UN NUOVO MO(N)DO PER VEDERE IL LAVORO

UN NUOVO MO(N)DO PER VEDERE IL LAVORO

UN NUOVO MO(N)DO PER VEDERE IL LAVORO
Guida alla disillusione dalla società della crescita

Ed eccoci giunti all’ultima tappa del nostro laboratorio!

Ci siamo soffermati sui determinanti che influenzano la nostra salute e, in particolare, su come il lavoro può influire su di essa; abbiamo fatto un passo indietro cercando di capire l’origine delle disuguaglianze sociali e lavorative, e di spiegarci come mai, ancora oggi, siano così imponenti. Infine ci siamo ritrovati ad analizzare le criticità della società in cui viviamo e abbiamo messo in discussione la credenza ormai consolidata che esista un solo mondo possibile, una sola direzione: quella della crescita economica cieca e ossessiva.
La situazione attuale, esacerbata dalla pandemia che stiamo vivendo, ci pone dinanzi a un bivio: da una parte si può proseguire per inerzia lungo la via della crescita economica, dello sfruttamento ambientale, del consumismo, sperando che stavolta sia migliore; dall’altra abbiamo la possibilità di intraprendere la strada meno battuta, sicuramente più ostica, e generare un’inversione di tendenza.
A questo punto sarebbe auspicabile scegliere un percorso di solidarietà, di libertà reciproca,  di rispetto per sé stessi e per l’ambiente, che porti finalmente a un mondo meno diseguale.

Questo grafico dimostra che la crescita economica ha un limite. E’ impossibile crescere all’infinito, dato che le risorse del pianeta non sono infinite, nonostante ciò il tasso di crescita demografico è in continuo aumento. Quando il limite verrà raggiunto ci si troverà davanti all’unica strada possibile: una recessione infelice, caratterizzata da improvvisi rallentamenti delle produzioni, dall’aumento della povertà e della fame. [Grafico tratto dal Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro The Limits to Growth), commissionato al MIT dal Club di Roma, 1972].

Vi riportiamo quindi alcuni importanti punti della Carta di Bologna, sottoscritta dalle associazioni costitutive della Rete Sostenibilità e Salute, di cui fa parte anche il SISM:

  1. La salute è intesa non solo come diritto da tutelare, ma anche come bene comune, di cui prendersi cura in modo attivo, attraverso la partecipazione responsabile e diretta delle persone e delle comunità anche nella definizione e nell’attuazione delle politiche.
  2. I modelli di salute, sanità e cura devono porre al centro la persona in continuo rapporto con il circostante ambiente fisico e relazionale. Devono favorire le capacità di resilienza, partecipazione e autodeterminazione dell’individuo e della collettività adottando un approccio che privilegi la cura del paziente piuttosto che della malattia e l’attenzione alla salutogenesi e ai determinanti della salute, piuttosto che alla patologia.
  3. Si devono adottare forme di organizzazione e di gestione dei servizi sanitari basate sull’assistenza primaria e sull’integrazione con i servizi, le reti sociali e il volontariato, promuovendo il sistema di tutele e garanzie di comunità.

 

Per costruire e garantire la nostra salute e quella delle generazioni successive è necessario rimettere in discussione il paradigma socio-economico e culturale della crescita ed avviare una vera e propria rivoluzione culturale che porti alla decrescita felice.

Decrescita significa ridurre gli sprechi, ovvero limitare la produzione di tutte quelle merci che non sono beni, diminuendone così l’impatto economico e ambientale; significa, quindi, passare da una logica quantitativa a una logica qualitativa, scegliendo il meno quando è meglio.
Ci sono poi anche beni che non possono essere inquadrati come merci, come l’affetto dei propri cari, la cooperazione, la stima tra gli individui, tutti valori che spesso vengono soffocati nella società della crescita; l’obiettivo risulta quindi quello di diminuire il tempo che viene investito nel lavoro, favorendo il tempo da dedicare alle relazioni.

E noi, da dove possiamo cominciare? Oggi alle 17.30 in diretta streaming youtube Jean Louis Aillon, medico psicoterapeuta, portavoce italiano della RSS (rete sostenibilità e salute) ed esponente italiano del Movimento per la Decrescita Felice, ci parlerà di come la decrescita felice possa diventare effettivamente uno spazio di reazione.
Clicca qui per accedere https://youtu.be/pV_oALtbQbE

Il Comitato scientifico LabBlog 2020

Fonti

  1. Decrescita felice e costruzione della salute: un circolo virtuoso
  2. Carta di Bologna
  3. Un nuovo mo(n)do per fare salute. Le proposte della Rete Sostenibilità e Salute. A cura di Jean-Louis Aillon, Matteo Bessone, Chiara Bodini
SMART WORKING

SMART WORKING

SMART WORKING
Potrebbe essere uno spazio di reazione?

In questo periodo così particolare tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta di smart working.

Ebbene, che cos’è lo smart working? 

Innanzitutto è importante fare una distinzione tra smart working e telelavoro.
In alcuni casi i termini sono usati come sinonimi, tuttavia la corretta traduzione del termine inglese è quella di lavoro agile.
Quali sono gli aspetti che caratterizzano queste due modalità?
Per chiarire il quadro è necessario partire dalle definizioni e dalla normativa di riferimento, ovvero la legge numero 81 del 2017.
Per smart working, o lavoro agile, si intende una modalità lavorativa di rapporto di lavoro subordinato in cui c’è un’assenza di vincoli a livello di orario e di spazio.
L’organizzazione è flessibile e avviene per fasi, cicli e obiettivi ed è stabilita con un accordo tra dipendente e datore di lavoro, in effetti il termine inglese “smart” si riferisce all’obiettivo di migliorare produttività del lavoratore grazie alla conciliazione dei tempi di lavoro e la gestione della propria vita privata.

L’utilizzo di mezzi adatti a svolgere parte del lavoro anche in altri luoghi diversi dalla sede ordinaria è un altro requisito fondamentale e comune anche alla pratica del telelavoro, che è possibile solamente con strumenti che permettono di lavorare da remoto quali pc, tablet, smartphone ecc.

Altri specifici aspetti sono, ad esempio:

  • la responsabilità del datore di lavoro sulla sicurezza del lavoratore;
  • le regole per gli accordi tra le parti;
  • la parità di trattamento economico e normativo tra chi lavora in modalità agile e chi svolge le sue mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda;
  • il potere di controllo del datore di lavoro sulla prestazione resa dal lavoratore;
  • l’obbligo per il datore di lavoro di presentazione dell’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi connessi alla modalità di esecuzione del rapporto di lavoro;
  • le regole sulla copertura assicurativa del lavoratore.

La differenza principale tra lavoro agile e telelavoro è che il secondo è invece basato su un altro concetto di fondo.
In questo caso il lavoratore ha una postazione fissa che però si trova in un luogo diverso da quello dell’azienda.
Si può riscontrare una maggiore rigidità che si traduce non solo sul piano spaziale, ma anche su quello temporale: nel caso del telelavoro gli orari sono più rigidi e, di norma, ricalcano quelli stabiliti per il personale che svolge le stesse mansioni all’interno dell’azienda.

Lo smart working è per molti, ma non per tutti

Secondo i consulenti del lavoro, i dipendenti o lavoratori autonomi che non svolgono mansioni manuali o a contatto con il pubblico, e che quindi possono lavorare da casa sono 8,2 milioni.
Prima dell’emergenza Coronavirus a lavorare da casa in Italia erano in 570 mila, il 2% dei dipendenti, contro il 20,2 % del Regno Unito, il 16,6% della Francia e l’8,6% della Germania. Poi è esplosa la pandemia e in due settimane, 554.754 lavoratori sono stati mandati a lavorare da casa. È il più grande esperimento di lavoro a distanza mai attuato nel nostro Paese.

Da un articolo del Corriere della Sera

Un’analisi del Politecnico di Milano mostra che la percentuale delle piccole e medie imprese che non hanno alcun interesse allo smart working è passato nell’ultimo anno dal 38% al 51%. Anche le pubbliche amministrazioni, che in base ad una legge del 2018 dovrebbero consentire il lavoro smart al 10% dei dipendenti, nella realtà iniziative strutturate sono state realizzate solo nel 16% dei dipartimenti. Pure qui si scontano resistenze dovute e ad un personale poco digitalizzato, oltre alle inefficienze organizzative. Pochi giorni fa, però, il coronavirus ha sbloccato tutto: una circolare del ministero ha consentito a tutti i dipendenti di lavorare da casa anche usando il proprio computer, dunque tutte le obiezioni poste negli ultimi sono state superate in un colpo solo.

Quali sono gli svantaggi del lavoro agile? Perché in Italia non è diffuso come in altri paesi?

Lo smart working finora non è stato molto considerato dagli italiani, o per questioni logistiche, come ad esempio la necessità di avere una rete internet VPN ed un server abilitato per le connessioni esterne, che consenta di accedere al desktop dell’ufficio e dialogare con i file dell’azienda; o per vere e proprie “lacune culturali”, l’essere, per così dire, poco digitalizzati.

“In Italia c’è una resistenza al cambiamento che definirei patologica – sostiene Domenico De Masi, professore di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma -. Non riusciamo ad abbandonare l’idea di dover per forza lavorare da un’altra parte, di doverci spostare da casa per raggiungere l’ufficio. Questa abitudine si è consolidata nel corso dei duecento anni di società industriale. Prima dell’avvento dell’industria, si lavorava a casa: il medico lavorava a casa, l’avvocato lavorava a casa, anche l’artigiano lavorava a casa. Poi è arrivata l’industria, con le sue macchine potenti e fragorose e, gli operai, hanno iniziato a spostarsi per raggiungerle. L’andirivieni tra casa e lavoro si è così insediato nella nostra mentalità e persiste tuttora, anche se viviamo in un’epoca in cui la maggior parte dei lavori potrebbe facilmente essere svolta da remoto”. 

Le principali criticità secondo i lavoratori riguardano innanzitutto la solitudine durante l’orario di lavoro, il poco contatto reale con le persone, compreso il team di lavoro, con cui si finisce per avere una bassa interazione. Questo punto rimanda, oltre che ad un concetto puramente relazionale del lavoratore, ad un aspetto molto importante dell’individuo: la coscienza di classe. Essa riguarda la consapevolezza di appartenere ad un determinato gruppo sociale, con cui si condividono interessi e ideologie.

Si costruisce durante la vita, a partire dalla realtà scolastica fino a definirsi, in modo marcato, in ambito lavorativo.

Già offuscata dalle tendenze capitalistiche, caratterizzate da pronunciata distanza tra gruppi ed illusoria promozione della scalata sociale, la coscienza di classe potrebbe essere spinta nel dimenticatoio se si dovesse affermare lo Smart Working in maniera esclusiva.

Un altro punto a sfavore si riferisce invece all’ambiente lavorativo, che risulta lo stesso dell’ambiente domestico, con una conseguente crescita dei fattori di distrazione. Se da un lato il lavoro agile può consentire di evitare di essere disturbati dai colleghi, dal via vai dell’ufficio, dall’altro può portare ad un aumento delle distrazioni derivanti da fonti esterne, quali i figli, il dover cucinare, la necessità di rassettare la casa. A causa di questi ultimi punti si comprende facilmente come mai a soffrire di più di questa tecnologica modalità di lavoro siano le donne.

Le donne, come vi abbiamo raccontato tramite la storia di Marina, l’imprenditrice, durante la prima settimana del progetto, sono oggetto di numerose iniquità in ambito lavorativo, in materia di responsabilità aziendali, possibilità di carriera e retribuzione. Queste disparità, e il cosiddetto gender pay gap, possono aumentare vertiginosamente quando le mansioni lavorative si sommano ai doveri domestici, sia in termini temporali che spaziali.

L’importanza della formazione

Il passaggio verso lo smart working è una frontiera di cambiamento su cui la formazione può svolgere un ruolo molto importante.
Prima di avviare la sperimentazione in azienda occorre analizzare la propria maturità culturale per capire quanto sia compatibile con la nuova modalità lavorativa. Le risorse interne sono improntate alla flessibilità ed al superamento delle gerarchie?
Sono presenti davvero tutte le competenze necessarie a supportare il progetto di smart working?
Molte aziende ritengono che per l’estensione di tale modalità sia importante diffondere una cultura aziendale basata sulla valorizzazione della persona, seguita ovviamente dalla fiducia nell’impresa. Bisogna guidare sia i dipendenti sia i datori di lavoro verso l’attitudine all’autonomia e alla responsabilità e verso un miglior utilizzo degli strumenti digitali.
Il tutto deve essere accompagnato da un sistema di valutazione dei risultati attraverso opportuni indicatori chiave di performance. E’ importante che il punto focale di questa modalità diventi il risultato, non il processo. Non deve essere controllato il tempo che il lavoratore passa alla scrivania, ma quanto questo tempo sia stato fruttuoso, si deve passare dalla quantità alla qualità del lavoro, per far si che questo diventi reale è fondamentale che si instauri un rapporto di reciproca fiducia tra il dipendente e il datore di lavoro.

I pro dello smart working

Secondo il professor De Masi, grande sostenitore del telelavoro prima, dello smart working oggi: “Nel corso del tempo, per scoraggiare questa pratica, si sono diffuse molte fake news, come quella che vede chi lavora da casa ‘isolato’ dal resto del mondo. Non è così: chi lavora da remoto può svolgere il suo lavoro in tutta tranquillità e concentrazione senza perdersi in chiacchiere inutili, può scendere al bar sotto casa per un caffè, parlare con gli altri, rapportarsi con le persone senza essere costretto a passare del tempo con gente che non ha scelto”.

A favore del lavoro agile c’è senza dubbio un guadagno sia economico che di tempo. Al primo posto, per più di un terzo degli intervistati(1), c’è infatti il risparmio del tempo che di solito si impiega per andare a lavoro (dai 30 minuti alle 2 ore ogni giorno), mentre il 30% apprezza la maggiore flessibilità di orari e il 15% il risparmio economico: non prendendo più mezzi di trasporti ed evitando pranzi fuori. Molti hanno considerato il pranzo a casa come l’occasione di mangiare più sano oltre, per il 13% del campione, alla possibilità di trascorrere più tempo con la famiglia.  Si riesce più facilmente a ritagliare del tempo per svolgere attività fisica, per occuparsi dei propri figli, magari stando all’aria aperta.

E’ molto importante per noi sottolineare un altro aspetto: sicuramente diminuisce il tempo passato con i colleghi di lavoro, che può essere considerato un lato negativo o positivo a seconda della situazione individuale, ma certamente può aumentare il tempo dedicato a fare comunità.

«La comunità ci manca». Sono queste prime parole del libro di Zygmunt BaumanVoglia di comunità.

Spesso il lavoro risucchia tutto il tempo a disposizione degli individui, i quali lasciano le proprie abitazioni la mattina presto e ritornano a casa con il buio, salutando a malapena i propri vicini di casa, non conoscendoli veramente. A volte si accorgono distrattamente che è stato aperto un nuovo negozio proprio sotto casa loro, non l’avevano mai notato prima. Si limitano a raccogliere e poi buttare i tanti volantini di iniziative sociali del quartiere, dai laboratori creativi per i bambini alle sagre di paese.
La costruzione di una comunità spesso ha origine da esigenze materiali e poi può diventare arricchimento culturale attraverso condivisione di pensieri. Tante sono le possibili strade da percorrere per creare comunità: la creazione di un orto in un centro sociale, ad esempio, può permettere di abbattere il muro di diffidenza tra i cittadini, si può addirittura pensare ad una autoproduzione, una reale alternativa al modello economico, capace di creare beni, ma soprattutto di unire le persone.

Fare comunità significa promuovere, riformulare un paradigma culturale, politico e sociale, ecologico e virtuoso, opposto a quello vigente, caratterizzato da individualismo e competizione.

 

Da un articolo del Corriere della Sera

Tornando allo smart working, risulta evidente un guadagno delle aziende: si riducono gli spazi, si pagano affitti più bassi e bollette della luce più leggere, si ha una netta riduzione del cartaceo e hanno una produttività del lavoro più alta. Uno studio della Bocconi ha messo a confronto due gruppi di lavoratori uguali. Ne è risultato che i lavoratori in smartworking, su 9 mesi di sperimentazione, hanno fatto 6 giorni in meno di assenze, il rispetto delle scadenze è aumentato del 4,5% e l’efficienza del 5%.

Si ritiene che lo smart working sia più meritocratico: diminuendo la necessità di controllo da parte del datore di lavoro, cresce una responsabilizzazione del lavoratore; inoltre lo smart worker ha, nella maggior parte dei casi, la possibilità di scegliere il luogo più stimolante dove lavorare, che sia un bar, un parco o il proprio divano, sentendosi di conseguenza più creativo e rilassato.

I lati positivi di cui abbiamo parlato finora possono essere tutti messi in discussione: il maggior tempo libero, contrapposto alla difficoltà di staccare la spina e all’overwork, la maggior fiducia tra lavoratori confrontata con la difficoltà di dialogo e di comunicazione con il team lavorativo; ma un vero, tangibile vantaggio lo avrebbe l’ambiente.
Meno spostamenti per necessità lavorative, vuol dire meno traffico, vuol dire meno inquinamento. Si potrebbero promuovere spostamenti di pochi chilometri a piedi, in bicicletta, per raggiungere luoghi di lavoro condivisi.

Nei risultati dello studio The Added Value of Flexible Working (2)  si legge che una diffusione su vasta scala del lavoro flessibile ridurrebbe i livelli di diossido di carbonio di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, più o meno la stessa quantità che verrebbe sottratta dall’atmosfera dall’opera di 5 miliardi e mezzo di alberi.
Inoltre, come già detto, si avrebbe una riduzione dell’inquinamento dato dal riscaldamento, dall’elettricità e dalle tonnellate di carta, che sono necessari per gestire un complesso aziendale.

 

In conclusione, lo smart working non è né totalmente positivo, né totalmente negativo, tutto dipende dall’approccio del lavoratore, da come è regolamentata la mole di lavoro da sbrigare, rispettando la legge 81 del 2017, che stabilisce alcuni principi di base, come il diritto alla parità retributiva e alla disconnessione.

Probabilmente la soluzione migliore potrebbe essere un lavoro agile parziale: su cinque giorni lavorativi recarsi in ufficio ad esempio una, due volte, come suggeriscono i risultati dei vari sondaggi analizzati prima.
Quello che è stato messo in campo attualmente è un telelavoro in emergenza, non è un’opzione ma un obbligo.
Quando finirà l’emergenza Coronavirus e sarà ripristinata la normalità, sarà necessario rivalutare questa modalità a livello individuale, aziendale e nei contratti collettivi. In particolar modo senza fare differenze di sesso e condizione familiare.
Mai come in questo periodo abbiamo sentito il bisogno della tecnologia per poter continuare a studiare, a vedere e sentire i nostri amici e parenti e, in molti casi, a lavorare; in quest’ottica abbiamo inserito il lavoro agile come possibile spazio di reazione, riflettendo sia in positivo sia in negativo su come l’interposizione di uno schermo possa cambiare la nostra società.

                                                                       Chiara e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti:

  1. The Workplace Revolution – a picture of flexible working – Magazine US
  2. Smart working e telelavoro: quali sono le differenze? La guida e le informazioni utili
  3. Documentazione Economica e Finanziaria – Dettaglio Atto Normativo
  4. Coronavirus impone maxi-test mondiale sullo smart working. De Masi: “In Italia c’è una resistenza patologica”
  5. Gender pay gap in EU countries based on SES (2014)
  6. Coronavirus, smartworking obbligatorio per tutti ma ad 11 milioni di italiani manca la connessione | Milena Gabanelli
  7. (1) È ciò che emerge da un sondaggio condotto dalla società IZI in collaborazione con la società di consulenza Comin & Partners su un campione di 1.002 lavoratori italiani tra i 18 e i 65 anni con esperienza di lavoro agile, intervistati tra il 7 e il 9 aprile. Sembrerebbe infatti che l’80% sia favorevole a lavoro agile e che addirittura il 37% non tornerebbe più in ufficio e pur di non rinunciarci sarebbe disposto a rinunciare a parte dello stipendio.
    (2) The Added Value of Flexible Working commissionato dal leader mondiale per la fornitura di spazi di lavoro Regus, è il primo studio socio-economico che analizza l’impatto dello smartworking sull’ambiente.
SCIOPERO GLOBALE, UNA CRISI PER (R)INNOVARE

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Tutela di lavoratrici e lavoratori nell’economia neoliberista: sindacati, globalizzazione e nuove prospettive

Gli spazi di reazione sono  luoghi, fisici ma per lo più ideali, in cui ci si può confrontare su determinate tematiche e problematiche al fine di strutturare un’azione che possa migliorare la condizione attuale. L’associazionismo consente nel creare spazi di reazione: il concetto di lavoro salariato si è sempre accompagnato alla necessità di aggregarsi al fine di tutelare i propri diritti. 

In questo articolo si illustrano le basi dell’associazionismo nel mondo del lavoro al giorno d’oggi. Verrà approfondito il funzionamento dei sindacati, perché il sistema delle  organizzazioni sindacali è in crisi, e quali sono le nuove prospettive in questo ambito.

Sindacati, questi sconosciuti

Dal punto di vista giuridico,“l’organizzazione sindacale comprende tutti quei soggetti che in totale libertà decidono di aderire ad un determinato sindacato per farsi rappresentare. I sindacati nell’ordinamento italiano sono associazioni di privati.”[2] Rappresentano i lavoratori al fine di tutelarne i diritti sul luogo di lavoro, pertanto la loro attività viene esplicata su categorie ben precise di lavoratori (asse verticale) o su base territoriale (asse orizzontale).

Per garantire una democrazia industriale (democrazia in merito all’organizzazione del lavoro e alle decisioni sulla produzione, ossia su cosa e come produrre) al fine di ottenere idealmente una democrazia economica (equa distribuzione di beni sociali, redditi, poteri ed opportunità)  bisogna garantire la partecipazione dei lavoratori all’impresa. Tuttavia “l’impresa e il mercato sono luoghi inadeguati a garantire una effettiva partecipazione dei lavoratori ai processi che governano la produzione e la distribuzione della ricchezza” in quanto “la correlazione fra diritto di proprietà e rischio dell’impresa – nella tradizione liberale – conferisce all’imprenditore il potere direttivo e gerarchico di disporre strumentalmente della prestazione dei lavoratori subordinati. Come proprietario-imprenditore-che rischia, l’imprenditore avrà il diritto e il potere di determinare il cosa, il quanto, e il come  produrre.”[4]

I principali strumenti adottati dal sindacato per realizzare l’obiettivo di una democrazia industriale nell’ambito dell’impresa capitalistica, sono contratti collettivi, conflitto industriale (scioperi) e diritti partecipativi.
Benché la  partecipazione dei lavoratori sia prevista persino dalla Costituzione Italiana (art.46), il modello di partecipazione vigente nel nostro paese è fondamentalmente basato sulla contrattazione collettiva che vede i poteri e  le responsabilità della proprietà/management in netta contrapposizione rispetto  ai lavoratori e al sindacato.

Con il passaggio dal fordismo al  post-fordismo c’è stato un mutamento delle relazioni industriali:

  •     il fordismo annienta l’individualità del lavoratore che si caratterizza del suo sapere e nel suo potere di controllo sulla prestazione lasciando il posto alla coscienza di classe;
  •     il post-fordismo agisce in modo diametralmente opposto favorendo l’individualizzazione dell’individuo (vista nell’ottica del capitalismo reticolare come dimostrazione della propria performance in quanto fautore della competitività) a scapito del legame solidale e del potere sociale collettivo.

Nel mondo lavorativo si assiste pertanto ad una frammentazione sociale (precariato) ma anche territoriale (delocalizzazione) riconducibile al fenomeno della globalizzazione. Difatti il potere imprenditoriale si sottrae sempre più alla dialettica con i sindacati, ma anche dei singoli Stati, assumendo una dimensione transnazionale e al tempo stesso andando in contro al decentramento decisionale della nuova organizzazione del lavoro. Si perde, in questo modo, lo spazio unitario all’interno del quale l’economia era assoggettata a forme democratiche di controllo: a monte c’era la programmazione e l’intervento pubblico; a valle i sindacati sfruttavano strumenti efficaci di partecipazione e controllo dei lavoratori nell’impresa.

Nello scenario odierno la contrattazione collettiva è ostacolata da delocalizzazione (difficoltà nell’organizzazione delle strutture produttive disintegrate in piccole e medie imprese sul territorio internazionale), dalla precarietà (con lavoratori facilmente ricattabili, non standard  e impossibilitati a pagare l’iscrizione ad un sindacato), dall’individualizzazione dei rapporti di lavoro,  dalla nascita di strategie di partecipazione  diretta che surclassano i sindacati stessi nella loro funzione di rappresentanza. La segmentazione del  lavoro derivata da questo scenario, inoltre,  ha comportato che la maggior parte degli iscritti ai sindacati faccia parte dei segmenti che hanno maggiori tutele nel mondo del lavoro, facendo apparire i sindacati come organizzazioni dedite esclusivamente alla salvaguardia dei propri interessi a scapito di coloro che non ne fanno parte. Tutto questo ci fa comprendere come i sindacati siano entrati in crisi e l’azione sindacale sia spesso messa sotto scacco trovandosi ad accettare, nelle trattazioni contrattuali, l’unica alternativa del “prendere o lasciare”.

Delocalizzazione e ristrutturazione aziendale 

La competitività che caratterizza l’attuale economia neo-liberista si traduce in un capitalismo dinamico alimentato dai processi di globalizzazione economica che hanno avuto luogo dagli anni ottanta dello scorso secolo. Questo giustifica la sempre maggiore diffusione dei processi di ristrutturazione aziendale delle multinazionali che in molti casi si concludono con il trasferimento di interi siti di produzione. La ristrutturazione può dar luogo a due situazioni: reali processi di delocalizzazione – ossia l’atto di dislocare la produzione in regioni o stati diversi –  e la minaccia della delocalizzazione. Possiamo individuare, quindi, due differenti strategie adottate dai sindacati: nel primo caso, rappresentanti dei lavoratori e management cercano di applicare politiche di aggiustamento; nel secondo caso, i primi cercano di ridurre gli incentivi alla delocalizzazione per indurre i secondi ad evitarla.

Nella seconda eventualità, i rappresentanti dei lavoratori cercano di sottoscrivere i Patti per l’Occupazione e la Competitività (Poc) che consistono in accordi reciproci tra il management dell’impresa e le organizzazioni sindacali e/o i consigli di fabbrica. Tuttavia i Poc sottoscritti negli ultimi anni da un lato hanno permesso di superare crisi aziendali, dall’altro appaiono come un mezzo del management per aumentare la competitività dell’azienda a scapito di adeguati reddito, flessibilità e costo del lavoro. 

Nel caso delle ristrutturazioni transfrontaliere di dimensione europea, importante è il coinvolgimento di organismi di rappresentanza europei che permettono di superare la limitazione delle risposte locali (alimentate dalla concorrenza tra i siti di produzione). Uno di questi organi di rappresentanza sono i Comitati aziendali europei (Cae), che vengono solo informati, ma di cui purtroppo si riscontra una bassa consultazione.  Fondamentale nei processi di ristrutturazione transfrontaliera è il coordinamento europeo, in quanto essi non possono essere discussi a livello nazionale efficacemente: è necessario un approccio comunitario per garantire la tutela di tutte le parti (deve essere garantita la presenza del management centrale, delle Federazioni industriali europee e del Cae).

Delocalizzazione e catene globali del lavoro

Le multinazionali del passato si caratterizzano per una produzione sul territorio nazionale ed un esportazione verso territori esteri. Come abbiamo già evidenziato, questa dinamica è mutata, essendo resa favorevole dalla delocalizzazione della produzione, a sua volta favorita da deregolamentazione dei mercati, dalla riduzione delle barriere commerciali e dalla liberalizzazione finanziaria. Prodotto di questo cambiamento sono le Catene globali del valore (Cgv), una rete a scala globale di piccole e medie imprese aventi attività interdipendenti, separate funzionalmente e disperse sul territorio. Le grandi imprese (c.d. lead firm) dunque rinunciano al loro coinvolgimento diretto nella produzione, delegandolo alle altre (che molto spesso sorgono in Paesi del Sud del mondo) ed effettuando su queste ultime un controllo indiretto.

Nella frammentazione dei processi produttivi il sindacato si pone nell’ottica di un nuovo internazionalismo che rappresenti un’alternativa nei confronti del neo-liberismo: l’obiettivo è una cooperazione internazionale tra sindacati  al fine di unire in modo solidale luoghi di lavoro presenti in realtà territoriali diverse in ambito globale per condividere proposte e attività che portino alla realizzazione di alleanze globali che hanno come comune denominatore lo sfruttamento. Tuttavia le esperienze recenti ci mostrano come la forte entità statuale del sindacato renda difficile la cooperazione internazionale tra gli stessi senza che subentrino gli interessi nazionali.

Altro strumento di tutela adottato sono stati gli International Framework Agreements (Ifa), consistenti in accordi tra  Federazioni globali dei sindacati (Global union federation, Guf) e imprese transnazionali a livello centrale al fine di preservare i diritti dei lavoratori. Gli Ifa rappresentano un primo tentativo di colmare la forte carenza legislativa in ambito di regolazione di lavoro internazionale (che è stata anche incentivo per l’espansione a livello globale delle imprese multinazionali).
Ulteriore strategia è l’alleanza con movimenti sociali, che si differenziano dalle organizzazioni sindacali in quanto non agiscono unicamente sul luogo di lavoro, ma sono volti al cambiamento sociale. Si parla di sindacato movimentista o sindacalismo sociale globale: sindacati che non guardano al lavoratore solo in quanto tale, ma lo considerano cittadino, donna, migrante, etc.

A onor di completezza bisogna dire che anche le imprese lead hanno cercato di sopperire alla carenza legislativa nella regolamentazione del lavoro tramite i Private social standard iniziative (Pps), i quali rappresentano dei codici che l’impresa stipula su base volontaria al fine di far rispettare determinati standard alle aziende della Cgv dei Paesi in via di sviluppo. Ma fatta la legge, trovato l’inganno: le imprese lead, pur sottoscrivendo i Pps, trovano degli escamotage per evitarne l’applicazione come i “triangoli manifatturieri”(in cui si riscontra una sistematica delocalizzazione a seguito dell’aumento della presenza sindacale).

Precariato: frammentazione sociale 

Nei Paesi dove vige un capitalismo avanzato (Italia compresa), il lavoro contemporaneo ha subito delle trasformazioni che hanno minato le fondamenta del lavoro stesso in nome della flessibilità: cambiamenti nelle tempistiche lavorative, ma anche dei luoghi di lavoro, nelle retribuzioni, nei percorsi professionali, nelle forme contrattuali (l’impiego a tempo indeterminato lascia sempre più spazio a contratti a tempo determinato, spesso parziale, a chiamata o pseudo-autonomi) e questa grande frammentazione si è riverberata anche nelle tutele, nei diritti dei lavoratori e nelle forme di rappresentanza.

Si assiste alla nascita dei c.d. lavoratori non tipici comprendenti coloro che svolgono lavoro indipendente, parasubordinato e dipendente a termine. Le carriere lavorative dei più sono sempre maggiormente caratterizzate da brevità (elevato turn over) e segmentazione, i problemi dei lavoratori sono spesso eterogenei e più complessi rispetto a quelli dei lavoratori stabili. In virtù di questo, i sindacati appaiono inadeguati a rappresentare queste nuove figure lavorative, perché sono fossilizzati sulla visione di una rappresentanza di classe, portatori di diritti di un soggetto sociale omogeneo e di interessi generalizzati. Alla variabilità contrattuale, inoltre, si unisce anche l’elevato turn over che da un lato per la brevità relazionale rende difficile il coinvolgimento dei lavoratori da parte dei sindacati e dall’altro pone lavoratrici e lavoratori in una posizione di facile ricatto, pertanto più restii al coinvolgimento nelle attività sindacali. La storia di questi individui è caratterizzata da difficoltà nel comunicare e nell’organizzarsi, che determinano un isolamento dell’individuo stesso che non può godere del senso di appartenenza collettiva ad una ben precisa classe lavorativa, in quanto vi è una discontinuità nelle biografie personali.

Laddove i sindacati hanno fallito, nuove forme di rivendicazione sono sorte, fondanti su reti di azioni, persone, progetti e  pratiche bottom-up – ossia dal basso verso l’altro. L’inorganizzabile è divenuto organizzabile: è il caso della rete di San Precario, movimento che rappresenta lavoratrici e lavoratori precari  come tali, ma soprattutto come cittadini, affiancando modalità di vertenzialità tradizionale legale a forme di attivismo tipiche dei movimenti sociali (convegni, volantinaggio, azione simbolica di disturbo, etc.), continuando al contempo l’azione culturale nell’ambito della precarietà.

In questo contesto i sindacati dovrebbero mirare allo organizing ossia un approccio volto a  mobilitare settori marginali della forza lavoro (gruppi non organizzati, cittadinanza) al fine di fronteggiare la perdita di potere negoziale. Non solo, si dovrebbe dar luogo al social  movement unionism che mira ad unire lavoratori e lavoratrici al di fuori del luogo di lavoro, promuovendo l’auto-organizzazione e l’attivismo non solo in ambito lavorativo, ma più in generale per la giustizia sociale. I sindacati già si stanno muovendo secondo questa direzione, tuttavia risulta ancora fondamentale incrementare il numero di iscritti al fine di ottenere la legittimità della contrattazione. L’incontro con il lavoratore risulta fondamentale ma difficoltoso, a causa dell’isolamento del lavoratore precario, pertanto bisogna pensare a nuovi spazi di incontro che incentivino il senso di collettività. I sindacalisti, inoltre, devono essere formati e preparati ed in grado di utilizzare quanti più mezzi possibile per il coinvolgimento attivo di lavoratrici e lavoratori.

Mai più soli: le reti che salvano il lavoro (e non solo)

Da questa analisi dell’attuale stato delle organizzazioni sindacali nell’odierno scenario economico fondato su neo-liberismo e capitalismo, ma anche caratterizzato da una dilagante globalizzazione poco regolamentata, si evince che la crisi dei soggetti presi in esame può trovare una risoluzione.
I sindacati possono avere ancora ragione di esistere come strumenti di tutela per lavoratrici e lavoratori, ma devono abbracciare anche altre dimensioni dell’individuo supportando la tutela di diritti anche al di fuori del posto di lavoro costruendo reti con movimenti sociali.

In virtù di un’economia flessibile, essi stessi devono abbracciare questo principio adattandosi alle esigenze dei “nuovi” lavoratori, ridefinendo la propria struttura e al contempo promuovendo il dibattito in materia di sistemi di contrattazione collettiva e del diritto del lavoro nel suo complesso. Questo deve avvenire non solo in ambito locale, nazionale, ma a livello internazionale.
Sul profilo internazionale i sindacati devono trovare un punto di incontro al fine di contrastare la dilagante condizione di disuguaglianza che la globalizzazione ha incrementato (soprattutto tra Paesi del Nord e del Sud del mondo), abbandonando visioni nazionaliste ristrette per assicurare equità nel trattamento dei lavoratori e facendo attività di advocacy nei confronti delle istituzioni, al fine di definire normative chiare in ambito di diritto del lavoro internazionale.

L’invito è quello di ripensare al mondo del lavoro in modo creativo, svincolandosi dal passato e creando nuove proposte basate sulla condizione odierna dei lavoratori, ma anche su una vision che punti, in una dimensione più ampia, al miglioramento della vita dei cittadini.

Alessandra DT e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Sindacato
  2. https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/rapporti-di-lavoro-e-relazioni-industriali/focus-on/Tutela-diritti-sindacali/Pagine/default.aspx
  3. https://www.laleggepertutti.it/232088_sindacato-come-funziona#Che_cose_e_che_cosa_fa_il_sindacato
  4. http://www.europeanrights.eu/public/commenti/Leonardi.doc
  5. Gino Giugni (2014), “Diritto sindacale”, Cacucci Editore
  6. https://www.senato.it/1025?sezione=122&articolo_numero_articolo=46
  7. Borghi, Dorigatti (2011),“Trasformazioni del lavoro, globalizzazione e ricerca sociale  piste di esplorazione per rinnovare la difesa  del lavoro”,Sociologia del lavoro, n.123/2011
  8. https://it.wikipedia.org/wiki/Delocalizzazione_(economia)
  9. Lidia Greco (2011), “Produzione globale, lavoro e strategia sindacale: alcune riflessioni a partire dalla teoria delle catene globali del valore”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  10. Volker Telljohann (2011), “Processi di delocalizzazione nel settore europeo degli elettrodomestici e forme di regolamentazione sociale”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  11. Michael Fichter, Markus Helfen, Katharina Schiederig (2011), “Si può organizzare la solidarietà internazionale a livello aziendale? La prospettiva degli International Framework Agreements (Ifa)”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  12. Annalisa Murgia, Giulia Selmi (2011), “Ispira e cospira. Forme di auto-organizzazione del precariato in Italia”, Sociologia del lavoro, n.123/2011
  13. Daniele Di Nunzio, Andrea Brunetti, Chiara Mancini (2015), “Le frontiere dell’azione sindacale nella frammentazione del lavoro”

 

DECOLONIZZAZIONE DELL’IMMAGINARIO CAPITALISTA

DECOLONIZZAZIONE DELL’IMMAGINARIO CAPITALISTA

DECOLONIZZAZIONE DELL’IMMAGINARIO CAPITALISTA

La scorsa settimana abbiamo detto che la madre di tutte le disuguaglianze è la disuguaglianza economica. In questa settimana il nostro obiettivo è  riflettere sui  meccanismi che causano la disuguaglianza economica e su come noi possiamo cambiare le carte in gioco, promuovendo un nuovo modo di vedere il lavoro e costruendo il nostro ruolo da cittadini.

Il termine economia deriva da oikos e nomos; oikos in greco significa casa e nomos significa “legge”. Il primo significato che assume questa parola è “buona amministrazione della casa”. La casa è amministrata dal singolo cittadino privato, ma la sfera privata del cittadino greco non è separata dalla dimensione pubblica e dunque quello che è il bene del cittadino rispecchia il bene della comunità, anzi la preminenza è alla comunità, al punto che andare contro il proprio bene particolare in nome del bene comune è una dimostrazione di valore, di integrazione, di civiltà. I termine nomos però è intraducibile in latino, e a maggior ragione in italiano, perché ci troviamo in una nuova società con una concezione completamente diversa, in cui l’interesse privato è slegato dal destino della comunità, di conseguenza, il concetto stesso di economia cambia, è ormai guidata dai singoli interessi particolari. L’eredità che noi oggi continuiamo a coltivare deriva quindi, non più dall’ideale greco, ma da una cultura che, contrapponendo l’individuo alla comunità, scava un profondo fossato tra il singolo e il contesto di relazioni che lo circondano; l’economia in tale scenario non può che divenire una mera strategia per accumulare denaro e potere. Questo può avvenire, e avviene, grazie a precise dinamiche culturali, psicologiche e sociali, che qui di seguito proveremo ad analizzare.

Alle radici della disuguaglianza economica

L’economia si fonda su regole semplici:
vi è la domanda di colui che deve acquistare un prodotto e vi è l’offerta di colui che lo produce, il mercato è il luogo d’incontro tra domanda e offerta, e il prezzo è determinato dal mercato stesso.

Immaginiamo un sistema chiuso ( una comunità che non scambia merci) costituito da imprese e famiglie: le prime producono un insieme di prodotti atto a soddisfare le esigenze delle seconde . Le famiglie forniscono alle imprese forza lavoro e ricevono un reddito con il quale acquistano i prodotti delle stesse imprese. Ne consegue che la ricchezza prodotta è uguale alla ricchezza distribuita.
In una condizione come quella appena descritta l’unico modo per migliorare il benessere delle famiglie sarebbe quello di introdurre un’innovazione tecnologica che consenta di aumentare la produttività del lavoro. Infatti, in una condizione di piena occupazione, la quantità di lavoro non può essere incrementata, di conseguenza il reddito prodotto non può crescere e di riflesso non può crescere neanche il reddito distribuito.

Se in luogo di un sistema chiuso consideriamo un sistema aperto con relazioni di scambio con l’esterno (rappresentato da altri sistemi analogamente aperti) le condizioni di equilibrio precedentemente descritte mutano radicalmente. In presenza di differenziali di produttività del lavoro tra i diversi sistemi, quel sistema che avrà la produttività più elevata potrà vendere all’interno dei sistemi concorrenti a prezzi più bassi, acquisendo una parte della domanda proveniente dalle famiglie degli altri sistemi meno competitivi. Questo vuol dire che nei sistemi più deboli una parte del reddito distribuito non tornerà alle imprese sotto forma di acquisto di prodotti e conseguentemente queste saranno costrette a ridurre la produzione, i livelli di occupazione e il reddito distribuito, innescando così una spirale recessiva.

In luogo di una riduzione dei livelli occupazionali le imprese potrebbero essere indotte ad abbassare il livello dei salari, mentre nel sistema più competitivo l’aumento della produzione porterà ad un incremento dei salari (seppur meno che proporzionale) di conseguenza si creerà una forbice dei redditi che spingerà i lavoratori dei sistemi meno competitivi a migrare verso quello più competitivo. Nel tempo questo divario dei salari spingerà le imprese del sistema più competitivo a spostare talune attività produttive nei sistemi meno competitivi, sfruttando il minor costo del lavoro.
Alla fine quindi vi sarà una condizione di tendenziale riequilibrio, ma allo stesso tempo crescerà il livello di dipendenza dei sistemi più deboli da quello più forte.

L’invenzione della mancanza e la nascita del desiderio

Una strategia efficace per poter aumentare la produzione in un paese sviluppato è quello di focalizzarsi sulla domanda, ovvero fare in modo che questa aumenti.

Questo implica non solo un impatto sul mercato, ma soprattutto delle conseguenze sulla popolazione, che verrà indotta ad acquistare dei prodotti anche se non ne sente il bisogno, anche se non strettamente necessari. Questo meccanismo crea un circolo vizioso che si basa sulla creazione di una mancanza e il soddisfacimento di quest’ultima da parte dell’azienda.

L’economia trasforma l’abbondanza naturale in scarsità attraverso la creazione artificiale della mancanza e del bisogno, il che porta all’appropriazione della natura e alla sua mercificazione”.

Facciamo un esempio, i trasporti: una persona può spostarsi da un paese all’altro perché vi è un mezzo di trasporto che glielo permette, quando quella persona si sarà trasferita questo la porterà a sentire mancanza dei suoi cari, creerà il bisogno di rivedere questi ultimi, il quale potrà essere soddisfatto solo dai trasporti stessi. Scriveva Ivan Illich: “gli utenti spezzeranno le catene del trasporto superpotente quando cominceranno di nuovo ad amare come territorio il loro circondario e a temere di allontanarsene troppo spesso

La creazione della mancanza si fonda sulla “colonizzazione dell’immaginario”, sin dalla tenera età vengono plasmati nuovi consumatori. “Per infiltrarsi negli spazi vernacolari il primo homo oeconomicus aveva adottato due metodi in qualche modo analoghi l’uno al retrovirus HIV e l’altro ai mezzi impiegati dai trafficanti di droga” si tratta della distruzione delle difese immunitarie da una parte e dall’altra della induzione di nuovi bisogni. (Majid Rahnema, 2005) Secondo l’economista Serge Latouche, il primo obiettivo viene realizzato dalla scuola, il secondo dalla pubblicità. Tutto ciò infatti può avvenire perché ci troviamo in una società in cui la scuola, ha perso la sua funzione di livellatore culturale, in nome di una didattica “ad personam”, che non fa altro che reiterare le differenze culturali di base (familiari). Dunque, nel contesto scolastico, i giovani imparano l’accettazione passiva del proprio destino, decretato da una competizione tra ragazzi che dispongono di un capitale culturale estremamente diseguale; e il fallimento scolastico diviene un “apprendistato all’insoddisfazione”. (Latouche, 2011). A scuola si preparano i giovani alla società così com’è e non a come dovrebbe essere, preferendo formare al posto di menti libere e rivoluzionarie, futuri produttori-consumatori alienati, “schiavi civilizzati”, nel nome del rispetto delle loro particolari ambizioni e capacità. La nostra società ha assunto come valore supremo la competenza professionale al posto del bene comune, e la conseguenza di questo è cancellare la responsabilità dell’attore, rendendolo un mero esecutore. D’altronde, è la banalità del male…

È così che nelle imprese i manager realizzano gli obiettivi imposti dagli azionisti, mentre al termine della catena gli operai si suicidano o vengono licenziati. È così che nelle amministrazioni i funzionari coscienziosi “fanno economie”, espellendo lavoratori immigrati, cancellando i disoccupati dalle liste dei sussidi ecc. In questo modo si provocano dei drammi umani- depressioni, stress di massa, suicidi- di cui è responsabile il sistema ma di cui nessuno è colpevole. (S. Latouche, 2011)

Le basi del consumismo

Il sistema consumistico nasce negli anni ’50 all’alba del boom economico del decennio successivo. I pilastri su cui questo sistema si basa sono:

  1. PUBBLICITÀ, che crea instancabilmente il desiderio di consumare;
  2. CREDITO, che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha soldi;
  3. OBSOLESCENZA, assicura il rinnovamento obbligato della domanda.

È facile comprendere come questi meccanismi pongano le fondamenta per un rapporto assolutamente malato tra cittadino, quindi consumatore, e azienda produttrice, e, ancora più grave, questa logica infetta in modo drammatico anche i rapporti tra il cittadino e la società civile, e tra lo Stato e il cittadino, andando a inquinare le radici della democrazia.

Scrive Edward BernaysLa manipolazione consapevole e intelligente, delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica. Coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese.” E’ fondamentale iniziare a comprendere quali meccanismi regolino la nostra vita privata, ma soprattutto la nostra vita civile, perché questi interessi non vengono solo assecondati dalla politica, no, questi interessi regolano e orientano le decisioni politiche, le quali si riducono a un mero mezzo, tra i vari, degli interessi economici delle grandi multinazionali. Tuttavia, il problema è sì, riconducibile al sistema sbagliato, ma è soprattutto sottostante ad una logica, e mai come in questo spazio bisogna sottolinearlo, legittimata dal singolo, dalla persona che si rende parte di questa massa deforme e poco omogenea che ben si piega alle subdole logiche economiche. Tutto quello che avviene nella società non avviene per costrizione:  siamo assuefatti a questo modo di consumo  che va ben oltre il necessario, e compromette fino alle nostre relazioni più intime.  “Le persone si spoliticizzano, si privatizzano, si rifugiano nella loro piccola sfera “privata”, e il sistema fornisce loro i mezzi per farlo” (S. Latouche, 2011).

Il feticismo e la parabola della torta

La società della crescita economica, per crescere, appunto, ha bisogno di produrre e vendere. Di conseguenza quanto più aumentano, non solo le produzioni in termini quantitativi, ma anche  le stesse merci da vendere, tanto più la ricchezza cresce (ovviamente non in modo proporzionale). Il sistema consumistico ha reso merci tutti i beni quantificabili, attribuendogli un valore monetario misurabile, mentre ciò che resta, le relazioni, la solidarietà i valori etici e morali rientrano in una sfera non quantizzabile, di conseguenza accessoria, un surplus, che non avendo un valore monetario viene svalutato e svilito.

L’obiettivo che caratterizza la società capitalista, è l’accumulo del capitale, che in termini nazionali può ben essere tradotto con “PIL”, gli stati della Terra corrono, si indebitano, accettano disuguaglianze e ingiustizie in nome del PIL. Questo avviene a causa di quello che Latouche definisce il feticismo del Pil e la parabola della torta: “secondo il dogma economico far crescere la torta è il modo migliore per facilitarne la sua divisione e per dare più o meno soddisfazione a tutti, realizzando così il programma utilitarista delle società moderne: la più grande felicità per il più gran numero di persone” questo comporta ridurre l’etica a una mera giustizia distributiva, senza alcuna preoccupazione di verificare che la torta sia avvelenata. Ed effettivamente questa torta si rivela sempre più tossica: “da una parte aumenta inquinando e distruggendo il nostro ecosistema e dall’altra aumenta a spese di milioni di piccole torte che le persone producevano localmente con i propri mezzi”. (S.Latouche, 2011)

Il feticismo del PIL invece nasce da una falsa percezione, anche in questo caso possiamo parlare di colonizzazione dell’immaginario, in quanto troppo spesso si considera quest’ultimo un indicatore di “qualità della vita nazionale lorda” o “felicità nazionale lorda”,(Arne Næss, 1986) perché l’aumento del PIL viene accompagnato da una narrazione assolutamente positiva e orgogliosa, che poco tiene conto di cosa realmente rappresenti l’aumento del PIL, e cosa rientri nei “fattori di crescita” del PIL.

“Se vai in automobile da casa al lavoro consumi una certa quantità della merce carburante. Quindi fai crescere il PIL. Se lungo il tragitto trovi code e intasamenti, ci metti più tempo, ti stressi di più ma consumi più carburante, quindi fai crescere di più il PIL. Se credi che il PIL misuri il benessere non puoi arrabbiarti. Devi essere contento perché stai contribuendo ad accrescere il benessere collettivo, e di riflesso, anche il tuo. Quando sei in coda devi sorridere. Poi, se a causa dello stress ti distrai e hai un incidente, il costo di riparazione delle macchine incidentate lo farà crescere ancora di più. Nemmeno questo è il massimo. Per toccare il cielo con un dito occorre che in conseguenza all’incidente ti portino in ospedale, perché i costi del ricovero e delle cure comportano un’ulteriore impennata di PIL. Ti stai disperando perché chi governa l’economia ha dovuto ammettere che nel 2009 il PIL diminuirà al 2,6% e ti immagini che il futuro sia nero? Per consolarti pensa che buttiamo nell’immondizia una quantità di cibo pari al 2% del PIL. Se non lo buttassimo, la riduzione sarebbe del 4,6%. Quando riempi la pattumiera con pezzi di pane secco (per fortuna lo fanno in modo che duri mezza giornata), cibo ammuffito nel frigo, avanzi lasciati nei piatti, stai contribuendo al benessere collettivo. […] ti sei ammalato e hai il ripiano del comodino pieno di medicine? Non essere triste, pensa che il consumo di medicine fa crescere il PIL. Che guaio se tutti stessero bene: il PIL diminuirebbe.” (Maurizio Pallante, 2009)

Ad avvalorare questa tesi vi è un indicatore, chiamato Happy planet index elaborato dalla New Economics Foundation incrociando i risultati delle indagini sul sentimento di ben-essere vissuto, le aspettative di vita e l’impronta ecologica. Nel 2016 (ultimi dati disponibili) si sono piazzate in testa nell’ordine Costa Rica, Messico e Colombia. Mentre gli USA ottengono un misero 108esimo posto, (su 140 nazioni prese in esame), Germania al 49esimo e Italia al 60esimo. “In fin dei conti è abbastanza semplice capire perché la nostra ricchezza ci impoverisce. “Una società fondata sull’avidità e la competizione produce necessariamente una massa enorme di “perdenti” assoluti (gli emarginati) e relativi (i rassegnati), e dunque di frustrati, accanto a un piccolo gruppo di predatori sempre più ansiosi di consolidare la loro posizione o di rafforzarla”(S. Latouche, 20011).

Il capitalismo deve fare i conti con le leggi della fisica

Il sistema capitalistico ha, in sé, già scritto la sua fine. Questo perché il capitalismo ha insita in sé la hybris umana, pretende infatti di elevarsi al di sopra delle leggi della natura, con la presunzione che questa possa assicurargli risorse all’infinito e quindi garantire una crescita all’infinito. Un grande precursore della decrescita felice, Nicholas Georgescu-Roegen, critica la direzione dell’economia attuale. Questa, infatti, ha il suo fondamento in modelli puramente meccanici newtoniani, ignorando del tutto l’altra branca della fisica, la termodinamica. Perché questa visione dell’economia basata esclusivamente su leggi matematiche, è incompatibile con la realtà? Il processo economico, come tutti i processi vitali, è irreversibile, poiché la materia e l’energia che utilizza sono finiti, non reversibili appunto. È necessario, dunque, associare il processo economico alla legge termodinamica dell’entropia, eliminando finalmente la credenza che l’uomo goda del diritto di utilizzare gratuitamente e illimitatamente le risorse fornite dalla natura. Ne deriva, per Georgescu-Roegen, l’imperante necessità di realizzare una bioeconomia che attui una riduzione della produzione, collocando l’economia stessa all’interno di un pianeta finito.

Le fondamenta culturali del capitalismo

Come si arriva a tutto ciò? Quali sono le basi che permettono la lenta trasformazione dell’animale politico per eccellenza ad un parassita il cui unico interesse è acquistare e possedere?

Quanto appena descritto riguardo alla società della crescita manca di un nesso logico fondamentale, forse la chiave di volta per la comprensione non solo del sistema ma anche del nostro ruolo in quest’ultimo. La questione è che l’economia ha le sue radici e la sua legittimazione nella cultura, che le dà vita e sostentamento. È la nostra cultura occidentale individualista che ha reso possibile il passaggio dall’economia come buona amministrazione della casa, della comunità, a mezzo di arricchimento per pochi a scapito di tutti gli altri.

Se continuiamo passivamente ad accusare il sistema senza comprendere che siamo noi stessi a giustificarne l’esistenza non potremo eradicare l’infezione. Se continuiamo ad acquistare prodotti a basso costo senza preoccuparsi del costo ambientale che questi hanno, senza preoccuparci se dietro quel prodotto c’è un uomo o una donna sfruttato per pochi centesimi, o degli animali sottoposti alle peggiori sevizie, senza preoccuparci se dietro quel prodotto c’è una materia prima che è causa di guerra. Continuiamo a comprare ogni due anni nuovi cellulari senza soffermarci a pensare che il Coltan, la materia prima utilizzata per le batterie, costringe bambini a spezzarsi la schiena in una miniera, per pochi centesimi, per guadagnare la propria condanna. Tutta questa sofferenza per permettere a te di avere un nuovo modello di cellulare già programmato per smettere di funzionare dopo due anni, grazie alla fantastica trovata dell’obsolescenza programmata. Se continuiamo ad accettare che in nome della produzione, la gente muoia di tumore a causa delle emissioni di inquinanti e dei rifiuti tossici, come i cittadini di Taranto, come gli abitanti della terra dei fuochi, come in Malesia (e di tanti altri Paesi), dove gli Stati comprano i nostri rifiuti per gettarli nel cibo e nell’acqua dei propri bambini; se accettiamo tutto questo, come possiamo pretendere che questo possa cambiare?

Smettiamola. Dimostriamo che noi di questo sistema marcio non ne vogliamo fare parte e che combatteremo con tutti i mezzi di cui disponiamo per cambiarlo. Ritroviamo quel valore così profondo e naturale del bene comune, cominciamo a far coincidere il nostro interesse con quello della comunità. Riscopriamo il valore della comunità, ripudiamo la competizione a favore della cooperazione tra le persone. Aboliamo l’idea dell’individuo, l’essere-di-per-sé, per l’idea di persona, l’essere-in relazione, che significa essere  in rapporto con gli altri, un rapporto di solidarietà, una solidarietà come espressione di gratuità e libertà reciproca.

Giulia P e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

Serge Latouche, “Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita”, Torino, 2011, Bollati Boringhieri
Edward L. Bernays, “Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia”, 2008, Fausto Lupetti Editore
Ivan Illich, Energia ed equità (o Elogio della bicicletta), 1973, traduzione di Ettore Capriolo, Torino, 2006, Bollati Boringhieri
Majid Rahnema, “Quando la miseria caccia la povertà”, Einaudi, 2005
Maurizio Pallante, “La felicità sostenibile”, 2009, Rizzoli
Arne Næss, “Ecology, Community and Lifestyle”, 1986, Cambridge University Press
http://happyplanetindex.org/

 

NON TORNEREMO ALLA NORMALITA’

NON TORNEREMO ALLA NORMALITA’

NON TORNEREMO ALLA NORMALITA’

“Eppure il messaggio del virus è chiarissimo. Col linguaggio feroce che la natura sa usare quando vuol farsi sentire, ci dice che l’ordine del discorso va cambiato. Che è già cambiato. Le mappe su cui orientiamo i nostri percorsi sociali, a saperle leggere così come la pandemia le ha ridisegnate, già ci disvelano paesaggi fino a ieri invisibili – seppur presenti -, gerarchie di valori rovesciate. 

A cominciare dalla mappa del lavoro.”

Marco Revelli

 

“Et si l’épidémie, en faisant remonter en première ligne tous les travailleurs invisibles de la société de services, était le grand révélateur des fractures sociales ?” * 

Denis Maillard

 

Ed eccoci qui a parlare di sistema durante una crisi di sistema.

Quando ad ottobre abbiamo scelto il lavoro come finestra attraverso cui guardare alle dinamiche oggetto della salute globale, mai avremmo pensato di ritrovarci in mezzo ad una crisi che le mette a nudo.

La pandemia da COVID-19 sta colpendo il mondo intero come un gigantesco tsunami: sommerge il mondo fino ad ora esistito, immobilizzando l’immobilizzabile. L’onda sommerge la società del consumo e fa emergere, come fosse una coperta troppo corta, la società dei servizi: di decreto in decreto, abbiamo visto selezionare ciò che veniva considerato, del mondo del lavoro, essenziale; sospendere il superfluo.
Mentre il superfluo sta sotto (la gente di mare lo sa, il modo migliore per evitare un’onda è bucarla mentre arriva!), in attesa che l’onda si ritiri, la società dei servizi emerge su scialuppe di salvataggio, barcarole piene di buchi. Fra queste, il Titanic della salute pubblica continua a tirare su i dispersi, mentre già da tempo si è schiantato contro l’iceberg della privatizzazione senza l’attenzione di nessuno. 

Il virus ha messo sotto gli occhi del mondo la fragilità del nostro Paese, rivelando l’incapacità di produrre, distribuire e consentire un utilizzo tempestivo anche dei più semplici strumenti  di  protezione, persino al personale sanitario in prima linea, a livello ospedaliero e di medicina del territorio. Dal punto di vista economico, nell’arco di due soli mesi, l’epidemia ha evidenziato, non  solo  le gravi difficoltà di imprenditori alla ricerca immediata di sostegno da parte dello Stato, tramite interventi di cassa integrazione per i dipendenti,  prestiti garantiti e contributi a fondo perduto,  ma soprattutto ha fatto emergere l’esistenza di una classe di lavoratori nel complesso povera, senza risparmi, di lavoratori, anche  extracomunitari, invisibili, benché essenziali  per  le filiere produttive,  di “partite IVA” prive di garanzie, persino nell’ambito dei servizi pubblici, di un’Italia con enormi disuguaglianze di reddito e di condizioni lavorative che, nella situazione attuale si traducono, senza dubbio, in maggior rischio di contagio e di morte.

La tutela della salute è risultata difficilmente realizzabile da parte di un sistema di sanità pubblica, vittima di decennali depotenziamenti,  che ha in larga parte perso il controllo del territorio (3), ed è stata messa a rischio dall’esistenza di un sistema di produzione che,  da un lato,  non si può fermare,  per garantire profitti oltre che  beni e servizi essenziali, ma che, dall’altro, stenta ad autoregolarsi, ad innovarsi per  garantire realmente  il lavoro e contrastare gli effetti distruttivi sugli investimenti di una recessione economica che procede inesorabile a livello globale.

Nonostante i delatori da social network e la caccia ai corridori della domenica, è oramai evidente il ruolo centrale delle imprese nell’ostacolare  la messa in atto e nel ridurre al minimo i tempi di un lockdown efficace, e, sul fronte del lavoro, il fatto che restare a casa, con forme di lavoro agile, sia stata una prerogativa solo di alcuni, un privilegio, seppure privo di adeguate garanzie contrattuali, a fronte di chi  invece non ha potuto stare a casa, in quanto lavoratore “essenziale”,  o di chi,  dovendo restare a casa, ha perso il lavoro e, se privo tutele, ha perso anche la possibilità di cercarlo, uscendo così dalla condizione di occupato, per quanto invisibile, per entrare in quella di inattivo.

 

Quando abbiamo deciso di proporre il questionario “Lavoro e COVID-19”, il nostro interrogativo principale era se le attività produttive fossero state chiuse per tempo, se allo slogan #restiamoacasa, corrispondesse una reale tutela dei lavoratori e della salute pubblica.

Nel giro di un tempo estremamente breve, ci troviamo di fronte a una situazione in cui il pressing ad allentare le norme restrittive a protezione dal COVID-19 è diventato assordante, quasi  intollerabile, sospinto e sostenuto dalla vergognosa  sottovalutazione  dei  dati epidemici in atto, dalla previsione di sventure economiche (“non aprire è un  suicidio!”) e dall’utilizzo del “riaprire” per tentare di disarcionare il Governo in carica. Risulta invece fondamentale, a nostro parere, comprendere quale sia oggi la mappa del lavoro dentro e fuori dalle imprese, quale sia il rapporto tra produzione di beni e produzione di servizi, per far emergere tutti i tipi di lavoro, le diverse condizioni concrete e coglierne i rischi per i lavoratori al fine di strutturare nuove specifiche tutele, imprescindibili in vista di una piena ripresa delle attività, sia che esse ripropongano il sistema economico precedente sia che, come appare più probabile, vadano a realizzare un sistema nuovo, senz’altro fortemente caratterizzato dalla presenza della tecnologia.

Esaminando la normativa italiana succedutasi dall’inizio dell’epidemia (un lungo ponte di decreti legge intervallati da norme di attuazione con Decreti della Presidenza del Consiglio e del Ministro della Salute), al fine di comprenderne la reale efficacia in termini di tutela della popolazione e dei lavoratori nei diversi settori, è impossibile non soffermarsi su quelle attività che non sono mai state chiuse o chiuse tardivamente, su quelle che, anzi, si sono potenziate (4), e ancora su quelle che sono state già velocemente riaperte.

Se si prendono le norme emanate dal febbraio 2020 al Dpcm del 10 aprile 2020 passando  per il decreto del 22 marzo, si coglie senza possibilità di dubbio che alla chiusura delle  attività commerciali ed industriali è seguita velocemente la riapertura dei servizi  essenziali (e di quanti si autocertificavano come tali); già dal 10 di aprile si è giunti ad una riapertura decisamente significativa, dando risposta ad una logica economica seppure, occorre dirlo, il Governo abbia usato al meglio i suoi poteri per potenziare il settore sanitario e contenere con provvedimenti generali il contagio al fine di rendere  l’impatto con il sistema sanitario il più possibile sostenibile.

Indubbiamente la spinta a far prevalere l’aspetto economico (peraltro come riproposizione degli assetti precedenti) sulla salvaguardia della salute pubblica, ha reso difficile, dall’inizio, tanto le decisioni istituzionali quanto  la  loro  reale applicazione,  ledendo anche la consapevolezza delle persone, frastornate dai messaggi  contraddittori che si avvicendano nei programmi televisivi, dalla paura per il contagio mortale, dalla perdita di persone care e dalla deprivazione di ampie sfere della vita sociale ed affettiva, dalle difficoltà a reimpostare la propria vita e dal timore, in certi casi certezza, di non avere più lavoro ed infine, ma in primis, dalla mancanza di sistemi di protezione essenziali ancora oggi del tutto carenti.

 

LAVORO e COVID-19: il questionario del LABMOND

A fronte di quanto detto, la voce della Segreteria scientifica del Labmond si unisce a quella di chi sta chiedendo di contestualizzare (CSI, ISDE e Medicina Democratica, fra gli altri (5)) i dati emessi ogni giorno con il bollettino della Protezione civile, non volendo permettere che nuovamente si proponga la malattia come fenomeno indipendente dalla dimensione socio-economica e lavorativa, nonostante l’evidenza, e anzi, che venga considerata come esclusiva conseguenza di una responsabilità personale (quale, ad esempio, andare a correre). Oltre al significato che   il COVID-19 ha dal punto di vista individuale, relativamente al singolo individuo, sottolineiamo come la pandemia abbia svelato i rapporti di interdipendenza che intercorrono nella rete sociale: l’individuo, seppur centrale nella cultura neoliberista, è solo parte di un tutto, e dal funzionamento del tutto dipende la sua sopravvivenza.

Abbiamo dunque costruito un questionario, con l’obiettivo di contribuire a comprendere la relazione tra malattia e fattori socio-economici, mossi da due interrogativi principali:

  • il virus responsabile del COVID-19 si comporta da fattore esacerbante le disuguaglianze della nostra società?
  • Il lavoro svolto (in termini di localizzazione, tipo di lavoro, reddito, dinamiche della sospensione e utilizzo dei dispositivi di sicurezza) può considerarsi un fattore determinante nel mantenimento della salute e nella diffusione del contagio?

 

Ci teniamo a sottolineare in partenza le criticità del lavoro da noi proposto:

  • Durata di diffusione e conseguente raccolta delle risposte al questionario limitata: dal 10 aprile 2020 al 3 maggio 2020;
  • Diffusione “informatica” (social network, email, WhatsApp) e tramite passaparola, costituente un possibile bias di campionamento: la popolazione selezionata, infatti, deve necessariamente disporre di un mezzo digitale;
  • Ambiguità di alcuni items del questionario alla luce delle risposte, in relazione all’incredibile sfaccettatura del mondo del lavoro e anche, soprattutto, alla velocità di evoluzione della situazione che stiamo vivendo (si veda ad esempio il dato relativo all’interruzione dell’attività);
  • Modalità di somministrazione: la rete grazie alla quale si è costruito il campione è costituita più facilmente da contatti più o meno diretti del Comitato scientifico del Labmond.

Trovate qui:Risultati Questionario LAVORO E COVID-19, una prima analisi dei dati, parziale per motivi di tempo. Chiunque abbia interesse ad accedere ai dati grezzi può scrivere all’indirizzo labmond@sism.org.

Di seguito condividiamo le riflessioni relative ad alcuni fattori, e alla relazione fra questi, lavoro ed emergenza sanitaria.

Età

L’età, secondo la letteratura scientifica, è significativamente associata ad un maggiore rischio di letalità in caso di contagio da COVID-19 (6).         La popolazione italiana, caratterizzata tra il 2002 e il 2019, da indici demografici che indicano una struttura chiaramente regressiva, presenta un indice di ricambio della popolazione attiva, inteso come rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni),  di 132,8 che sta a significare che la popolazione lavoratrice italiana è molto anziana (7).

Dai dati più recenti resi pubblici dall’Istat sull’età media dei lavoratori in Italia, emerge come, nonostante alcuni provvedimenti tesi a favorire, per alcuni e in specifiche situazioni, l’anticipo dell’età pensionabile,  l’età media dei lavoratori si innalzi sempre più a partire dal 2011 e si conservi la tendenza già affermatasi in Italia a partire dagli anni ‘90: “In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.” (8).

Genere

I dati più recenti relativi al contagio evidenziano un’incidenza maggiore nel genere femminile, nonostante le maggiori probabilità di guarigione. Tale dato va analizzato alla luce del fatto che, come ricorda il Fondo delle Nazioni unite per la popolazione, le donne rappresentano il 70% della forza lavoro nel settore della sanità e dei servizi sociali e di assistenza a livello globale (9). Secondo quanto riportato dall’INAIL (11) il 71,1% dei contagiati sul lavoro sono donne e il 28,9% uomini, con un’età media di poco superiore ai 46 anni (46 per le donne, 47 per gli uomini). Tra gli infermieri e gli altri tecnici della salute, in particolare, più di tre denunce su quattro sono relative a lavoratrici.

Come noto, inoltre, nei vari ambiti lavorativi, le donne hanno contratti tendenzialmente più sfavorevoli, a causa del maggior carico di cura all’interno della famiglia, e redditi più bassi a parità di prestazione rispetto agli uomini con differenze marcate tra nord e sud del Paese. Nella fase 1 dell’emergenza, le soluzioni di lavoro agile, per le più fortunate, in associazione alla chiusura delle scuole, hanno prodotto situazioni stressogene con maggiore ricaduta sulle donne.

Nucleo familiare

Più il nucleo familiare è numeroso e composto da lavoratori, minore è la metratura, maggiore è il rischio di contagio intra-abitativo.                         Secondo un’indagine appena diffusa dall’Istat, oltre un quarto degli italiani vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, e la quota sale al 41,9% per i minori. La metratura media è di 81 metri quadrati (meno di Giappone, Spagna, Germania e Francia).

Ben il 30,9% dei nuclei familiari risulta abitare spazi di dimensioni inferiori rispetto a quelli europei di riferimento (dati Eurostat), mentre il 5% degli italiani vive in abitazioni che presentano problemi strutturali, che non hanno il bagno o la doccia con l’acqua corrente o che presentano problemi di luminosità (10).

I dati relativi al nucleo familiare ci servono a fare una serie di riflessioni: oltre a quelle  riguardanti “la vita in lockdown” (si noti, ad esempio, che un terzo delle famiglie italiane non ha un computer in casa, con ovvie difficoltà nel lavorare in smart working, qualora richiesto e compatibile con la professione svolta e soprattutto con l’impossibilità di far proseguire l’attività formativa in didattica a distanza ai figli), è centrale relazionare il dato relativo alla dimensione del nucleo familiare con l’interruzione dell’attività lavorativa (se avvenuta).

Localizzazione sul territorio 

“Perché la macelleria epidemica lombarda? Perché quella concentrazione di ammalati e deceduti là dove massimo è l’attivismo produttivo, la fibrillazione della vita activa, la densità del tessuto industriale oltre che dell’inquinamento? Non è un fatto solo italiano: negli Stati Uniti le prime cartografie della Pandemia mostravano due epicentri, nella east e nella west coast. Nel Regno Unito a Londra. In Francia nell’Ile de France e nel Grand Est. I potenti hub del lavoro totale che mette sotto stress i territori…”

La grande differenza interregionale va analizzata, oltre che certamente rispetto alle alle politiche in ambito sanitario (e in particolare al rapporto fra pubblico e privato in determinate regioni), anche rispetto alla produttività, alle tipologie di lavoro.  L’impostazione e organizzazione dell’attività lavorativa, come abbiamo imparato in queste settimane, risulta correlata con lo stato di salute e certamente, durante l’emergenza, con l’incidenza del virus e la sua letalità.

Secondo i dati raccolti fino al 21 aprile, e pubblicati dall’INAIL in occasione del 1°maggio u.s. il 67,8% delle 28mila denunce di infortunio virus-relate arriva dalle quattro regioni più colpite dal COVID-19: la Lombardia è la prima per denunce con il 35,1%, seguita dal Piemonte con il 13,4%. L’Emilia Romagna è terza con il 10,1% mentre il Veneto segue con il 9,2% (11).

Lavoro

Secondo il succitato report dell’INAIL, si ipotizza una vera e propria strage sul lavoro per COVID-19, con 28mila contagi (45,7% riguardanti i tecnici della salute) e 98 morti fra il personale sanitario, secondo una stima contestata e provvisoria: gli Ordini dei medici, infatti, calcolano, come è noto, più di 150 medici, oltre a 40 infermieri. Si sottolinea inoltre che i 98 casi denunciati costituiscono solo il 40% dei decessi sul lavoro denunciati nel periodo in esame.

Prendendo in considerazione le diverse attività produttive, il settore della sanità e assistenza sociale – in cui rientrano ospedali, case di cura e case di riposo – registra il 72,8% dei casi di contagio sul lavoro. Il 12,6% dei casi riguarda invece lavoratori stranieri, tra i quali la percentuale delle donne è pari all’80%, molto probabilmente badanti.

Provvedimenti sulla sicurezza e valutazione del rischio (12)

“La salute e la sicurezza di tutta la nostra forza lavoro è fondamentale. Di fronte a un’emergenza causata da una malattia infettiva, il modo in cui proteggiamo i nostri lavoratori è una garanzia per la sicurezza delle nostre comunità e per la resilienza delle nostre imprese. La protezione dei lavoratori, delle loro famiglie e dell’intera collettività può essere assicurata solo attraverso la messa in campo di misure per la salute e sicurezza sul lavoro che permettano di dare continuità al lavoro e di garantire la sopravvivenza economica”,  ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIL, Guy Ryder.

L’OIL ha evidenziato le esigenze dei lavoratori e delle imprese più vulnerabili, in particolare quelli dell’economia informale, i migranti e i lavoratori domestici. Le misure per proteggere questi lavoratori dovrebbero includere — tra l’altro — la formazione su modalità di lavoro che garantiscano la sicurezza, la fornitura gratuita dei necessari dispositivi di protezione individuali (DPI), l’accesso ai servizi di salute pubblica e a misure e alternative che assicurino il sostentamento. Si sottolinea che, dal punto di vista economico, i lavoratori dell’economia informale si annoverano fra quelli maggiormente a rischio: per 1,6 dei 2 miliardi si stima che la crisi abbia causato una diminuzione del 60% del reddito. Senza alternative di reddito, questi lavoratori e le loro famiglie non avranno mezzi per sopravvivere.

Le misure di gestione e controllo del rischio dovrebbero, inoltre, essere adattate in modo specifico alle esigenze dei lavoratori in prima linea nella pandemia. Tra questi, gli operatori sanitari e altri lavoratori che sono addetti ai servizi d’emergenza, come pure quelli occupati nella vendita di generi alimentari e nei servizi di pulizia.

“La pandemia di COVID-19 ha evidenziato la necessità di adottare programmi nazionali che siano capaci di proteggere la salute e la sicurezza degli operatori sanitari, dei medici, dei soccorritori e di molti altri lavoratori che rischiano la loro vita per salvare quella degli altri”, ha affermato il Dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Per assicurare la sicurezza nella fase di ritorno al lavoro e evitare ulteriori interruzioni, l’OIL raccomanda di:

  • Intraprendere una mappatura dei rischi e assicurare una valutazione continua dei rischi di contagio in relazione a tutte le attività lavorative.
  • Adottare misure di controllo del rischio che tengano in considerazione le specificità di ciascun settore e della forza lavoro impiegata. Queste misure possono includere: (a) la limitazione delle interazioni fisiche e il rispetto del distanziamento in caso di interazioni tra lavoratori, appaltatori, clienti e visitatori; (b) il miglioramento della ventilazione nei luoghi di lavoro; (c) la pulizia delle superfici, assicurando la salubrità dei luoghi di lavoro e la disponibilità di strutture adeguate per l’igiene delle mani e la sanificazione; e (d) la disponibilità gratuita dei dispositivi di protezione individuale per i lavoratori, ogni qualvolta necessario.
  • Predisporre procedure per l’isolamento dei casi sospetti e per la tracciabilità dei contatti dei lavoratori.
  • Fornire supporto psicologico al personale.
  • Attivare iniziative di formazione e di distribuzione di materiale informativo sulla salute e sicurezza sul lavoro, incluso su profilassi igieniche appropriate e sull’utilizzo di sistemi di monitoraggio e di protezione, come i DPI, nei luoghi di lavoro.

 

In questa direzione, il 24 Aprile è stato condiviso tra Governo, varie organizzazioni di rappresentanza datoriali, ad esempio Confindustria, e sindacali come Cgil, Cisl e Uil un aggiornamento del “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro” firmato il 14 marzo 2020 in attuazione della misura (art. 1, comma 1, numero 9) del DPCM 11 marzo 2020, che raccomandava intese tra organizzazioni datoriali e sindacali.

La nuova versione tiene conto dei più recenti provvedimenti del Governo e del Ministero della Salute e, pur confermando tutti i punti del precedente “Protocollo condiviso”, aggiunge nuove disposizioni a partire da quella relativa alla sospensione delle attività in carenza di sicurezza.

Si indica, inoltre, che “l’azienda fornisce un’informazione adeguata sulla base delle mansioni e dei contesti lavorativi, con particolare riferimento al complesso delle misure adottate cui il personale deve attenersi, in particolare sul corretto utilizzo dei DPI per contribuire a prevenire ogni possibile forma di diffusione di contagio”.

Conclusioni

* E se l’epidemia, portando in primo piano tutti i lavoratori invisibili della società dei servizi, fosse stata la grande rivelazione delle fratture sociali? 

E se l’orribile messaggio di questa catastrofe potesse essere ascoltato per una grande svolta di consapevolezza (15) rispetto all’ insostenibilità di una società globale dove i bisogni di salute sono sempre secondari al profitto e al consumo e il lavoro si esprime in dinamiche di ricatto sociale?

In questa prospettiva dovrebbe prevedersi la riapertura, tanto richiesta dal capitale e dai  suoi  alfieri, ben consapevoli della loro, seppur relativa, estraneità al contatto fisico con il coronavirus; in questa ottica avrebbero dovuto, e dovranno, essere valutati i rischi dei  medici, del  personale sanitario, degli addetti alle pulizie (architravi della sanificazione),  degli  operai  in  fabbrica, dei rider, delle cassiere, degli autisti e… potremmo proseguire,  indicando tutte le categorie a rischio diretto di infezione, con la consapevolezza che quando si tratta di malattie infettive, ma non solo in quel caso, dalla rete sociale non si prescinde, e che il rischio di uno è rapidamente rischio per tutti.

Con questo scopo dovranno essere essere emesse norme chiare ed efficaci, e se ne dovrà realmente verificare e precisare l’applicazione, oltre che gli adeguati controlli, per evitare che l’apertura progressiva delle attività avvenga senza gli accorgimenti necessari per abbattere il rischio e per cogliere l’occasione per realizzare una svolta nella produzione, nei servizi e nel lavoro che rimetta al centro l’uomo e i suoi più autentici bisogni.

Giulia G e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

 

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti e riferimenti

  1. https://ilmanifesto.it/effetti-della-crisi-nella-nuova-mappa-del-lavoro/
  2. https://ilmanifesto.it/una-regione-senza-metodo-ne-cura-della-comunita-il-personale-e-devastato/
  3. https://catalyst.nejm.org/doi/full/10.1056/CAT.20.0080
  4. https://24plus.ilsole24ore.com/art/sanita-cibo-farmaci-settori-che-assumono-tempo-virus-ADvtE9F
  5. https://csiaps.org/
    https://www.isde.it/covid-19-mortalita-nelle-regioni-italiane-tassi-di-mortalita-cumulativi-grezzi-ogni-100-000-residenti/
    https://www.isde.it/covid-19-medici-per-lambiente-scrivono-a-conte-speranza-e-costa-mettere-a-sistema-la-rete-dei-medici-sentinella-sul-territorio-per-la-prevenzione-epidemiologica-e-il-monitoraggio/
    https://todocambia.net/voci-migranti-ai-tempi-del-corona-virus/
    https://www.change.org/p/commissariare-la-sanit%C3%A0-lombarda-va-fatto-ora
  6. https://www.statista.com/statistics/1106372/coronavirus-death-rate-by-age-groupitaly/
  7. https://www.tuttitalia.it/statistiche/indici-demografici-struttura-popolazione/
  8. https://www.corriere.it/economia/17_febbraio_21/occupazione-lavoro-che-invecchia-832f2a12-f7b3-11e6-9a71-ad40ee291490.shtml
  9. https://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/le-storie/2020/04/08/news/covid-19_le_donne_pagano_un_conto_piu_salato-253472751/
  10. https://www.repubblica.it/economia/2020/04/06/news/istat_tutti_in_casa_ma_per_il_40_spazi_esigui_e_un_terzo_delle_famiglie_non_ha_il_computer-253271389/.
  11. https://ilmanifesto.it/strage-sul-lavoro-2-morti-ieri-gia-98-per-covid/
  12. https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=9853
  13. https://www.ilo.org/rome/risorse-informative/speeches/WCMS_742980/lang–it/index.htm
  14. https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/coronavirus-covid19-C-131/la-guida-aggiornata-al-nuovo-protocollo-di-sicurezza-AR-20049/
    https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/coronavirus-covid19-C-131/rivedere-la-valutazione-dei-rischi-se-i-processi-lavorativi-sono-cambiati-AR-20054
  15. https://ilmanifesto.it/le-scoperte-di-questo-primo-maggio/