Francia).

Ben il 30,9% dei nuclei familiari risulta abitare spazi di dimensioni inferiori rispetto a quelli europei di riferimento (dati Eurostat), mentre il 5% degli italiani vive in abitazioni che presentano problemi strutturali, che non hanno il bagno o la doccia con l’acqua corrente o che presentano problemi di luminosità (10).

I dati relativi al nucleo familiare ci servono a fare una serie di riflessioni: oltre a quelle  riguardanti “la vita in lockdown” (si noti, ad esempio, che un terzo delle famiglie italiane non ha un computer in casa, con ovvie difficoltà nel lavorare in smart working, qualora richiesto e compatibile con la professione svolta e soprattutto con l’impossibilità di far proseguire l’attività formativa in didattica a distanza ai figli), è centrale relazionare il dato relativo alla dimensione del nucleo familiare con l’interruzione dell’attività lavorativa (se avvenuta).

Localizzazione sul territorio 

“Perché la macelleria epidemica lombarda? Perché quella concentrazione di ammalati e deceduti là dove massimo è l’attivismo produttivo, la fibrillazione della vita activa, la densità del tessuto industriale oltre che dell’inquinamento? Non è un fatto solo italiano: negli Stati Uniti le prime cartografie della Pandemia mostravano due epicentri, nella east e nella west coast. Nel Regno Unito a Londra. In Francia nell’Ile de France e nel Grand Est. I potenti hub del lavoro totale che mette sotto stress i territori…”

La grande differenza interregionale va analizzata, oltre che certamente rispetto alle alle politiche in ambito sanitario (e in particolare al rapporto fra pubblico e privato in determinate regioni), anche rispetto alla produttività, alle tipologie di lavoro.  L’impostazione e organizzazione dell’attività lavorativa, come abbiamo imparato in queste settimane, risulta correlata con lo stato di salute e certamente, durante l’emergenza, con l’incidenza del virus e la sua letalità.

Secondo i dati raccolti fino al 21 aprile, e pubblicati dall’INAIL in occasione del 1°maggio u.s. il 67,8% delle 28mila denunce di infortunio virus-relate arriva dalle quattro regioni più colpite dal COVID-19: la Lombardia è la prima per denunce con il 35,1%, seguita dal Piemonte con il 13,4%. L’Emilia Romagna è terza con il 10,1% mentre il Veneto segue con il 9,2% (11).

Lavoro

Secondo il succitato report dell’INAIL, si ipotizza una vera e propria strage sul lavoro per COVID-19, con 28mila contagi (45,7% riguardanti i tecnici della salute) e 98 morti fra il personale sanitario, secondo una stima contestata e provvisoria: gli Ordini dei medici, infatti, calcolano, come è noto, più di 150 medici, oltre a 40 infermieri. Si sottolinea inoltre che i 98 casi denunciati costituiscono solo il 40% dei decessi sul lavoro denunciati nel periodo in esame.

Prendendo in considerazione le diverse attività produttive, il settore della sanità e assistenza sociale – in cui rientrano ospedali, case di cura e case di riposo – registra il 72,8% dei casi di contagio sul lavoro. Il 12,6% dei casi riguarda invece lavoratori stranieri, tra i quali la percentuale delle donne è pari all’80%, molto probabilmente badanti.

Provvedimenti sulla sicurezza e valutazione del rischio (12)

“La salute e la sicurezza di tutta la nostra forza lavoro è fondamentale. Di fronte a un’emergenza causata da una malattia infettiva, il modo in cui proteggiamo i nostri lavoratori è una garanzia per la sicurezza delle nostre comunità e per la resilienza delle nostre imprese. La protezione dei lavoratori, delle loro famiglie e dell’intera collettività può essere assicurata solo attraverso la messa in campo di misure per la salute e sicurezza sul lavoro che permettano di dare continuità al lavoro e di garantire la sopravvivenza economica”,  ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIL, Guy Ryder.

L’OIL ha evidenziato le esigenze dei lavoratori e delle imprese più vulnerabili, in particolare quelli dell’economia informale, i migranti e i lavoratori domestici. Le misure per proteggere questi lavoratori dovrebbero includere — tra l’altro — la formazione su modalità di lavoro che garantiscano la sicurezza, la fornitura gratuita dei necessari dispositivi di protezione individuali (DPI), l’accesso ai servizi di salute pubblica e a misure e alternative che assicurino il sostentamento. Si sottolinea che, dal punto di vista economico, i lavoratori dell’economia informale si annoverano fra quelli maggiormente a rischio: per 1,6 dei 2 miliardi si stima che la crisi abbia causato una diminuzione del 60% del reddito. Senza alternative di reddito, questi lavoratori e le loro famiglie non avranno mezzi per sopravvivere.

Le misure di gestione e controllo del rischio dovrebbero, inoltre, essere adattate in modo specifico alle esigenze dei lavoratori in prima linea nella pandemia. Tra questi, gli operatori sanitari e altri lavoratori che sono addetti ai servizi d’emergenza, come pure quelli occupati nella vendita di generi alimentari e nei servizi di pulizia.

“La pandemia di COVID-19 ha evidenziato la necessità di adottare programmi nazionali che siano capaci di proteggere la salute e la sicurezza degli operatori sanitari, dei medici, dei soccorritori e di molti altri lavoratori che rischiano la loro vita per salvare quella degli altri”, ha affermato il Dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Per assicurare la sicurezza nella fase di ritorno al lavoro e evitare ulteriori interruzioni, l’OIL raccomanda di:

  • Intraprendere una mappatura dei rischi e assicurare una valutazione continua dei rischi di contagio in relazione a tutte le attività lavorative.
  • Adottare misure di controllo del rischio che tengano in considerazione le specificità di ciascun settore e della forza lavoro impiegata. Queste misure possono includere: (a) la limitazione delle interazioni fisiche e il rispetto del distanziamento in caso di interazioni tra lavoratori, appaltatori, clienti e visitatori; (b) il miglioramento della ventilazione nei luoghi di lavoro; (c) la pulizia delle superfici, assicurando la salubrità dei luoghi di lavoro e la disponibilità di strutture adeguate per l’igiene delle mani e la sanificazione; e (d) la disponibilità gratuita dei dispositivi di protezione individuale per i lavoratori, ogni qualvolta necessario.
  • Predisporre procedure per l’isolamento dei casi sospetti e per la tracciabilità dei contatti dei lavoratori.
  • Fornire supporto psicologico al personale.
  • Attivare iniziative di formazione e di distribuzione di materiale informativo sulla salute e sicurezza sul lavoro, incluso su profilassi igieniche appropriate e sull’utilizzo di sistemi di monitoraggio e di protezione, come i DPI, nei luoghi di lavoro.

 

In questa direzione, il 24 Aprile è stato condiviso tra Governo, varie organizzazioni di rappresentanza datoriali, ad esempio Confindustria, e sindacali come Cgil, Cisl e Uil un aggiornamento del “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro” firmato il 14 marzo 2020 in attuazione della misura (art. 1, comma 1, numero 9) del DPCM 11 marzo 2020, che raccomandava intese tra organizzazioni datoriali e sindacali.

La nuova versione tiene conto dei più recenti provvedimenti del Governo e del Ministero della Salute e, pur confermando tutti i punti del precedente “Protocollo condiviso”, aggiunge nuove disposizioni a partire da quella relativa alla sospensione delle attività in carenza di sicurezza.

Si indica, inoltre, che “l’azienda fornisce un’informazione adeguata sulla base delle mansioni e dei contesti lavorativi, con particolare riferimento al complesso delle misure adottate cui il personale deve attenersi, in particolare sul corretto utilizzo dei DPI per contribuire a prevenire ogni possibile forma di diffusione di contagio”.

Conclusioni

* E se l’epidemia, portando in primo piano tutti i lavoratori invisibili della società dei servizi, fosse stata la grande rivelazione delle fratture sociali? 

E se l’orribile messaggio di questa catastrofe potesse essere ascoltato per una grande svolta di consapevolezza (15) rispetto all’ insostenibilità di una società globale dove i bisogni di salute sono sempre secondari al profitto e al consumo e il lavoro si esprime in dinamiche di ricatto sociale?

In questa prospettiva dovrebbe prevedersi la riapertura, tanto richiesta dal capitale e dai  suoi  alfieri, ben consapevoli della loro, seppur relativa, estraneità al contatto fisico con il coronavirus; in questa ottica avrebbero dovuto, e dovranno, essere valutati i rischi dei  medici, del  personale sanitario, degli addetti alle pulizie (architravi della sanificazione),  degli  operai  in  fabbrica, dei rider, delle cassiere, degli autisti e… potremmo proseguire,  indicando tutte le categorie a rischio diretto di infezione, con la consapevolezza che quando si tratta di malattie infettive, ma non solo in quel caso, dalla rete sociale non si prescinde, e che il rischio di uno è rapidamente rischio per tutti.

Con questo scopo dovranno essere essere emesse norme chiare ed efficaci, e se ne dovrà realmente verificare e precisare l’applicazione, oltre che gli adeguati controlli, per evitare che l’apertura progressiva delle attività avvenga senza gli accorgimenti necessari per abbattere il rischio e per cogliere l’occasione per realizzare una svolta nella produzione, nei servizi e nel lavoro che rimetta al centro l’uomo e i suoi più autentici bisogni.

Giulia G e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

 

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti e riferimenti

  1. https://ilmanifesto.it/effetti-della-crisi-nella-nuova-mappa-del-lavoro/
  2. https://ilmanifesto.it/una-regione-senza-metodo-ne-cura-della-comunita-il-personale-e-devastato/
  3. https://catalyst.nejm.org/doi/full/10.1056/CAT.20.0080
  4. https://24plus.ilsole24ore.com/art/sanita-cibo-farmaci-settori-che-assumono-tempo-virus-ADvtE9F
  5. https://csiaps.org/
    https://www.isde.it/covid-19-mortalita-nelle-regioni-italiane-tassi-di-mortalita-cumulativi-grezzi-ogni-100-000-residenti/
    https://www.isde.it/covid-19-medici-per-lambiente-scrivono-a-conte-speranza-e-costa-mettere-a-sistema-la-rete-dei-medici-sentinella-sul-territorio-per-la-prevenzione-epidemiologica-e-il-monitoraggio/
    https://todocambia.net/voci-migranti-ai-tempi-del-corona-virus/
    https://www.change.org/p/commissariare-la-sanit%C3%A0-lombarda-va-fatto-ora
  6. https://www.statista.com/statistics/1106372/coronavirus-death-rate-by-age-groupitaly/
  7. https://www.tuttitalia.it/statistiche/indici-demografici-struttura-popolazione/
  8. https://www.corriere.it/economia/17_febbraio_21/occupazione-lavoro-che-invecchia-832f2a12-f7b3-11e6-9a71-ad40ee291490.shtml
  9. https://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/le-storie/2020/04/08/news/covid-19_le_donne_pagano_un_conto_piu_salato-253472751/
  10. https://www.repubblica.it/economia/2020/04/06/news/istat_tutti_in_casa_ma_per_il_40_spazi_esigui_e_un_terzo_delle_famiglie_non_ha_il_computer-253271389/.
  11. https://ilmanifesto.it/strage-sul-lavoro-2-morti-ieri-gia-98-per-covid/
  12. https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=9853
  13. https://www.ilo.org/rome/risorse-informative/speeches/WCMS_742980/lang–it/index.htm
  14. https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/coronavirus-covid19-C-131/la-guida-aggiornata-al-nuovo-protocollo-di-sicurezza-AR-20049/
    https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/coronavirus-covid19-C-131/rivedere-la-valutazione-dei-rischi-se-i-processi-lavorativi-sono-cambiati-AR-20054
  15. https://ilmanifesto.it/le-scoperte-di-questo-primo-maggio/