DECOLONIZZAZIONE DELL’IMMAGINARIO CAPITALISTA

La scorsa settimana abbiamo detto che la madre di tutte le disuguaglianze è la disuguaglianza economica. In questa settimana il nostro obiettivo è  riflettere sui  meccanismi che causano la disuguaglianza economica e su come noi possiamo cambiare le carte in gioco, promuovendo un nuovo modo di vedere il lavoro e costruendo il nostro ruolo da cittadini.

Il termine economia deriva da oikos e nomos; oikos in greco significa casa e nomos significa “legge”. Il primo significato che assume questa parola è “buona amministrazione della casa”. La casa è amministrata dal singolo cittadino privato, ma la sfera privata del cittadino greco non è separata dalla dimensione pubblica e dunque quello che è il bene del cittadino rispecchia il bene della comunità, anzi la preminenza è alla comunità, al punto che andare contro il proprio bene particolare in nome del bene comune è una dimostrazione di valore, di integrazione, di civiltà. I termine nomos però è intraducibile in latino, e a maggior ragione in italiano, perché ci troviamo in una nuova società con una concezione completamente diversa, in cui l’interesse privato è slegato dal destino della comunità, di conseguenza, il concetto stesso di economia cambia, è ormai guidata dai singoli interessi particolari. L’eredità che noi oggi continuiamo a coltivare deriva quindi, non più dall’ideale greco, ma da una cultura che, contrapponendo l’individuo alla comunità, scava un profondo fossato tra il singolo e il contesto di relazioni che lo circondano; l’economia in tale scenario non può che divenire una mera strategia per accumulare denaro e potere. Questo può avvenire, e avviene, grazie a precise dinamiche culturali, psicologiche e sociali, che qui di seguito proveremo ad analizzare.

Alle radici della disuguaglianza economica

L’economia si fonda su regole semplici:
vi è la domanda di colui che deve acquistare un prodotto e vi è l’offerta di colui che lo produce, il mercato è il luogo d’incontro tra domanda e offerta, e il prezzo è determinato dal mercato stesso.

Immaginiamo un sistema chiuso ( una comunità che non scambia merci) costituito da imprese e famiglie: le prime producono un insieme di prodotti atto a soddisfare le esigenze delle seconde . Le famiglie forniscono alle imprese forza lavoro e ricevono un reddito con il quale acquistano i prodotti delle stesse imprese. Ne consegue che la ricchezza prodotta è uguale alla ricchezza distribuita.
In una condizione come quella appena descritta l’unico modo per migliorare il benessere delle famiglie sarebbe quello di introdurre un’innovazione tecnologica che consenta di aumentare la produttività del lavoro. Infatti, in una condizione di piena occupazione, la quantità di lavoro non può essere incrementata, di conseguenza il reddito prodotto non può crescere e di riflesso non può crescere neanche il reddito distribuito.

Se in luogo di un sistema chiuso consideriamo un sistema aperto con relazioni di scambio con l’esterno (rappresentato da altri sistemi analogamente aperti) le condizioni di equilibrio precedentemente descritte mutano radicalmente. In presenza di differenziali di produttività del lavoro tra i diversi sistemi, quel sistema che avrà la produttività più elevata potrà vendere all’interno dei sistemi concorrenti a prezzi più bassi, acquisendo una parte della domanda proveniente dalle famiglie degli altri sistemi meno competitivi. Questo vuol dire che nei sistemi più deboli una parte del reddito distribuito non tornerà alle imprese sotto forma di acquisto di prodotti e conseguentemente queste saranno costrette a ridurre la produzione, i livelli di occupazione e il reddito distribuito, innescando così una spirale recessiva.

In luogo di una riduzione dei livelli occupazionali le imprese potrebbero essere indotte ad abbassare il livello dei salari, mentre nel sistema più competitivo l’aumento della produzione porterà ad un incremento dei salari (seppur meno che proporzionale) di conseguenza si creerà una forbice dei redditi che spingerà i lavoratori dei sistemi meno competitivi a migrare verso quello più competitivo. Nel tempo questo divario dei salari spingerà le imprese del sistema più competitivo a spostare talune attività produttive nei sistemi meno competitivi, sfruttando il minor costo del lavoro.
Alla fine quindi vi sarà una condizione di tendenziale riequilibrio, ma allo stesso tempo crescerà il livello di dipendenza dei sistemi più deboli da quello più forte.

L’invenzione della mancanza e la nascita del desiderio

Una strategia efficace per poter aumentare la produzione in un paese sviluppato è quello di focalizzarsi sulla domanda, ovvero fare in modo che questa aumenti.

Questo implica non solo un impatto sul mercato, ma soprattutto delle conseguenze sulla popolazione, che verrà indotta ad acquistare dei prodotti anche se non ne sente il bisogno, anche se non strettamente necessari. Questo meccanismo crea un circolo vizioso che si basa sulla creazione di una mancanza e il soddisfacimento di quest’ultima da parte dell’azienda.

L’economia trasforma l’abbondanza naturale in scarsità attraverso la creazione artificiale della mancanza e del bisogno, il che porta all’appropriazione della natura e alla sua mercificazione”.

Facciamo un esempio, i trasporti: una persona può spostarsi da un paese all’altro perché vi è un mezzo di trasporto che glielo permette, quando quella persona si sarà trasferita questo la porterà a sentire mancanza dei suoi cari, creerà il bisogno di rivedere questi ultimi, il quale potrà essere soddisfatto solo dai trasporti stessi. Scriveva Ivan Illich: “gli utenti spezzeranno le catene del trasporto superpotente quando cominceranno di nuovo ad amare come territorio il loro circondario e a temere di allontanarsene troppo spesso

La creazione della mancanza si fonda sulla “colonizzazione dell’immaginario”, sin dalla tenera età vengono plasmati nuovi consumatori. “Per infiltrarsi negli spazi vernacolari il primo homo oeconomicus aveva adottato due metodi in qualche modo analoghi l’uno al retrovirus HIV e l’altro ai mezzi impiegati dai trafficanti di droga” si tratta della distruzione delle difese immunitarie da una parte e dall’altra della induzione di nuovi bisogni. (Majid Rahnema, 2005) Secondo l’economista Serge Latouche, il primo obiettivo viene realizzato dalla scuola, il secondo dalla pubblicità. Tutto ciò infatti può avvenire perché ci troviamo in una società in cui la scuola, ha perso la sua funzione di livellatore culturale, in nome di una didattica “ad personam”, che non fa altro che reiterare le differenze culturali di base (familiari). Dunque, nel contesto scolastico, i giovani imparano l’accettazione passiva del proprio destino, decretato da una competizione tra ragazzi che dispongono di un capitale culturale estremamente diseguale; e il fallimento scolastico diviene un “apprendistato all’insoddisfazione”. (Latouche, 2011). A scuola si preparano i giovani alla società così com’è e non a come dovrebbe essere, preferendo formare al posto di menti libere e rivoluzionarie, futuri produttori-consumatori alienati, “schiavi civilizzati”, nel nome del rispetto delle loro particolari ambizioni e capacità. La nostra società ha assunto come valore supremo la competenza professionale al posto del bene comune, e la conseguenza di questo è cancellare la responsabilità dell’attore, rendendolo un mero esecutore. D’altronde, è la banalità del male…

È così che nelle imprese i manager realizzano gli obiettivi imposti dagli azionisti, mentre al termine della catena gli operai si suicidano o vengono licenziati. È così che nelle amministrazioni i funzionari coscienziosi “fanno economie”, espellendo lavoratori immigrati, cancellando i disoccupati dalle liste dei sussidi ecc. In questo modo si provocano dei drammi umani- depressioni, stress di massa, suicidi- di cui è responsabile il sistema ma di cui nessuno è colpevole. (S. Latouche, 2011)

Le basi del consumismo

Il sistema consumistico nasce negli anni ’50 all’alba del boom economico del decennio successivo. I pilastri su cui questo sistema si basa sono:

  1. PUBBLICITÀ, che crea instancabilmente il desiderio di consumare;
  2. CREDITO, che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha soldi;
  3. OBSOLESCENZA, assicura il rinnovamento obbligato della domanda.

È facile comprendere come questi meccanismi pongano le fondamenta per un rapporto assolutamente malato tra cittadino, quindi consumatore, e azienda produttrice, e, ancora più grave, questa logica infetta in modo drammatico anche i rapporti tra il cittadino e la società civile, e tra lo Stato e il cittadino, andando a inquinare le radici della democrazia.

Scrive Edward BernaysLa manipolazione consapevole e intelligente, delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica. Coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese.” E’ fondamentale iniziare a comprendere quali meccanismi regolino la nostra vita privata, ma soprattutto la nostra vita civile, perché questi interessi non vengono solo assecondati dalla politica, no, questi interessi regolano e orientano le decisioni politiche, le quali si riducono a un mero mezzo, tra i vari, degli interessi economici delle grandi multinazionali. Tuttavia, il problema è sì, riconducibile al sistema sbagliato, ma è soprattutto sottostante ad una logica, e mai come in questo spazio bisogna sottolinearlo, legittimata dal singolo, dalla persona che si rende parte di questa massa deforme e poco omogenea che ben si piega alle subdole logiche economiche. Tutto quello che avviene nella società non avviene per costrizione:  siamo assuefatti a questo modo di consumo  che va ben oltre il necessario, e compromette fino alle nostre relazioni più intime.  “Le persone si spoliticizzano, si privatizzano, si rifugiano nella loro piccola sfera “privata”, e il sistema fornisce loro i mezzi per farlo” (S. Latouche, 2011).

Il feticismo e la parabola della torta

La società della crescita economica, per crescere, appunto, ha bisogno di produrre e vendere. Di conseguenza quanto più aumentano, non solo le produzioni in termini quantitativi, ma anche  le stesse merci da vendere, tanto più la ricchezza cresce (ovviamente non in modo proporzionale). Il sistema consumistico ha reso merci tutti i beni quantificabili, attribuendogli un valore monetario misurabile, mentre ciò che resta, le relazioni, la solidarietà i valori etici e morali rientrano in una sfera non quantizzabile, di conseguenza accessoria, un surplus, che non avendo un valore monetario viene svalutato e svilito.

L’obiettivo che caratterizza la società capitalista, è l’accumulo del capitale, che in termini nazionali può ben essere tradotto con “PIL”, gli stati della Terra corrono, si indebitano, accettano disuguaglianze e ingiustizie in nome del PIL. Questo avviene a causa di quello che Latouche definisce il feticismo del Pil e la parabola della torta: “secondo il dogma economico far crescere la torta è il modo migliore per facilitarne la sua divisione e per dare più o meno soddisfazione a tutti, realizzando così il programma utilitarista delle società moderne: la più grande felicità per il più gran numero di persone” questo comporta ridurre l’etica a una mera giustizia distributiva, senza alcuna preoccupazione di verificare che la torta sia avvelenata. Ed effettivamente questa torta si rivela sempre più tossica: “da una parte aumenta inquinando e distruggendo il nostro ecosistema e dall’altra aumenta a spese di milioni di piccole torte che le persone producevano localmente con i propri mezzi”. (S.Latouche, 2011)

Il feticismo del PIL invece nasce da una falsa percezione, anche in questo caso possiamo parlare di colonizzazione dell’immaginario, in quanto troppo spesso si considera quest’ultimo un indicatore di “qualità della vita nazionale lorda” o “felicità nazionale lorda”,(Arne Næss, 1986) perché l’aumento del PIL viene accompagnato da una narrazione assolutamente positiva e orgogliosa, che poco tiene conto di cosa realmente rappresenti l’aumento del PIL, e cosa rientri nei “fattori di crescita” del PIL.

“Se vai in automobile da casa al lavoro consumi una certa quantità della merce carburante. Quindi fai crescere il PIL. Se lungo il tragitto trovi code e intasamenti, ci metti più tempo, ti stressi di più ma consumi più carburante, quindi fai crescere di più il PIL. Se credi che il PIL misuri il benessere non puoi arrabbiarti. Devi essere contento perché stai contribuendo ad accrescere il benessere collettivo, e di riflesso, anche il tuo. Quando sei in coda devi sorridere. Poi, se a causa dello stress ti distrai e hai un incidente, il costo di riparazione delle macchine incidentate lo farà crescere ancora di più. Nemmeno questo è il massimo. Per toccare il cielo con un dito occorre che in conseguenza all’incidente ti portino in ospedale, perché i costi del ricovero e delle cure comportano un’ulteriore impennata di PIL. Ti stai disperando perché chi governa l’economia ha dovuto ammettere che nel 2009 il PIL diminuirà al 2,6% e ti immagini che il futuro sia nero? Per consolarti pensa che buttiamo nell’immondizia una quantità di cibo pari al 2% del PIL. Se non lo buttassimo, la riduzione sarebbe del 4,6%. Quando riempi la pattumiera con pezzi di pane secco (per fortuna lo fanno in modo che duri mezza giornata), cibo ammuffito nel frigo, avanzi lasciati nei piatti, stai contribuendo al benessere collettivo. […] ti sei ammalato e hai il ripiano del comodino pieno di medicine? Non essere triste, pensa che il consumo di medicine fa crescere il PIL. Che guaio se tutti stessero bene: il PIL diminuirebbe.” (Maurizio Pallante, 2009)

Ad avvalorare questa tesi vi è un indicatore, chiamato Happy planet index elaborato dalla New Economics Foundation incrociando i risultati delle indagini sul sentimento di ben-essere vissuto, le aspettative di vita e l’impronta ecologica. Nel 2016 (ultimi dati disponibili) si sono piazzate in testa nell’ordine Costa Rica, Messico e Colombia. Mentre gli USA ottengono un misero 108esimo posto, (su 140 nazioni prese in esame), Germania al 49esimo e Italia al 60esimo. “In fin dei conti è abbastanza semplice capire perché la nostra ricchezza ci impoverisce. “Una società fondata sull’avidità e la competizione produce necessariamente una massa enorme di “perdenti” assoluti (gli emarginati) e relativi (i rassegnati), e dunque di frustrati, accanto a un piccolo gruppo di predatori sempre più ansiosi di consolidare la loro posizione o di rafforzarla”(S. Latouche, 20011).

Il capitalismo deve fare i conti con le leggi della fisica

Il sistema capitalistico ha, in sé, già scritto la sua fine. Questo perché il capitalismo ha insita in sé la hybris umana, pretende infatti di elevarsi al di sopra delle leggi della natura, con la presunzione che questa possa assicurargli risorse all’infinito e quindi garantire una crescita all’infinito. Un grande precursore della decrescita felice, Nicholas Georgescu-Roegen, critica la direzione dell’economia attuale. Questa, infatti, ha il suo fondamento in modelli puramente meccanici newtoniani, ignorando del tutto l’altra branca della fisica, la termodinamica. Perché questa visione dell’economia basata esclusivamente su leggi matematiche, è incompatibile con la realtà? Il processo economico, come tutti i processi vitali, è irreversibile, poiché la materia e l’energia che utilizza sono finiti, non reversibili appunto. È necessario, dunque, associare il processo economico alla legge termodinamica dell’entropia, eliminando finalmente la credenza che l’uomo goda del diritto di utilizzare gratuitamente e illimitatamente le risorse fornite dalla natura. Ne deriva, per Georgescu-Roegen, l’imperante necessità di realizzare una bioeconomia che attui una riduzione della produzione, collocando l’economia stessa all’interno di un pianeta finito.

Le fondamenta culturali del capitalismo

Come si arriva a tutto ciò? Quali sono le basi che permettono la lenta trasformazione dell’animale politico per eccellenza ad un parassita il cui unico interesse è acquistare e possedere?

Quanto appena descritto riguardo alla società della crescita manca di un nesso logico fondamentale, forse la chiave di volta per la comprensione non solo del sistema ma anche del nostro ruolo in quest’ultimo. La questione è che l’economia ha le sue radici e la sua legittimazione nella cultura, che le dà vita e sostentamento. È la nostra cultura occidentale individualista che ha reso possibile il passaggio dall’economia come buona amministrazione della casa, della comunità, a mezzo di arricchimento per pochi a scapito di tutti gli altri.

Se continuiamo passivamente ad accusare il sistema senza comprendere che siamo noi stessi a giustificarne l’esistenza non potremo eradicare l’infezione. Se continuiamo ad acquistare prodotti a basso costo senza preoccuparsi del costo ambientale che questi hanno, senza preoccuparci se dietro quel prodotto c’è un uomo o una donna sfruttato per pochi centesimi, o degli animali sottoposti alle peggiori sevizie, senza preoccuparci se dietro quel prodotto c’è una materia prima che è causa di guerra. Continuiamo a comprare ogni due anni nuovi cellulari senza soffermarci a pensare che il Coltan, la materia prima utilizzata per le batterie, costringe bambini a spezzarsi la schiena in una miniera, per pochi centesimi, per guadagnare la propria condanna. Tutta questa sofferenza per permettere a te di avere un nuovo modello di cellulare già programmato per smettere di funzionare dopo due anni, grazie alla fantastica trovata dell’obsolescenza programmata. Se continuiamo ad accettare che in nome della produzione, la gente muoia di tumore a causa delle emissioni di inquinanti e dei rifiuti tossici, come i cittadini di Taranto, come gli abitanti della terra dei fuochi, come in Malesia (e di tanti altri Paesi), dove gli Stati comprano i nostri rifiuti per gettarli nel cibo e nell’acqua dei propri bambini; se accettiamo tutto questo, come possiamo pretendere che questo possa cambiare?

Smettiamola. Dimostriamo che noi di questo sistema marcio non ne vogliamo fare parte e che combatteremo con tutti i mezzi di cui disponiamo per cambiarlo. Ritroviamo quel valore così profondo e naturale del bene comune, cominciamo a far coincidere il nostro interesse con quello della comunità. Riscopriamo il valore della comunità, ripudiamo la competizione a favore della cooperazione tra le persone. Aboliamo l’idea dell’individuo, l’essere-di-per-sé, per l’idea di persona, l’essere-in relazione, che significa essere  in rapporto con gli altri, un rapporto di solidarietà, una solidarietà come espressione di gratuità e libertà reciproca.

Giulia P e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

Serge Latouche, “Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita”, Torino, 2011, Bollati Boringhieri
Edward L. Bernays, “Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia”, 2008, Fausto Lupetti Editore
Ivan Illich, Energia ed equità (o Elogio della bicicletta), 1973, traduzione di Ettore Capriolo, Torino, 2006, Bollati Boringhieri
Majid Rahnema, “Quando la miseria caccia la povertà”, Einaudi, 2005
Maurizio Pallante, “La felicità sostenibile”, 2009, Rizzoli
Arne Næss, “Ecology, Community and Lifestyle”, 1986, Cambridge University Press
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