UNA TEORIA INNOVATIVA PER GUARDARE AI DETERMINANTI E ALLE DISUGUAGLIANZE IN SALUTE

UNA TEORIA INNOVATIVA PER GUARDARE AI DETERMINANTI E ALLE DISUGUAGLIANZE IN SALUTE

UNA TEORIA INNOVATIVA PER GUARDARE AI DETERMINANTI E ALLE DISUGUAGLIANZE IN SALUTE

Le differenze nella salute degli individui non sono distribuite in modo casuale nella popolazione, né seguono andamenti definiti da forze estranee all’intervento umano, ma presentano pattern riconoscibili che riproducono dinamiche socialmente definite.

La teoria ecosociale dell’epidemiologa sociale Nancy Krieger indaga come, perché e chi ha determinato la distribuzione della salute. Legge quindi i fenomeni di salute e malattia in maniera processuale, analizzando l’insieme di cause interne che si verificano nella biologia degli esseri umani alla luce del contesto economico, politico e sociale, e delle relazioni di potere.

Questa teoria è chiamata così poiché nella sua indagine dà rilevanza, non solo al contesto sociale, ma anche a quello ecologico, inteso come spazio dinamico e multidirezionale di interazione tra individuo, popolazioni e ambiente, che, attraverso le loro multiple interconnessioni, si modellerebbero reciprocamente.

Per esempio la crisi climatica, caratterizzata dalla distruzione e dal continuo inquinamento del nostro ecosistema, avrà inevitabilmente effetti devastanti sulla salute umana – e non solo – che si distribuiranno seguendo le disuguaglianze sociali già in atto. Potremmo dire che questa considerazione ecologica della distribuzione di salute è l’aspetto geografico ed ambientale della teoria.

Vi è anche un aspetto storico e temporale: la salute di una persona in un dato momento della sua vita è il risultato non solo dei fattori che agiscono sull’individuo stesso in quel preciso periodo, ma anche dei determinanti che hanno influenzato l’intera vita della persona, dalla gestazione fino al momento attuale (come dimostrano, per esempio, i cambiamenti epigenetici nel feto, secondari alla condizione di vita della madre durante la gravidanza).

Si può ampliare questo aspetto temporale, andando a considerare anche la storia delle differenti generazioni, nonché studiando le politiche che hanno influenzato la vita di diversi gruppi sociali. In questo senso si può vedere come alcuni avvenimenti della Storia dell’uomo abbiano avuto pesanti effetti sulla salute di alcuni: le invasioni, la schiavitù, le lotte sociali, le persecuzioni e così via.

Il notevole impatto di questi eventi storici va a colpire in maniera diseguale le persone secondo tre modalità di discriminazione: quella razziale/etnica, quella di genere e quella di classe sociale. Modalità che nel modello grafico della Krieger racchiudono infatti la domanda centrale della teoria, ovvero come si distribuisce la salute nella popolazione.

Le divisioni tra gruppi definite nel corso del tempo, da un lato si sono costruite intorno a coppie quali padrone/dipendente, colonizzatore/colonizzato, libero/schiavo, nativo/immigrato, dall’altro hanno di fatto stabilito, in maniera più o meno ufficiale, le regole rispetto a come i diversi gruppi accumulano o possono ereditare proprietà, privilegi e altre risorse attraverso le generazioni.

Esistono quattro punti cardine su cui si basa questa teoria, punti che spiegano come i fattori sopra elencati agiscono per determinare salute o malattia:

  • Incorporazione (embodiment)                                                                                                                                       Riconoscendo che gli esseri umani sono contemporaneamente esseri sociali e organismi biologici, questo termine fa riferimento all’idea che “le persone letteralmente incorporano le esperienze vissute nei rispettivi contesti sociali ed ecologici, generando in tal modo modelli di produzione della salute e della malattia”. Il corpo e le sue manifestazioni patologiche diventano quindi l’espressione biologica delle relazioni sociali.  Ritornando per esempio al discorso precedente sulla discriminazione, vediamo che un semplice colloquio di lavoro, come racconta Annamaria, può essere caratterizzato da discriminazioni di genere, che, portando a differenze salariali e/o cognitive job insecurity, hanno un chiaro effetto sulla salute psico-fisica dei discriminati.
  • Percorsi di incorporazione (pathways of embodiment)
    Fanno riferimento al fatto che una certa malattia, che i medici classificano allo stesso modo tra tutti gli individui, è in realtà il risultato di un percorso unico e complesso nella vita del paziente. Il corpo quindi racconta storie sulle condizioni dell’esistenza ed è attraverso di esso che si può acquisire una profonda conoscenza del percorso che ha portato a quell’esito di malattia. Ad esempio, dal racconto del passato di Marina si possono trarre gli elementi che hanno contribuito allo sviluppo del disturbo alimentare di cui soffre oggi, ma questi sfuggono all’analisi superficiale da parte del professionista sanitario con cui entra in contatto.
  • Interazione tra esposizione, suscettibilità e resistenza (cumulative interplay of exposure, susceptibility & resistance)                                                                                                                                                                       Sempre considerando la prospettiva, continuativa nel tempo, dello svilupparsi di salute o malattia, l’individuo va incontro a differenti esposizioni benefiche o dannose che interagiscono con suscettibilità o resistenze pregresse. Un’esposizione benefica può inoltre creare delle resistenze, come, invece, una dannosa può contribuire a suscettibilità future. Il fatto che Andrea lo specializzando, ad esempio, si fosse costruito una vita personale al di fuori del lavoro rappresenta una sua resistenza, mentre lo stress accumulato durante gli anni di università ha creato una suscettibilità al burnout. È quindi evidente come questi tre concetti si intrecciano per tutta la vita.
  • Responsabilità e agentività (accountability & agency)                                                                                              Mediante questi due concetti la Krieger prova a rispondere ad una domanda su cui i modelli precedenti dei determinanti sociali di salute non si erano soffermati, ovvero “Chi produce le disuguaglianze sociali nella distribuzione di salute?”. Nella teoria si evidenziano quindi differenti livelli di attori che determinano la distribuzione della salute e che hanno una responsabilità in questi termini. Il concetto di agentività fa riferimento al fatto che ci sono differenti capacità e possibilità di agire. Un esempio, a livello familiare, è la possibilità o meno di spendere denaro per l’educazione dei propri figli, come nella storia di Chigozie. Nel momento in cui esistono nuclei familiari con risorse economiche insufficienti a far fronte al costo dell’educazione, può entrare in gioco un altro attore, come quello statale, ad assicurare un’educazione a chi non se la può permettere.

 

Alla luce di questa teoria proponiamo di riprendere le storie di Andrea, Marina, Annamaria e Chigozie e rivederle con questo nuovo punto di vista.

Alice e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

 

Per approfondimenti sulla teoria ecosociale, consigliamo di leggere:

  1. “Epidemiology and the People’s Health: Theory and Context” di Nancy Krieger.
  2. “Problematizzando Epistemologie in Salute Collettiva: Saperi dalla Cooperazione Brasile e Italia” a cura di Emerson Elias Merhy, Angelo Stefanini e Ardigò Martino.
CHIGOZIE, IL BRACCIANTE

CHIGOZIE, IL BRACCIANTE

CHIGOZIE, IL BRACCIANTE

(storia verosimile con personaggio di libera fantasia)

“Mi chiamo Chigozie, ho 29 anni e sono nato in un piccolo paese di pescatori sul delta del Niger. Fin da bambino mi è stato insegnato a pescare; aiutavo mio padre e mio zio a tirare le reti e imparavo tutti i trucchi di questo faticoso mestiere. Non potevamo permetterci la scuola, ma io ero comunque contento di dare una mano a sostenere la mia famiglia. Col tempo però le cose sono cambiate: pescavamo sempre meno e nel 2012 nel nostro territorio c’è stata una fuoriuscita di petrolio che ha devastato l’ecosistema. La mia famiglia, già indebitata da tempo, si è trovata in una situazione tragica.                                 A malincuore ho venduto tutto ciò che possedevo, mi sono indebitato ulteriormente, e sono partito per raggiungere l’Europa. Il viaggio che mi ha portato a Lampedusa è durato quasi due anni: sono rimasto bloccato in Libia a lungo praticamente ridotto in schiavitù dai miei creditori; poi una sera ci hanno caricato su una sorta di gommone, eravamo strettissimi… un incubo da dimenticare.

Ancora oggi porto cicatrici visibili ed invisibili di quel periodo.

I primi anni in Italia ho lavorato come bracciante vicino a Foggia. Raccoglievo i pomodori, €4 ogni 350 kg raccolti. Alcuni di noi un contratto ce l’avevano, anche se non veniva mai rispettato e lavoravano molte più ore di quelle per cui venivano pagati. Quando non ho più sopportato quelle condizioni, ho deciso di spostarmi più al Nord, pensando di trovare una situazione migliore, ma non è stato così.

Non ho mai avuto un contratto e ultimamente cambio spesso zona, a seconda della stagione. Così spesso mi tocca salutare gli amici che sono riuscito a farmi nel poco tempo libero.

Ora sto in Liguria. Vivo in una roulotte con altri quattro braccianti. Facciamo così per risparmiare, e quello che riesco a mettere da parte lo mando a casa.  Sarebbe invivibile se dovessimo effettivamente stare qua dentro tutto il giorno.

Su Facebook ho visto una foto di un “Corona Market” con gli scaffali completamente vuoti… La gente non si preoccupa più di tanto di tutto il lavoro che sta dietro ad un supermercato ben fornito. Da quando è scoppiata questa pandemia infatti lavoriamo ancora di più. I ritmi sono distruttivi e ovviamente per noi non è cambiato nulla in quanto a sicurezza sul lavoro. Inoltre per raggiungere il campo dobbiamo stare attenti a non farci scoprire non avendo né contratto, né ovviamente permessi per spostarci.

Una settimana fa spostando delle casse di zucchine mi sono fatto male alla schiena. La mattina seguente non riuscivo ad alzarmi e non sono potuto andare a lavorare. Per fortuna sono riuscito a recuperare qualche antidolorifico ed il giorno dopo ho ripreso la raccolta. Senza non riesco a lavorare, ma non mi posso fermare. Un amico mi ha detto che a Genova c’è un ambulatorio dove potrei farmi vedere; purtroppo ho scoperto che ha dovuto chiudere per via del Coronavirus, forse posso provare a telefonare, comunque non avendo il medico di base, mi sa che dovrò tenermi il male alla schiena e comprarmi altri antidolorifici.

Intanto cerchiamo di non prenderci delle multe e di non ammalarci.”

Spunti di riflessione: 

  1. Secondo te quali elementi hanno influito sulla salute di Chigozie?
  2. Che significato ha il lavoro nella vita di Chigozie? In quanti e quali modi influenza la sua salute?
  3. Che valore ha secondo te il lavoro dei braccianti? Pensi che sia sufficientemente tutelato e valorizzato in Italia?

 

SICUREZZA SUL LAVORO: IERI, OGGI E DOMANI (FORSE)

Il lavoro racchiude numerosi determinanti di salute: esso determina il reddito, la possibilità di studiare, il tempo dedicato ai figli e in certi Stati anche la possibilità o meno di avere un’assicurazione sanitaria.

La sicurezza sul lavoro è uno di questi determinanti di salute ed è forse quello in cui è più evidente l’effetto diretto sul corpo, così come sono evidenti le disuguaglianze, sistematiche ed ingiuste, che attraverso di esso agiscono su differenti gruppi di persone.

Nel 2019 si sono registrate un totale di 1089 morti sul lavoro, ed è quindi allarmante il primo bollettino Inail del 2020 che riporta 52 incidenti con esito mortale sul lavoro solo a gennaio, 8 in più rispetto allo stesso mese del 2019. Di questi tempi, l’ulteriore riflessione che sorge spontanea è come alcuni dei lavori che sono essenziali per la nostra vita, come quelli agricoli o sanitari, siano allo stesso tempo i più rischiosi.

Si è parlato di eroi riferendosi a questi lavoratori, eppure non è stata tutelata la loro salute e questa situazione, oltre ad essere innecessaria ed eticamente problematica, si è rivelata controproducente per la salute di colleghi, famiglie ed ovviamente pazienti.

Il numero dei medici deceduti per l’epidemia continua ad aumentare: al 17 aprile risultano 131 morti tra il personale medico, secondo la Federazione nazionale degli ordini dei medici, 10 tra i farmacisti e 34 tra gli infermieri.

Altro fattore che ci ha fatto pensare è come per settimane lavoratori non essenziali hanno dovuto continuare a lavorare, mettendo inutilmente a repentaglio la propria vita.

Forse la centralità della sicurezza sul lavoro in questa emergenza può non essere del tutto negativa, se, anche a pandemia terminata, ci porterà a riflettere nuovamente su quanto sia importante assicurarla a tutti.

Persino un virus colpisce in maniera diseguale gruppi più o meno svantaggiati e lo studio dei determinanti e delle disuguaglianze sociali, che contribuiscono alla differente distribuzione della salute, potrebbe avere come effetto positivo una diminuita vulnerabilità della nostra società nei confronti di emergenze come quella attuale.

Alice e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

Caso studio:

  1. https://www.amnesty.it/crisi-ambientale-nigeria-scoperte-gravi-negligenze-parte-shell-ed-eni/

Approfondimento tematico:

  1. https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/26/caratteristiche-e-conseguenze-degli-infortuni-sul-lavoro-unanalisi-delle
  2. https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2020/04/17/coronavirus-morto-farmacista-salgono-a-10-le-vittime_3b097132-82cc-44cd-8fe3-9f3e9d2d0bac.html
  3. https://ilmanifesto.it/cinquantadue-morti-non-e-un-virus-ma-la-strage-del-lavoro/?fbclid=IwAR3Hq2g130zbXHF5gTxGX0_cCLktmtSxgj739u9Wxl-cf7bSPzkIl0pKHNM
  4. https://www.radiopopolare.it/lavori-non-essenziali-durante-epidemia/
ANNAMARIA, LA DIPENDENTE SALTUARIA

ANNAMARIA, LA DIPENDENTE SALTUARIA

ANNAMARIA, LA DIPENDENTE SALTUARIA

(storia verosimile con personaggio di libera fantasia)

Mi chiamo Annamaria, ho 43 anni, sono originaria della Basilicata, ma vivo ormai da una decina d’anni in un paesino alla periferia di Bologna. Abito insieme a mio marito Antonello e ai nostri 2 figli, Rosa e Mattia. Ci siamo trasferiti al Nord per il lavoro di mio marito, lui è un maresciallo dei Carabinieri. Anche se nel corso della mia vita sono sempre stata aperta ai cambiamenti, ammetto che all’inizio non è stato facile: lasciare la tua famiglia e quel paese che chiami casa, si sa, non lo è per niente.

Sono sempre stata una ragazza dinamica, sempre disponibile, molto indipendente ma anche con difficoltà a concentrarsi a lungo sulle cose, quindi sentivo spesso il bisogno di cambiare… come potete immaginare, studiare era l’ultima delle mie passioni! I miei genitori, essendo figlia unica, avevano riposto in me grandi aspettative, ma purtroppo non hanno mai capito i miei mille problemi con lo studio. Mi impegnavo pur di riuscire, ma nonostante i miei sforzi facevo sempre molta fatica, rimanevo sempre un passo indietro agli altri, e di conseguenza anche con i voti non eccellevo! Quando ho frequentato le scuole non si prestava così tanta attenzione ai disturbi dei bambini, come succede al giorno d’oggi, e quindi una leggera difficoltà nella lettura o nella scrittura era considerata solo come un piccolo ritardo nell’apprendimento: rimboccarsi le maniche e studiare molto, questo era il consiglio delle maestre.

Ad oggi forse posso dare un nome al mio “problema”, penso si tratti di dislessia. Sapete come l’ho scoperto? Mattia, uno dei mie due figli, ha iniziato ad avere le mie stesse difficoltà andando alle scuole elementari: con il consiglio delle maestre ho deciso di fargli fare il percorso per valutare se fosse affetto da questo disturbo e come sospettavamo, era proprio vero! Ho deciso così di confidarmi con la maestra che conosco di più, è stata pure insegnante di mia figlia più grande e quindi conosce bene la nostra situazione familiare. Mi sembrava la persona più giusta con cui parlare: le ho raccontato tutto. Lei mi ha consigliato di intraprendere lo stesso percorso, nonostante la mia età, ma ho una domanda che mi assilla… che senso ha farlo ora? Ormai sono una donna adulta, non studio più e penso non mi possa servire in fin dei conti. Ho cercato di informarmi e so che ci sono leggi a tutela degli adulti, ma non credo possano aiutarmi. Come potrei usufruirne? Credo sia un percorso lungo e dispendioso economicamente, ho altro a cui pensare in questi tempi!

Il consiglio che mi ha dato è stato di farlo per il lavoro. In effetti io non ho un lavoro stabile da quando mi sono trasferita, faccio lavori “stagionali”, chiamiamoli così. Quando abitavamo al sud lavoravo come cameriera in una pizzeria di paese, poi con la crisi economica dal 2008 abbiamo dovuto chiudere e mi son ritrovata a fare la casalinga: io che ho sempre voluto essere indipendente! Dopo poco però è arrivata la richiesta di trasferimento di mio marito e pensavo che potesse essere il punto di svolta per la mia vita, ma non è stato così. In questi anni sono passata da un lavoro all’altro, perché non avendo nessun titolo di studio, ho sempre avuto difficoltà nella ricerca: ai colloqui vengono fatte sempre molte domande per valutare la tua esperienza lavorativa, per vedere la tua motivazione in questo campo, ma anche domande a mio dire “imbarazzanti” e poco pertinenti: “Sei sposata? Hai dei figli? Se sì, come pensi di gestirli? Hai intenzione di avere figli?”. Nella mia ingenuità ho sempre risposto nel modo corretto, ma ammetto che certe volte avrei voluto sotterrarmi. Che domande sono? Sono una donna e come tale avrei diritto alla maternità! Per me questo è un tasto difficile da toccare… Ho sempre avuto un ciclo mestruale molto abbondante con annesso dolore persistente; anche nei primi rapporti sessuali con mio marito avvertivo questa sensazione dolorifica, ma non ho mai dato troppo peso a questi sintomi, pensavo fosse una cosa normale. Ammetto che sono molto timida da questo punto di vista e dalla ginecologa ci andavo solo se strettamente necessario, ora invece è diventata il mio punto fisso. Mi è stata diagnosticata l’endometriosi, una patologia che in Italia vede affette il 10-15% delle donne in età riproduttiva. Il mio stadio, purtroppo o per fortuna, non è tra i più gravi e questo non mi permette di avere l’esenzione o il certificato di invalidità.

Quindi capite bene che con due figli, una dislessia non diagnosticata e un’endometriosi conclamata, è sempre molto difficile per me trovare un lavoro fisso. Quando trovo un lavoro d’ufficio da una parte mi ritrovo sempre a rallentare tutti, sbagliando pure a compilare le carte; dall’altra nei giorni “rossi” devo chiedere molto spesso malattia, perché faccio veramente fatica a stare in piedi! A molti datori di lavoro questo comportamento non è gradito, e quindi vengo lasciata a casa dopo pochi mesi in servizio.

Fortunatamente, qualche mese fa, dopo un periodo di pausa lavorativa sono stata contattata da un’azienda che gestisce una catena di supermercati molto nota, i “Corona Market”. La dirigente, Marina, al colloquio si è dimostrata disponibile e molto comprensiva nei miei confronti, forse perché tra donne ci si capisce. Mi ha assunta con un contratto part-time, un giusto compromesso vista la mia situazione. Ora mi ritrovo a casa, vista la pandemia e sono entrata nel pieno dello smart working. La mia capo ha richiesto di essere reperibili durante tutta la giornata lavorativa, rispondendo al telefono o ai messaggi in pochi minuti e avvisandola quando vado in pausa. Ma se in ufficio riuscivo a concentrarmi, a casa con i figli da gestire diventa sempre più difficile. Speriamo solo che non mi licenzi anche lei.”

Spunti di riflessione:

  1. Secondo te quali elementi hanno influito sulla salute di Annamaria?
  2. Il lavoro che ruolo ha nella vita di Annamaria? In quanti e quali modi influenza la sua salute?
  3. Quali sono gli elementi di questa storia che più ti hanno colpito?
  4. Quanto può influenzare la dislessia sulla vita di una persona? E l’endometriosi per una donna?

 

L’INSICUREZZA COME DETERMINANTE DI SALUTE

Com’è cambiato il mondo del lavoro negli ultimi anni?

Negli ultimi decenni questo ambito ha subito grandi mutamenti che hanno portato ad una rivoluzione dei contesti lavorativi, portando di conseguenza ad un cambiamento del classico ruolo di lavoratore.

La scoperta che ha stravolto tutto?

Senza dubbio la rivoluzione digitale introdotta da Internet. Il potere del web ha portato sicuramente nuove opportunità di lavoro, ma ha aumentato le disparità tra le classi di lavoratori. Infatti oggi il mondo del lavoro non si basa più sulla concorrenza tra un’azienda e l’altra, ma mette in gioco la rivalità tra un singolo lavoratore e l’altro. Da una parte, quindi, ci sarà maggiore protagonismo e maggiore coinvolgimento, dall’altra anche più ansia e stress, a discapito del tempo libero e della qualità della vita del singolo individuo; di conseguenza tutto questo ricade sulla salute del lavoratore.

Quanto l’innovazione tecnologica può essere un determinante?

La tecnologia e l’accelerazione incontrollata del progresso rischiano di superare le reali esigenze dell’uomo e ne instaurano così al suo interno un senso di paura sia per il lavoro che per la vita, una preoccupazione per il futuro, un’ansia generalizzata: tutto questo porta l’uomo a sentirsi inferiore rispetto a ciò che fa.

Come possiamo racchiudere questo senso di inadeguatezza?

Queste molteplici sensazioni appartengono a una sfera più grande: rientra in quella che è l’insicurezza soggettiva, o meglio conosciuta come “cognitive job insecurity”.

Ma che cos’è?

L’insicurezza soggettiva non ha una vera e propria definizione: negli anni, infatti, vari studiosi hanno cercato di dare risposta a questa domanda, ma essendo così eterogenea come problematica, non ci si può accontentare di una singola risposta. Come ci suggerisce il nome, questa insicurezza lavorativa assume una percezione soggettiva: questo ci permette di intuire quante possibili sfaccettature può assumere e allo stesso tempo ci fa capire quanto sia difficile dargli una singola accezione. Tutte le varie definizioni del fenomeno hanno un denominatore comune: la preoccupazione per la continuità del lavoro in corso. Tutto questo si associa ad un senso di impotenza di fronte a questa minaccia, creando nel lavoratore ancora maggior disagio psicologico e sociale.

La possiamo considerare un vero e proprio motivo di stress, che determina poi conseguenze negative sulla salute e sul benessere dei lavoratori. Ci sono tanti fattori che possono portare a questo senso di smarrimento, ma uno importante in particolare è stata senza dubbio la crisi economica iniziata nel 2008, un fattore decisivo dei macro-cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo del lavoro. Quindi è facile capire come negli ultimi dieci anni, tra una tecnologia che avanza sempre più negli anni e una crisi economica della quale si stanno accusando i colpi ancora tutt’oggi, questo fenomeno si sia enormemente ampliato.

Come uscire da questa insicurezza?

È intuibile pensare come ci si stia prodigando nel trovare delle soluzioni a questo problema. Alla base c’è la condivisione e il dialogo tra professionisti e ricercatori di formazione psicologica, medica, sociologica, che grazie a un lavoro multidisciplinare, possono affrontare le varie sfaccettature di questo fenomeno. Si sta puntando innanzitutto sulla comunicazione efficace che permette ai lavoratori di avere un maggiore controllo sul loro lavoro. In aggiunta, la comunicazione dovrebbe essere chiara e onesta, in modo tale che un dipendente si senta rispettato e preso in considerazione.

Un altro grande investimento che si può fare è garantire una specifica formazione dei dipendenti, rendendoli più informati e motivati, lavorando sulle capacità di gestire determinate situazioni.

In conclusione, nonostante si siano già fatti numerosi studi a riguardo, la ricerca deve continuare per comprendere meglio la natura e le ripercussioni a livello individuale e organizzativo dell’insicurezza lavorativa.

Benedetta e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

Caso studio:

  1. https://www.aiditalia.org/it/la-dislessia/dsa-negli-adulti
  2. https://quifinanza.it/lavoro/colloquio-lavoro-domande-se-sei-donna/101651/
  3. http://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp?lingua=italiano&id=4487&area=Salute%20donna&menu=patologie
  4. https://www.invalidi-disabili.it/2019/03/lendometriosi-da-diritto-allinvalidita-ed-allesenzione-ticket-per-alcune-prestazioni-specialistiche/

Approfondimento insicurezza lavorativa:

  1. https://www.interris.it/rubriche/tecnologia/colombini-cisl-vi-spiego-i-pro-e-i-contro-dellinnovazione-tecnologica/
  2. https://www.stateofmind.it/2014/10/job-insecurity/
  3. https://www.biancolavoro.it/mondo-del-lavoro-ma-quanto-e-cambiato-dagli-anni-70-ad-oggi/
  4. https://www.researchgate.net/publication/267266279_Insicurezza_lavorativa_salute_e_scelte_di_vita_Lo_sguardo_della_psicologia_del_lavoro_Job_insecurity_health_and_life_projects_an_occupational_psychology_perspective
  5. https://www.docsity.com/it/job-insecurity-cos-e-e-come-combatterla/567918/
MARINA, L’IMPRENDITRICE

MARINA, L’IMPRENDITRICE

MARINA, L’IMPRENDITRICE

storia verosimile con personaggio di libera fantasia

“Mi chiamo Marina, ho 49 anni e vivo con mio marito e nostro figlio a Bologna, in una casa tra i colli sopra Porta Saragozza, nelle vicinanze di San Luca.

La mia famiglia abita qui a Villa Manfredi da tre generazioni, da quando mio nonno la fece costruire dopo il successo del suo primo negozio di alimentari, ampliato in seguito fino a diventare una catena di supermercati su scala nazionale, i “Corona Market”, grazie allo spirito imprenditoriale di mio padre, che prese le redini dell’attività a metà degli anni ‘90.

Allora sì che c’erano le condizioni per mantenere un’azienda competitiva sul mercato!

Me lo ricordo perchè proprio in quel periodo stavo terminando gli studi in Economia all’università, dove avevo appena conosciuto il mio futuro marito, Carlo, anche lui di buona famiglia.

Mio padre non pensava che io fossi pronta per affiancarlo alla guida dell’azienda, così mi finanziò un master a Milano. Accettai, decisa a dimostrargli di essere all’altezza delle sue aspettative, ma non ne ebbi mai la possibilità di farlo perché poco dopo la mia partenza lui morì per un infarto. Così mi trovai improvvisamente a doverlo sostituire a capo della nostra attività, dato che mia madre e i miei fratelli non erano in grado di portarla avanti.

Sono sempre stata molto dedita al mio lavoro, non risparmiandomi notti insonni e imparando in fretta che, se voglio che qualcosa sia fatta bene, posso contare solo su me stessa: così mi sono occupata sempre personalmente di molte mansioni diverse.

Quando è nato mio figlio Marco, nel 2008, ho dovuto rallentare per qualche mese e le conseguenze sono state catastrofiche! Abbiamo dovuto chiudere alcuni stabilimenti e per poco non ci ho rimesso i profitti di quell’anno, ma riassumendo più dipendenti part-time, sono rientrata dalle perdite.

Quando sono tornata in ufficio, non avevo nemmeno il tempo di andare in pausa pranzo, ma era meglio così perché volevo perdere subito i chili che avevo messo su in gravidanza e comunque sono sempre stata schizzinosa sul cibo.

Al mattino di solito mangio due gallette di riso, a metà pomeriggio una mela e poi mi sforzo di cenare con la mia famiglia, visto che la sera è l’unico momento in cui possiamo stare tutti e tre insieme. O almeno così era prima della quarantena.

In questo periodo Carlo passa tutto il tempo nello studio a tenere riunioni a distanza con i suoi dipendenti, io vorrei fare lo stesso ma devo anche controllare Marco, ora alle medie, e assicurarmi che segua le lezioni online e faccia i suoi compiti, mentre se fosse per mio marito nostro figlio sarebbe sempre in giardino a perdere tempo.

Non è affatto facile gestire tutto a distanza, perché non posso istruire i miei collaboratori come facevo in ufficio e mi mette a disagio non sapere sempre a che punto siano del loro lavoro. Ho richiesto che siano reperibili durante tutta la giornata lavorativa, rispondendo al telefono o ai messaggi in pochi minuti e avvisandomi quando vanno in pausa. Cerco di essere sempre presente ad ogni videochiamata tra gli amministratori dei diversi reparti, ma solo alcuni di loro tengono le webcam accese nelle ore di lavoro come da direttiva aziendale.

Per rilassarmi bevo del vino rosso, anche se devo stare attenta a non esagerare come è successo mentre eravamo a trovare dei parenti di mio marito a Milano il gennaio scorso, quando Carlo mi ha addirittura portata in ospedale.

Una volta ripresa, il giovane medico del pronto soccorso aveva iniziato a fare un po’ troppe critiche alla mia dieta e mi stavo innervosendo, ma poi sono arrivati dei pazienti gravi e mi ha congedata in tutta fretta.”

Spunti di riflessione: 

  1. Secondo te quali elementi hanno influito sulla salute di Marina?
  2. Il lavoro che ruolo ha nella vita del personaggio? In quanti e quali modi influenza la sua salute?
  3. In casa quale sembra la divisione dei compiti tra i membri della famiglia?
  4. L’imprenditrice come sta gestendo il lavoro da casa dei suoi dipendenti? Lo definiresti smart working?
  5. Alla fine del racconto, viene nominato un medico di pronto soccorso. Quali potrebbero essere i fattori che hanno impedito al medico di portare un reale miglioramento alla salute di Marina?

 

IL RUOLO DELLE DONNE AI TEMPI DELLO SMART WORKING

Il lavoro è un determinante di salute che permea la nostra esistenza sin dal suo inizio: quando nasciamo, il lavoro dei nostri genitori influenza le attenzioni e il tempo che potranno dedicarci, se vivremo in campagna o in città, le possibilità economiche della nostra famiglia (se andremo in vacanza, se potremo praticare uno sport o suonare uno strumento…), il tipo di percorso scolastico che ci si aspetterà da noi.

Crescendo con la domanda: “Cosa farai da grande?”, ci abituiamo ad immaginare un futuro in cui la nostra identità sarà inevitabilmente legata ai lavoratori che saremo.

Da adulti il lavoro occupa gran parte del nostro tempo durante la giornata, impiegando corpi e menti in attività che li tengono quasi sempre lontani dall’ambiente domestico.

Cosa accade quando il lavoro invade il luogo che prima era dedicato alla famiglia, allo svago e a noi stessi, abbattendo l’ultima barriera di separazione con il resto della nostra vita? E come cambiano i ruoli in una casa-ufficio?

Lavorare da donna

A causa di numerosi fattori culturali, il lavoro retribuito non incide in maniera uguale nella vita dell’uomo e della donna: basti pensare che in Italia l’occupazione femminile è tra le più basse d’Europa (penultima tra tutti i Paesi dell’Unione, con il 49,5% contro il 67,6% dell’occupazione maschile) e, nel settore privato, lo stipendio annuo di un uomo è in media il 9,8% più alto rispetto a quello di una donna, a parità di mansione (il cosiddetto gender pay gap).

Tutto ciò si traduce in una minore autonomia finanziaria delle lavoratrici italiane, da una parte perché anche nei lavori più retribuiti sono pagate meno dei colleghi, dall’altra perché spesso si trovano costrette a scegliere il part-time, un’occupazione più facilmente conciliabile con il lavoro domestico e con la cura dei figli, ancora oggi iniquamente distribuiti all’interno della maggior parte delle coppie eterosessuali.

Una donna tende così a fare meno carriera: per il ruolo che ricopre in casa, infatti, dispone di minor tempo da impiegare in ufficio per ottenere una promozione.

A questo quadro si aggiunge, dopo la nascita di un figlio, il fenomeno dell’abbandono dell’attività lavorativa, a volte incoraggiato dal datore di lavoro stesso in maniera più o meno esplicita, con le “dimissioni in bianco” come estremo: una condizione imposta per lo più alle donne al momento dell’assunzione e molto diffusa fino a una decina di anni fa, ora contrastata da una legge introdotta nel Jobs Act del 2014.

Lavorare da casa

In quest’ottica appare chiaro che considerare lo smart working come reale alternativa al lavoro d’ufficio anche a pandemia rientrata, potrebbe portare delle ripercussioni sulla tradizionale ripartizione del lavoro domestico e di cura, fattore che incide non poco sulle possibilità di crescita dell’occupazione femminile.

Questo contesto potrebbe finalmente mettere in luce il “carico mentale” oltre a quello fisico, che la donna è spessissimo costretta a sopportare tra le mura di casa: la nostra società non le richiede solamente di gestire il proprio lavoro retribuito, ma, senza soluzione di continuità, anche di essere l’unica manager dell’organizzazione familiare; l’uomo si sente messo così da parte ricoprendo solo un ruolo di subalterno senza responsabilità decisionali.

Il lavoro domestico e la cura dei figli, invece, dovrebbero essere visti come elementi fondamentali di coesione sociale e il lavoro retribuito da casa un’occasione sia per gli uomini che per le donne di mettere in discussione le convenzioni, richiedendo attivamente allo Stato di supportare le famiglie e promuovere la reale parità di genere con politiche e servizi adeguati.

Un grande passo in questa direzione sarebbe la modifica della legge n°81 del 2017 che regola, appunto, il lavoro agile, dei cui limiti e punti di forza parleremo durante la terza settimana del progetto, quella dedicata agli Spazi di Reazione.

Alessandra T. e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/22/loccupazione-femminile-aumenta-ma-resta-ancora-molto-da-fare-e-ora-e-tutto-in-mano-alla-camera/5680793/

https://www.repubblica.it/dossier/cronaca/gender-gap-le-donne-presentano-il-conto/2020/01/09/news/battaglia_sul_salario_tra_uomini_e_donne_la_corsa_non_e_alla_pari-244248228/

https://www.ingenere.it/articoli/due-parole-su-dimissioni-in-bianco-mai-piu

https://www.ingenere.it/articoli/pandemia-aiutera-riequilibrio-ruoli

https://www.huffingtonpost.it/entry/bastava-chiedere-e-la-frase-che-ogni-donna-e-stufa-di-sentirsi-dire-e-queste-vignette-lo-dimostrano_it_5dfba7ece4b006dceaaa7ac4

https://www.ingenere.it/articoli/spagnole-appendono-grembiule-chiodo

ANDREA, LO SPECIALIZZANDO

ANDREA, LO SPECIALIZZANDO

ANDREA, LO SPECIALIZZANDO

(storia verosimile con personaggio di libera fantasia)

Mi chiamo Andrea, ho 30 anni e sono un medico specializzando di medicina d’emergenza-urgenza all’università di Milano Bicocca: sono al secondo anno della scuola di specialità e lavoro nel pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

Vivo in un vecchio appartamento di un condominio nel quartiere Casoretto insieme ad un altro lavoratore e a 2 studenti universitari. Trascorro gran parte delle mie giornate fuori di casa quindi il fatto che la casa sia poco ospitale non è poi un così grave problema, se non fosse che la mia stanza non è abbastanza grande per ospitare la mia fidanzata; anche per lei è difficile ospitarmi perché, per motivi di lavoro, è tornata a vivere con i genitori nella sua città natale. Per questo negli ultimi due anni ci siamo visti molto poco e sento che il nostro rapporto si sta lentamente incrinando: lei significa molto per me e non vorrei che, dopo così tanti anni insieme, la scelta di venire a Milano contribuisca alla nostra rottura.

Un altro lato negativo della mia sistemazione è che la strada per arrivare all’ospedale ogni mattina non è poca, ma questa era l’unica opzione che il portafoglio mi permettesse: avvicinarsi maggiormente all’ospedale era impossibile e quindi l’abbonamento della metro era l’unica opzione fattibile.

Milano non mi è mai piaciuta per niente come città; è molto diversa dalla cittadina da cui provengo. Dopo non essere riuscito però a superare per due anni consecutivi il test di specialità, al terzo tentativo ho accettato il posto qui a Milano, l’unico rimasto disponibile nello scaglione della classifica nazionale dove ero finito. Provo a non pensarci e a concentrarmi sul lavoro in ospedale, però le cose non sono per niente semplici, nemmeno lontanamente simili a come mi aspettavo… ma ho dovuto per forza accettare questa soluzione per inseguire la mia aspirazione.

Da sempre voglio diventare un medico del pronto soccorso per prestare aiuto alle persone nel momento in cui hanno massimo bisogno di cure e supporto. Ma ho continuamente un tarlo nella testa: il percorso che sto facendo mi porterà realmente al futuro che mi sono immaginato? Riuscirò a dare il mio contributo nel modo in cui vorrei?

Non mi sento sufficientemente preparato per gestire situazioni difficili, a volte anche di vita o di morte, in cui spesso e volentieri mi imbatto. Ho la sensazione che le conoscenze che ho acquisito nei 6 anni di università non mi stiano aiutando nel lavoro attuale; a ciò si aggiunge inoltre la scarsa considerazione per la didattica del nostro corso di specialità. Non ho la sensazione di imparare quello che mi serve, non vengono valutate le nostre reali competenze e i tutor non ci seguono adeguatamente. Ma da un lato li capisco, sono nella nostra stessa situazione: anche loro riescono a stento a tirare avanti con il carico di lavoro, non riuscirebbero a fare di più.

Nel nostro reparto siamo rimasti in pochi perché nell’ultimo anno 3 medici sono andati in pensione; questa forte carenza di personale sta condizionando molto la qualità del nostro lavoro. Ultimamente mi capita spesso di riservare ai pazienti meno tempo e meno considerazione di quello che vorrei: me ne rendo conto solo a fine giornata, perché durante i turni non posso fermarmi, altrimenti mi sento sempre più in ritardo con gli incarichi.

Figuriamoci poi adesso nel contesto dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19; qui in Lombardia le prime settimane sono state difficilissime: la necessità della ridistribuzione degli incarichi e il cambiamento repentino delle procedure hanno reso ancora più frenetico e stressante il nostro lavoro. Per limitare il rischio del contagio sono anche dovuto rimanere a dormire in ospedale per un’intera settimana.

Non solamente in questo periodo così complicato le pause dal lavoro sono un tasto dolente: anche di solito sono spesso praticamente nulle, diventa difficile anche trovare il tempo per mangiare. Pranzo sempre di fretta con un panino o, quando sono fortunato, con un piatto trangugiato in mensa. Con la cena non va tanto meglio: mangio la prima cosa che trovo nel frigorifero o altrimenti mi ordino qualcosa su Just Eat. E il giorno dopo si riprende da capo.

Sarei forse dovuto andare all’estero? Forse lì la mia preparazione sarebbe stata più adeguata e il lavoro più appagante. Ma ormai la mia scelta l’ho fatta, voglio portare avanti l’impegno che mi sono preso; e poi dopo tutti gli sforzi e i sacrifici che ho fatto per arrivare fin qui non posso fermarmi ora.

Mi è sempre sembrato tutto una rincorsa, a partire dai primi 6 anni del nostro lunghissimo percorso. Ho dovuto mantenermi sempre in pari con gli esami per poter continuare a studiare: con la borsa di studio è l’unica alternativa possibile. Negli ultimi mesi volevo solo finire, non ce la facevo più: andavo avanti per inerzia, ma non me ne lamento troppo, è così un po’ per tutti.

Dopo la laurea, però, le cose non sono di certo migliorate, contrariamente a quanto mi aspettassi. Prima di ottenere l’abilitazione, e diventare quindi medico a tutti gli effetti, è passato quasi un anno. Per mantenermi economicamente ho fatto il formatore di parecchi corsi di primo soccorso; mi è piaciuto molto, ma non sono stato pagato in maniera sufficiente. I miei non sono riusciti ad aiutarmi ulteriormente e arrivavo giusto alla fine del mese mettendo da parte poco e niente.

Nei due anni in cui non ho superato il test di specialità le cose sono andate un po’ meglio dal punto di vista economico, ma purtroppo vivevo le giornate con un senso di incertezza e insicurezza. Il primo anno, infatti, ho ottenuto un lavoro con cui riuscivo a sostenermi: facevo il medico a gettone, gli ospedali mi chiamavano quando avevano bisogno; guadagnavo 500 euro per turni di 12 ore. Mi occupavo di urgenze minori in Pronto Soccorso; parecchie volte però è capitato che rimanessi da solo ad affrontare anche emergenze gravi, poiché l’altro medico doveva seguire l’ambulanza con l’automedica. Alcune volte è stato davvero un incubo: sentivo di non essere in grado di gestire quel tipo di situazioni.

L’anno successivo ho scelto quindi qualcosa di meno stressante: ho fatto il medico sociale di una squadra di basket di serie C, ma non sempre mi pagavano il gettone. Talvolta mi dicevano: “Vieni a mangiare con noi? Stasera ti offriamo pizza e birra per il tuo lavoro!”

A tutti questi pensieri si aggiunge il fatto che non riesco a confrontarmi adeguatamente con i colleghi, tutti andiamo avanti come niente fosse: sembra quasi che mostrarsi stanchi e scontenti sia una debolezza di cui vergognarsi. Il mantra rimane “il paziente viene sempre prima”.

Mi sento sempre in debito di energia, non recupero mai abbastanza: dormo mediamente 5/6 ore a notte, non ho tempo per le mie passioni e negli ultimi anni ho anche smesso di fare attività fisica: se penso a quanto mi piaceva giocare a basket da adolescente…. Saranno anni che non gioco una partitella.

Mi domando per quanto tempo riuscirò ancora ad andare avanti così… ma alla fine le cose andranno meglio, dovranno andare meglio per forza.

Spunti di Riflessione:

  1. Secondo te quali elementi hanno influito sulla salute di Andrea?
  2. Il lavoro che ruolo ha nella sua vita? In quanti e quali modi influenza la sua salute?

 

BURNOUT: LA SINDROME INVISIBILE “CHE ERODE L’ANIMA”

Che cos’è il burnout?

La nota definizione del burnout data da Christina Maslach (la ricercatrice che ha formulato il questionario MBI, Maslach Burnout Inventory, ancora oggi utilizzato per fare diagnosi) fa accapponare la pelle anche solo a leggerla.

Dopo decenni di studi, il 28 maggio 2019 l’OMS ha finalmente definito il burnout una sindrome; ha sancito inoltre che il termine è da riferirsi solamente all’ambito occupazionale e che tale condizione deriva da uno stress lavorativo cronico non adeguatamente gestito.

Non si tratta quindi di una malattia, ma di un problema di salute associato alla professione; non è nemmeno però da intendere solamente come stress da eccessivo lavoro, perché si associa anche alla “sensazione che la propria attività non abbia una vera utilità”.

Quali sono quindi i sintomi?

Sono molto numerosi e sarebbe inutile elencarli tutti; risulta molto più utile una loro suddivisione in 3 macro-categorie:

  1. estrema stanchezza, fino ad arrivare all’esaurimento;
  2. depersonalizzazione, descrivibile in altri termini come distanza mentale dal lavoro potenzialmente associata a cinismo, sarcasmo, negatività e necessità di sfogare sugli altri la propria frustrazione;
  3. diminuzione dell’efficacia lavorativa.

Come viene considerato in ambito giuridico?

Nell’elenco delle malattie professionali riconosciute dall’INAIL, le “malattie psichiche e psicosomatiche da disfunzioni dell’organizzazione del lavoro” – tra le quali rientra anche il burnout – costituiscono il gruppo 7 della lista 2, quella dedicata alle “malattie la cui origine lavorativa è di limitata probabilità”, definite anche “non tabellate”. Perciò, in caso di denuncia, la dimostrazione dell’origine professionale della malattia, quindi del rapporto causa – effetto tra essa e il lavoro effettuato, è a carico del lavoratore. Ciò non è ancora cambiato dopo le recenti dichiarazioni dell’OMS.

Ma qual è l’entità del problema tra gli operatori sanitari?

Il numero di medici in burnout è in aumento praticamente ovunque a livello mondiale.

Il report “Medscape National Physician Burnout, Depression & Suicide” datato 2019 riporta i risultati di un questionario distribuito a circa 15.000 medici statunitensi: il 44% dei medici intervistati ha rivelato di aver manifestato almeno 1 volta i sintomi riconducibili al burnout. Un altro dato allarmante proveniente da questo studio è che “il 16% dei professionisti intervistati ha dichiarato di avere chiesto aiuto o di pensare di farlo, mentre il 64% ha dichiarato di non voler cercare aiuto né di averlo mai fatto”.

In Italia la situazione non è affatto migliore: secondo un’indagine condotta in 12 nazioni dall’European General Practice Research Network il 43% dei medici italiani soffre o ha sofferto di burnout (la percentuale media dei dodici stati è del 22%, quindi notevolmente inferiore al dato italiano).

Sempre in ambito sanitario quali sono i motivi che portano al burnout?

Per rendere più comprensibile il tutto, abbiamo pensato di accennare il modello proposto da Dike Drummond, medico di famiglia statunitense specializzato nella cura del burnout.

Prima di passare più specificamente all’ambito medico vorremmo proporre una semplice metafora che dovrebbe aiutare a capire più facilmente come e quando si mettono in moto i meccanismi che portano al burnout. Se la batteria di un giocattolo si scarica, il giocattolo smette di funzionare; allo stesso modo un medico (ma ciò vale per un qualsiasi lavoratore) dovrebbe smettere di lavorare quando le sue energie si esauriscono per prevenire danni a lungo termine. Spesso e volentieri ciò non avviene ed è proprio il reiterarsi nel tempo di questo comportamento che sta alla base del burnout.

Ma un essere umano – il cui funzionamento non è ovviamente nemmeno lontanamente comparabile a quello di un giocattolo – di quali tipologie di energie è dotato? Drummond propone 3 diversi depositi di energia:

  • energia fisica;
  • energia emotiva;
  • energia spirituale (intesa come energia che deriva dai propri ideali e dalle proprie motivazioni personali).

L’esaurimento di questi 3 depositi si associa con ciascuna delle 3 macro-categorie di sintomi viste in precedenza: per essere precisi rispettivamente con stanchezza estrema, depersonalizzazione e calo dell’efficacia lavorativa.

Le condizioni e i motivi che in ambito strettamente sanitario facilitano lo sviluppo del burnout vengono classificate da Drummond in 5 gruppi:

  1. L’intrinseca natura stressante/stressogena della pratica medica (unica di queste 5 cause per cui veniamo adeguatamente preparati).
  2. Il contesto lavorativo specifico (modello di salute, SSN, carenza di personale, turni, ecc…).
  3. Un’inadeguata vita extralavorativa.
  4. L’effetto negativo dell’educazione medica ricevuta che porta all’assunzione incosciente di atteggiamenti a maggior rischio di burnout (“lupo solitario”, maniaco del lavoro, ecc..).
  5. Le capacità di leadership del proprio “capo” (fattore che si è recentemente rivelato molto rilevante nel complesso quadro del burnout).

 

Concludiamo questo approfondimento con una frase che riassume quanto detto finora e che il medico americano definisce “l’unica cosa che serve ricordare”:

“You can’t give what you ain’t got”

Altri spunti di riflessione:

  1. Utilizzando quest’ultima chiave di lettura, quali elementi diventano evidenti ripercorrendo la storia di Andrea?
  2. Pensi che il contesto lavorativo sanitario di oggi favorisca lo sviluppo di questa condizione patologica? A tal proposito quale può essere il ruolo positivo e/o negativo dei colleghi?

Luca e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti:

Caso studio:

  1. https://www.sanitainformazione.it/lavoro/lavoro-in-pronto-soccorso-ma-non-sono-preparata-la-storia-del-medico-a-gettone-che-scuote-la-sanita/

Approfondimento tematico:

  1. https://www.who.int/mental_health/evidence/burn-out/en/
  2. https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2019/05/30/stress-da-lavoro-medici-italiani-piu-esauriti-deuropa_737b5293-512b-4b79-b117-5e77e9b8388a.html
  3. https://www.thehappymd.com/
  4. https://www.aafp.org/fpm/2015/0900/p42.html

 

Approfondimenti sul Burnout:

Ti consiglio gli altri due articoli della serie di Drummond e anche altre risorse che ho trovato stimolanti.

Per chi non ne ha abbastanza e vuole approfondire ancora:

Questo invece è un approfondimento sul precariato in sanità: