SCIOPERO GLOBALE, UNA CRISI PER (R)INNOVARE
Tutela di lavoratrici e lavoratori nell’economia neoliberista: sindacati, globalizzazione e nuove prospettive

Gli spazi di reazione sono  luoghi, fisici ma per lo più ideali, in cui ci si può confrontare su determinate tematiche e problematiche al fine di strutturare un’azione che possa migliorare la condizione attuale. L’associazionismo consente nel creare spazi di reazione: il concetto di lavoro salariato si è sempre accompagnato alla necessità di aggregarsi al fine di tutelare i propri diritti. 

In questo articolo si illustrano le basi dell’associazionismo nel mondo del lavoro al giorno d’oggi. Verrà approfondito il funzionamento dei sindacati, perché il sistema delle  organizzazioni sindacali è in crisi, e quali sono le nuove prospettive in questo ambito.

Sindacati, questi sconosciuti

Dal punto di vista giuridico,“l’organizzazione sindacale comprende tutti quei soggetti che in totale libertà decidono di aderire ad un determinato sindacato per farsi rappresentare. I sindacati nell’ordinamento italiano sono associazioni di privati.”[2] Rappresentano i lavoratori al fine di tutelarne i diritti sul luogo di lavoro, pertanto la loro attività viene esplicata su categorie ben precise di lavoratori (asse verticale) o su base territoriale (asse orizzontale).

Per garantire una democrazia industriale (democrazia in merito all’organizzazione del lavoro e alle decisioni sulla produzione, ossia su cosa e come produrre) al fine di ottenere idealmente una democrazia economica (equa distribuzione di beni sociali, redditi, poteri ed opportunità)  bisogna garantire la partecipazione dei lavoratori all’impresa. Tuttavia “l’impresa e il mercato sono luoghi inadeguati a garantire una effettiva partecipazione dei lavoratori ai processi che governano la produzione e la distribuzione della ricchezza” in quanto “la correlazione fra diritto di proprietà e rischio dell’impresa – nella tradizione liberale – conferisce all’imprenditore il potere direttivo e gerarchico di disporre strumentalmente della prestazione dei lavoratori subordinati. Come proprietario-imprenditore-che rischia, l’imprenditore avrà il diritto e il potere di determinare il cosa, il quanto, e il come  produrre.”[4]

I principali strumenti adottati dal sindacato per realizzare l’obiettivo di una democrazia industriale nell’ambito dell’impresa capitalistica, sono contratti collettivi, conflitto industriale (scioperi) e diritti partecipativi.
Benché la  partecipazione dei lavoratori sia prevista persino dalla Costituzione Italiana (art.46), il modello di partecipazione vigente nel nostro paese è fondamentalmente basato sulla contrattazione collettiva che vede i poteri e  le responsabilità della proprietà/management in netta contrapposizione rispetto  ai lavoratori e al sindacato.

Con il passaggio dal fordismo al  post-fordismo c’è stato un mutamento delle relazioni industriali:

  •     il fordismo annienta l’individualità del lavoratore che si caratterizza del suo sapere e nel suo potere di controllo sulla prestazione lasciando il posto alla coscienza di classe;
  •     il post-fordismo agisce in modo diametralmente opposto favorendo l’individualizzazione dell’individuo (vista nell’ottica del capitalismo reticolare come dimostrazione della propria performance in quanto fautore della competitività) a scapito del legame solidale e del potere sociale collettivo.

Nel mondo lavorativo si assiste pertanto ad una frammentazione sociale (precariato) ma anche territoriale (delocalizzazione) riconducibile al fenomeno della globalizzazione. Difatti il potere imprenditoriale si sottrae sempre più alla dialettica con i sindacati, ma anche dei singoli Stati, assumendo una dimensione transnazionale e al tempo stesso andando in contro al decentramento decisionale della nuova organizzazione del lavoro. Si perde, in questo modo, lo spazio unitario all’interno del quale l’economia era assoggettata a forme democratiche di controllo: a monte c’era la programmazione e l’intervento pubblico; a valle i sindacati sfruttavano strumenti efficaci di partecipazione e controllo dei lavoratori nell’impresa.

Nello scenario odierno la contrattazione collettiva è ostacolata da delocalizzazione (difficoltà nell’organizzazione delle strutture produttive disintegrate in piccole e medie imprese sul territorio internazionale), dalla precarietà (con lavoratori facilmente ricattabili, non standard  e impossibilitati a pagare l’iscrizione ad un sindacato), dall’individualizzazione dei rapporti di lavoro,  dalla nascita di strategie di partecipazione  diretta che surclassano i sindacati stessi nella loro funzione di rappresentanza. La segmentazione del  lavoro derivata da questo scenario, inoltre,  ha comportato che la maggior parte degli iscritti ai sindacati faccia parte dei segmenti che hanno maggiori tutele nel mondo del lavoro, facendo apparire i sindacati come organizzazioni dedite esclusivamente alla salvaguardia dei propri interessi a scapito di coloro che non ne fanno parte. Tutto questo ci fa comprendere come i sindacati siano entrati in crisi e l’azione sindacale sia spesso messa sotto scacco trovandosi ad accettare, nelle trattazioni contrattuali, l’unica alternativa del “prendere o lasciare”.

Delocalizzazione e ristrutturazione aziendale 

La competitività che caratterizza l’attuale economia neo-liberista si traduce in un capitalismo dinamico alimentato dai processi di globalizzazione economica che hanno avuto luogo dagli anni ottanta dello scorso secolo. Questo giustifica la sempre maggiore diffusione dei processi di ristrutturazione aziendale delle multinazionali che in molti casi si concludono con il trasferimento di interi siti di produzione. La ristrutturazione può dar luogo a due situazioni: reali processi di delocalizzazione – ossia l’atto di dislocare la produzione in regioni o stati diversi –  e la minaccia della delocalizzazione. Possiamo individuare, quindi, due differenti strategie adottate dai sindacati: nel primo caso, rappresentanti dei lavoratori e management cercano di applicare politiche di aggiustamento; nel secondo caso, i primi cercano di ridurre gli incentivi alla delocalizzazione per indurre i secondi ad evitarla.

Nella seconda eventualità, i rappresentanti dei lavoratori cercano di sottoscrivere i Patti per l’Occupazione e la Competitività (Poc) che consistono in accordi reciproci tra il management dell’impresa e le organizzazioni sindacali e/o i consigli di fabbrica. Tuttavia i Poc sottoscritti negli ultimi anni da un lato hanno permesso di superare crisi aziendali, dall’altro appaiono come un mezzo del management per aumentare la competitività dell’azienda a scapito di adeguati reddito, flessibilità e costo del lavoro. 

Nel caso delle ristrutturazioni transfrontaliere di dimensione europea, importante è il coinvolgimento di organismi di rappresentanza europei che permettono di superare la limitazione delle risposte locali (alimentate dalla concorrenza tra i siti di produzione). Uno di questi organi di rappresentanza sono i Comitati aziendali europei (Cae), che vengono solo informati, ma di cui purtroppo si riscontra una bassa consultazione.  Fondamentale nei processi di ristrutturazione transfrontaliera è il coordinamento europeo, in quanto essi non possono essere discussi a livello nazionale efficacemente: è necessario un approccio comunitario per garantire la tutela di tutte le parti (deve essere garantita la presenza del management centrale, delle Federazioni industriali europee e del Cae).

Delocalizzazione e catene globali del lavoro

Le multinazionali del passato si caratterizzano per una produzione sul territorio nazionale ed un esportazione verso territori esteri. Come abbiamo già evidenziato, questa dinamica è mutata, essendo resa favorevole dalla delocalizzazione della produzione, a sua volta favorita da deregolamentazione dei mercati, dalla riduzione delle barriere commerciali e dalla liberalizzazione finanziaria. Prodotto di questo cambiamento sono le Catene globali del valore (Cgv), una rete a scala globale di piccole e medie imprese aventi attività interdipendenti, separate funzionalmente e disperse sul territorio. Le grandi imprese (c.d. lead firm) dunque rinunciano al loro coinvolgimento diretto nella produzione, delegandolo alle altre (che molto spesso sorgono in Paesi del Sud del mondo) ed effettuando su queste ultime un controllo indiretto.

Nella frammentazione dei processi produttivi il sindacato si pone nell’ottica di un nuovo internazionalismo che rappresenti un’alternativa nei confronti del neo-liberismo: l’obiettivo è una cooperazione internazionale tra sindacati  al fine di unire in modo solidale luoghi di lavoro presenti in realtà territoriali diverse in ambito globale per condividere proposte e attività che portino alla realizzazione di alleanze globali che hanno come comune denominatore lo sfruttamento. Tuttavia le esperienze recenti ci mostrano come la forte entità statuale del sindacato renda difficile la cooperazione internazionale tra gli stessi senza che subentrino gli interessi nazionali.

Altro strumento di tutela adottato sono stati gli International Framework Agreements (Ifa), consistenti in accordi tra  Federazioni globali dei sindacati (Global union federation, Guf) e imprese transnazionali a livello centrale al fine di preservare i diritti dei lavoratori. Gli Ifa rappresentano un primo tentativo di colmare la forte carenza legislativa in ambito di regolazione di lavoro internazionale (che è stata anche incentivo per l’espansione a livello globale delle imprese multinazionali).
Ulteriore strategia è l’alleanza con movimenti sociali, che si differenziano dalle organizzazioni sindacali in quanto non agiscono unicamente sul luogo di lavoro, ma sono volti al cambiamento sociale. Si parla di sindacato movimentista o sindacalismo sociale globale: sindacati che non guardano al lavoratore solo in quanto tale, ma lo considerano cittadino, donna, migrante, etc.

A onor di completezza bisogna dire che anche le imprese lead hanno cercato di sopperire alla carenza legislativa nella regolamentazione del lavoro tramite i Private social standard iniziative (Pps), i quali rappresentano dei codici che l’impresa stipula su base volontaria al fine di far rispettare determinati standard alle aziende della Cgv dei Paesi in via di sviluppo. Ma fatta la legge, trovato l’inganno: le imprese lead, pur sottoscrivendo i Pps, trovano degli escamotage per evitarne l’applicazione come i “triangoli manifatturieri”(in cui si riscontra una sistematica delocalizzazione a seguito dell’aumento della presenza sindacale).

Precariato: frammentazione sociale 

Nei Paesi dove vige un capitalismo avanzato (Italia compresa), il lavoro contemporaneo ha subito delle trasformazioni che hanno minato le fondamenta del lavoro stesso in nome della flessibilità: cambiamenti nelle tempistiche lavorative, ma anche dei luoghi di lavoro, nelle retribuzioni, nei percorsi professionali, nelle forme contrattuali (l’impiego a tempo indeterminato lascia sempre più spazio a contratti a tempo determinato, spesso parziale, a chiamata o pseudo-autonomi) e questa grande frammentazione si è riverberata anche nelle tutele, nei diritti dei lavoratori e nelle forme di rappresentanza.

Si assiste alla nascita dei c.d. lavoratori non tipici comprendenti coloro che svolgono lavoro indipendente, parasubordinato e dipendente a termine. Le carriere lavorative dei più sono sempre maggiormente caratterizzate da brevità (elevato turn over) e segmentazione, i problemi dei lavoratori sono spesso eterogenei e più complessi rispetto a quelli dei lavoratori stabili. In virtù di questo, i sindacati appaiono inadeguati a rappresentare queste nuove figure lavorative, perché sono fossilizzati sulla visione di una rappresentanza di classe, portatori di diritti di un soggetto sociale omogeneo e di interessi generalizzati. Alla variabilità contrattuale, inoltre, si unisce anche l’elevato turn over che da un lato per la brevità relazionale rende difficile il coinvolgimento dei lavoratori da parte dei sindacati e dall’altro pone lavoratrici e lavoratori in una posizione di facile ricatto, pertanto più restii al coinvolgimento nelle attività sindacali. La storia di questi individui è caratterizzata da difficoltà nel comunicare e nell’organizzarsi, che determinano un isolamento dell’individuo stesso che non può godere del senso di appartenenza collettiva ad una ben precisa classe lavorativa, in quanto vi è una discontinuità nelle biografie personali.

Laddove i sindacati hanno fallito, nuove forme di rivendicazione sono sorte, fondanti su reti di azioni, persone, progetti e  pratiche bottom-up – ossia dal basso verso l’altro. L’inorganizzabile è divenuto organizzabile: è il caso della rete di San Precario, movimento che rappresenta lavoratrici e lavoratori precari  come tali, ma soprattutto come cittadini, affiancando modalità di vertenzialità tradizionale legale a forme di attivismo tipiche dei movimenti sociali (convegni, volantinaggio, azione simbolica di disturbo, etc.), continuando al contempo l’azione culturale nell’ambito della precarietà.

In questo contesto i sindacati dovrebbero mirare allo organizing ossia un approccio volto a  mobilitare settori marginali della forza lavoro (gruppi non organizzati, cittadinanza) al fine di fronteggiare la perdita di potere negoziale. Non solo, si dovrebbe dar luogo al social  movement unionism che mira ad unire lavoratori e lavoratrici al di fuori del luogo di lavoro, promuovendo l’auto-organizzazione e l’attivismo non solo in ambito lavorativo, ma più in generale per la giustizia sociale. I sindacati già si stanno muovendo secondo questa direzione, tuttavia risulta ancora fondamentale incrementare il numero di iscritti al fine di ottenere la legittimità della contrattazione. L’incontro con il lavoratore risulta fondamentale ma difficoltoso, a causa dell’isolamento del lavoratore precario, pertanto bisogna pensare a nuovi spazi di incontro che incentivino il senso di collettività. I sindacalisti, inoltre, devono essere formati e preparati ed in grado di utilizzare quanti più mezzi possibile per il coinvolgimento attivo di lavoratrici e lavoratori.

Mai più soli: le reti che salvano il lavoro (e non solo)

Da questa analisi dell’attuale stato delle organizzazioni sindacali nell’odierno scenario economico fondato su neo-liberismo e capitalismo, ma anche caratterizzato da una dilagante globalizzazione poco regolamentata, si evince che la crisi dei soggetti presi in esame può trovare una risoluzione.
I sindacati possono avere ancora ragione di esistere come strumenti di tutela per lavoratrici e lavoratori, ma devono abbracciare anche altre dimensioni dell’individuo supportando la tutela di diritti anche al di fuori del posto di lavoro costruendo reti con movimenti sociali.

In virtù di un’economia flessibile, essi stessi devono abbracciare questo principio adattandosi alle esigenze dei “nuovi” lavoratori, ridefinendo la propria struttura e al contempo promuovendo il dibattito in materia di sistemi di contrattazione collettiva e del diritto del lavoro nel suo complesso. Questo deve avvenire non solo in ambito locale, nazionale, ma a livello internazionale.
Sul profilo internazionale i sindacati devono trovare un punto di incontro al fine di contrastare la dilagante condizione di disuguaglianza che la globalizzazione ha incrementato (soprattutto tra Paesi del Nord e del Sud del mondo), abbandonando visioni nazionaliste ristrette per assicurare equità nel trattamento dei lavoratori e facendo attività di advocacy nei confronti delle istituzioni, al fine di definire normative chiare in ambito di diritto del lavoro internazionale.

L’invito è quello di ripensare al mondo del lavoro in modo creativo, svincolandosi dal passato e creando nuove proposte basate sulla condizione odierna dei lavoratori, ma anche su una vision che punti, in una dimensione più ampia, al miglioramento della vita dei cittadini.

Alessandra DT e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Sindacato
  2. https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/rapporti-di-lavoro-e-relazioni-industriali/focus-on/Tutela-diritti-sindacali/Pagine/default.aspx
  3. https://www.laleggepertutti.it/232088_sindacato-come-funziona#Che_cose_e_che_cosa_fa_il_sindacato
  4. http://www.europeanrights.eu/public/commenti/Leonardi.doc
  5. Gino Giugni (2014), “Diritto sindacale”, Cacucci Editore
  6. https://www.senato.it/1025?sezione=122&articolo_numero_articolo=46
  7. Borghi, Dorigatti (2011),“Trasformazioni del lavoro, globalizzazione e ricerca sociale  piste di esplorazione per rinnovare la difesa  del lavoro”,Sociologia del lavoro, n.123/2011
  8. https://it.wikipedia.org/wiki/Delocalizzazione_(economia)
  9. Lidia Greco (2011), “Produzione globale, lavoro e strategia sindacale: alcune riflessioni a partire dalla teoria delle catene globali del valore”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  10. Volker Telljohann (2011), “Processi di delocalizzazione nel settore europeo degli elettrodomestici e forme di regolamentazione sociale”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  11. Michael Fichter, Markus Helfen, Katharina Schiederig (2011), “Si può organizzare la solidarietà internazionale a livello aziendale? La prospettiva degli International Framework Agreements (Ifa)”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  12. Annalisa Murgia, Giulia Selmi (2011), “Ispira e cospira. Forme di auto-organizzazione del precariato in Italia”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  13. Daniele Di Nunzio, Andrea Brunetti, Chiara Mancini (2015), “Le frontiere dell’azione sindacale nella frammentazione del lavoro”