NON TORNEREMO ALLA NORMALITA’

NON TORNEREMO ALLA NORMALITA’

NON TORNEREMO ALLA NORMALITA’

“Eppure il messaggio del virus è chiarissimo. Col linguaggio feroce che la natura sa usare quando vuol farsi sentire, ci dice che l’ordine del discorso va cambiato. Che è già cambiato. Le mappe su cui orientiamo i nostri percorsi sociali, a saperle leggere così come la pandemia le ha ridisegnate, già ci disvelano paesaggi fino a ieri invisibili – seppur presenti -, gerarchie di valori rovesciate. 

A cominciare dalla mappa del lavoro.”

Marco Revelli

 

“Et si l’épidémie, en faisant remonter en première ligne tous les travailleurs invisibles de la société de services, était le grand révélateur des fractures sociales ?” * 

Denis Maillard

 

Ed eccoci qui a parlare di sistema durante una crisi di sistema.

Quando ad ottobre abbiamo scelto il lavoro come finestra attraverso cui guardare alle dinamiche oggetto della salute globale, mai avremmo pensato di ritrovarci in mezzo ad una crisi che le mette a nudo.

La pandemia da COVID-19 sta colpendo il mondo intero come un gigantesco tsunami: sommerge il mondo fino ad ora esistito, immobilizzando l’immobilizzabile. L’onda sommerge la società del consumo e fa emergere, come fosse una coperta troppo corta, la società dei servizi: di decreto in decreto, abbiamo visto selezionare ciò che veniva considerato, del mondo del lavoro, essenziale; sospendere il superfluo.
Mentre il superfluo sta sotto (la gente di mare lo sa, il modo migliore per evitare un’onda è bucarla mentre arriva!), in attesa che l’onda si ritiri, la società dei servizi emerge su scialuppe di salvataggio, barcarole piene di buchi. Fra queste, il Titanic della salute pubblica continua a tirare su i dispersi, mentre già da tempo si è schiantato contro l’iceberg della privatizzazione senza l’attenzione di nessuno. 

Il virus ha messo sotto gli occhi del mondo la fragilità del nostro Paese, rivelando l’incapacità di produrre, distribuire e consentire un utilizzo tempestivo anche dei più semplici strumenti  di  protezione, persino al personale sanitario in prima linea, a livello ospedaliero e di medicina del territorio. Dal punto di vista economico, nell’arco di due soli mesi, l’epidemia ha evidenziato, non  solo  le gravi difficoltà di imprenditori alla ricerca immediata di sostegno da parte dello Stato, tramite interventi di cassa integrazione per i dipendenti,  prestiti garantiti e contributi a fondo perduto,  ma soprattutto ha fatto emergere l’esistenza di una classe di lavoratori nel complesso povera, senza risparmi, di lavoratori, anche  extracomunitari, invisibili, benché essenziali  per  le filiere produttive,  di “partite IVA” prive di garanzie, persino nell’ambito dei servizi pubblici, di un’Italia con enormi disuguaglianze di reddito e di condizioni lavorative che, nella situazione attuale si traducono, senza dubbio, in maggior rischio di contagio e di morte.

La tutela della salute è risultata difficilmente realizzabile da parte di un sistema di sanità pubblica, vittima di decennali depotenziamenti,  che ha in larga parte perso il controllo del territorio (3), ed è stata messa a rischio dall’esistenza di un sistema di produzione che,  da un lato,  non si può fermare,  per garantire profitti oltre che  beni e servizi essenziali, ma che, dall’altro, stenta ad autoregolarsi, ad innovarsi per  garantire realmente  il lavoro e contrastare gli effetti distruttivi sugli investimenti di una recessione economica che procede inesorabile a livello globale.

Nonostante i delatori da social network e la caccia ai corridori della domenica, è oramai evidente il ruolo centrale delle imprese nell’ostacolare  la messa in atto e nel ridurre al minimo i tempi di un lockdown efficace, e, sul fronte del lavoro, il fatto che restare a casa, con forme di lavoro agile, sia stata una prerogativa solo di alcuni, un privilegio, seppure privo di adeguate garanzie contrattuali, a fronte di chi  invece non ha potuto stare a casa, in quanto lavoratore “essenziale”,  o di chi,  dovendo restare a casa, ha perso il lavoro e, se privo tutele, ha perso anche la possibilità di cercarlo, uscendo così dalla condizione di occupato, per quanto invisibile, per entrare in quella di inattivo.

 

Quando abbiamo deciso di proporre il questionario “Lavoro e COVID-19”, il nostro interrogativo principale era se le attività produttive fossero state chiuse per tempo, se allo slogan #restiamoacasa, corrispondesse una reale tutela dei lavoratori e della salute pubblica.

Nel giro di un tempo estremamente breve, ci troviamo di fronte a una situazione in cui il pressing ad allentare le norme restrittive a protezione dal COVID-19 è diventato assordante, quasi  intollerabile, sospinto e sostenuto dalla vergognosa  sottovalutazione  dei  dati epidemici in atto, dalla previsione di sventure economiche (“non aprire è un  suicidio!”) e dall’utilizzo del “riaprire” per tentare di disarcionare il Governo in carica. Risulta invece fondamentale, a nostro parere, comprendere quale sia oggi la mappa del lavoro dentro e fuori dalle imprese, quale sia il rapporto tra produzione di beni e produzione di servizi, per far emergere tutti i tipi di lavoro, le diverse condizioni concrete e coglierne i rischi per i lavoratori al fine di strutturare nuove specifiche tutele, imprescindibili in vista di una piena ripresa delle attività, sia che esse ripropongano il sistema economico precedente sia che, come appare più probabile, vadano a realizzare un sistema nuovo, senz’altro fortemente caratterizzato dalla presenza della tecnologia.

Esaminando la normativa italiana succedutasi dall’inizio dell’epidemia (un lungo ponte di decreti legge intervallati da norme di attuazione con Decreti della Presidenza del Consiglio e del Ministro della Salute), al fine di comprenderne la reale efficacia in termini di tutela della popolazione e dei lavoratori nei diversi settori, è impossibile non soffermarsi su quelle attività che non sono mai state chiuse o chiuse tardivamente, su quelle che, anzi, si sono potenziate (4), e ancora su quelle che sono state già velocemente riaperte.

Se si prendono le norme emanate dal febbraio 2020 al Dpcm del 10 aprile 2020 passando  per il decreto del 22 marzo, si coglie senza possibilità di dubbio che alla chiusura delle  attività commerciali ed industriali è seguita velocemente la riapertura dei servizi  essenziali (e di quanti si autocertificavano come tali); già dal 10 di aprile si è giunti ad una riapertura decisamente significativa, dando risposta ad una logica economica seppure, occorre dirlo, il Governo abbia usato al meglio i suoi poteri per potenziare il settore sanitario e contenere con provvedimenti generali il contagio al fine di rendere  l’impatto con il sistema sanitario il più possibile sostenibile.

Indubbiamente la spinta a far prevalere l’aspetto economico (peraltro come riproposizione degli assetti precedenti) sulla salvaguardia della salute pubblica, ha reso difficile, dall’inizio, tanto le decisioni istituzionali quanto  la  loro  reale applicazione,  ledendo anche la consapevolezza delle persone, frastornate dai messaggi  contraddittori che si avvicendano nei programmi televisivi, dalla paura per il contagio mortale, dalla perdita di persone care e dalla deprivazione di ampie sfere della vita sociale ed affettiva, dalle difficoltà a reimpostare la propria vita e dal timore, in certi casi certezza, di non avere più lavoro ed infine, ma in primis, dalla mancanza di sistemi di protezione essenziali ancora oggi del tutto carenti.

 

LAVORO e COVID-19: il questionario del LABMOND

A fronte di quanto detto, la voce della Segreteria scientifica del Labmond si unisce a quella di chi sta chiedendo di contestualizzare (CSI, ISDE e Medicina Democratica, fra gli altri (5)) i dati emessi ogni giorno con il bollettino della Protezione civile, non volendo permettere che nuovamente si proponga la malattia come fenomeno indipendente dalla dimensione socio-economica e lavorativa, nonostante l’evidenza, e anzi, che venga considerata come esclusiva conseguenza di una responsabilità personale (quale, ad esempio, andare a correre). Oltre al significato che   il COVID-19 ha dal punto di vista individuale, relativamente al singolo individuo, sottolineiamo come la pandemia abbia svelato i rapporti di interdipendenza che intercorrono nella rete sociale: l’individuo, seppur centrale nella cultura neoliberista, è solo parte di un tutto, e dal funzionamento del tutto dipende la sua sopravvivenza.

Abbiamo dunque costruito un questionario, con l’obiettivo di contribuire a comprendere la relazione tra malattia e fattori socio-economici, mossi da due interrogativi principali:

  • il virus responsabile del COVID-19 si comporta da fattore esacerbante le disuguaglianze della nostra società?
  • Il lavoro svolto (in termini di localizzazione, tipo di lavoro, reddito, dinamiche della sospensione e utilizzo dei dispositivi di sicurezza) può considerarsi un fattore determinante nel mantenimento della salute e nella diffusione del contagio?

 

Ci teniamo a sottolineare in partenza le criticità del lavoro da noi proposto:

  • Durata di diffusione e conseguente raccolta delle risposte al questionario limitata: dal 10 aprile 2020 al 3 maggio 2020;
  • Diffusione “informatica” (social network, email, WhatsApp) e tramite passaparola, costituente un possibile bias di campionamento: la popolazione selezionata, infatti, deve necessariamente disporre di un mezzo digitale;
  • Ambiguità di alcuni items del questionario alla luce delle risposte, in relazione all’incredibile sfaccettatura del mondo del lavoro e anche, soprattutto, alla velocità di evoluzione della situazione che stiamo vivendo (si veda ad esempio il dato relativo all’interruzione dell’attività);
  • Modalità di somministrazione: la rete grazie alla quale si è costruito il campione è costituita più facilmente da contatti più o meno diretti del Comitato scientifico del Labmond.

Trovate qui:Risultati Questionario LAVORO E COVID-19, una prima analisi dei dati, parziale per motivi di tempo. Chiunque abbia interesse ad accedere ai dati grezzi può scrivere all’indirizzo labmond@sism.org.

Di seguito condividiamo le riflessioni relative ad alcuni fattori, e alla relazione fra questi, lavoro ed emergenza sanitaria.

Età

L’età, secondo la letteratura scientifica, è significativamente associata ad un maggiore rischio di letalità in caso di contagio da COVID-19 (6).         La popolazione italiana, caratterizzata tra il 2002 e il 2019, da indici demografici che indicano una struttura chiaramente regressiva, presenta un indice di ricambio della popolazione attiva, inteso come rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni),  di 132,8 che sta a significare che la popolazione lavoratrice italiana è molto anziana (7).

Dai dati più recenti resi pubblici dall’Istat sull’età media dei lavoratori in Italia, emerge come, nonostante alcuni provvedimenti tesi a favorire, per alcuni e in specifiche situazioni, l’anticipo dell’età pensionabile,  l’età media dei lavoratori si innalzi sempre più a partire dal 2011 e si conservi la tendenza già affermatasi in Italia a partire dagli anni ‘90: “In sostanza i lavoratori più giovani, energici e innovativi si sono rarefatti dal 41% al 22% della popolazione produttiva; quelli più anziani sono aumentati da un terzo alla metà. Una parte devono averla le preferenze culturali nel Paese per persone più esperte, o più ricche di rapporti sociali, perché il numero degli occupati di oltre 65 anni è esploso: oggi questi lavoratori anziani sono oltre mezzo milione, più 41% in 25 anni.” (8).

Genere

I dati più recenti relativi al contagio evidenziano un’incidenza maggiore nel genere femminile, nonostante le maggiori probabilità di guarigione. Tale dato va analizzato alla luce del fatto che, come ricorda il Fondo delle Nazioni unite per la popolazione, le donne rappresentano il 70% della forza lavoro nel settore della sanità e dei servizi sociali e di assistenza a livello globale (9). Secondo quanto riportato dall’INAIL (11) il 71,1% dei contagiati sul lavoro sono donne e il 28,9% uomini, con un’età media di poco superiore ai 46 anni (46 per le donne, 47 per gli uomini). Tra gli infermieri e gli altri tecnici della salute, in particolare, più di tre denunce su quattro sono relative a lavoratrici.

Come noto, inoltre, nei vari ambiti lavorativi, le donne hanno contratti tendenzialmente più sfavorevoli, a causa del maggior carico di cura all’interno della famiglia, e redditi più bassi a parità di prestazione rispetto agli uomini con differenze marcate tra nord e sud del Paese. Nella fase 1 dell’emergenza, le soluzioni di lavoro agile, per le più fortunate, in associazione alla chiusura delle scuole, hanno prodotto situazioni stressogene con maggiore ricaduta sulle donne.

Nucleo familiare

Più il nucleo familiare è numeroso e composto da lavoratori, minore è la metratura, maggiore è il rischio di contagio intra-abitativo.                         Secondo un’indagine appena diffusa dall’Istat, oltre un quarto degli italiani vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, e la quota sale al 41,9% per i minori. La metratura media è di 81 metri quadrati (meno di Giappone, Spagna, Germania e Francia).

Ben il 30,9% dei nuclei familiari risulta abitare spazi di dimensioni inferiori rispetto a quelli europei di riferimento (dati Eurostat), mentre il 5% degli italiani vive in abitazioni che presentano problemi strutturali, che non hanno il bagno o la doccia con l’acqua corrente o che presentano problemi di luminosità (10).

I dati relativi al nucleo familiare ci servono a fare una serie di riflessioni: oltre a quelle  riguardanti “la vita in lockdown” (si noti, ad esempio, che un terzo delle famiglie italiane non ha un computer in casa, con ovvie difficoltà nel lavorare in smart working, qualora richiesto e compatibile con la professione svolta e soprattutto con l’impossibilità di far proseguire l’attività formativa in didattica a distanza ai figli), è centrale relazionare il dato relativo alla dimensione del nucleo familiare con l’interruzione dell’attività lavorativa (se avvenuta).

Localizzazione sul territorio 

“Perché la macelleria epidemica lombarda? Perché quella concentrazione di ammalati e deceduti là dove massimo è l’attivismo produttivo, la fibrillazione della vita activa, la densità del tessuto industriale oltre che dell’inquinamento? Non è un fatto solo italiano: negli Stati Uniti le prime cartografie della Pandemia mostravano due epicentri, nella east e nella west coast. Nel Regno Unito a Londra. In Francia nell’Ile de France e nel Grand Est. I potenti hub del lavoro totale che mette sotto stress i territori…”

La grande differenza interregionale va analizzata, oltre che certamente rispetto alle alle politiche in ambito sanitario (e in particolare al rapporto fra pubblico e privato in determinate regioni), anche rispetto alla produttività, alle tipologie di lavoro.  L’impostazione e organizzazione dell’attività lavorativa, come abbiamo imparato in queste settimane, risulta correlata con lo stato di salute e certamente, durante l’emergenza, con l’incidenza del virus e la sua letalità.

Secondo i dati raccolti fino al 21 aprile, e pubblicati dall’INAIL in occasione del 1°maggio u.s. il 67,8% delle 28mila denunce di infortunio virus-relate arriva dalle quattro regioni più colpite dal COVID-19: la Lombardia è la prima per denunce con il 35,1%, seguita dal Piemonte con il 13,4%. L’Emilia Romagna è terza con il 10,1% mentre il Veneto segue con il 9,2% (11).

Lavoro

Secondo il succitato report dell’INAIL, si ipotizza una vera e propria strage sul lavoro per COVID-19, con 28mila contagi (45,7% riguardanti i tecnici della salute) e 98 morti fra il personale sanitario, secondo una stima contestata e provvisoria: gli Ordini dei medici, infatti, calcolano, come è noto, più di 150 medici, oltre a 40 infermieri. Si sottolinea inoltre che i 98 casi denunciati costituiscono solo il 40% dei decessi sul lavoro denunciati nel periodo in esame.

Prendendo in considerazione le diverse attività produttive, il settore della sanità e assistenza sociale – in cui rientrano ospedali, case di cura e case di riposo – registra il 72,8% dei casi di contagio sul lavoro. Il 12,6% dei casi riguarda invece lavoratori stranieri, tra i quali la percentuale delle donne è pari all’80%, molto probabilmente badanti.

Provvedimenti sulla sicurezza e valutazione del rischio (12)

“La salute e la sicurezza di tutta la nostra forza lavoro è fondamentale. Di fronte a un’emergenza causata da una malattia infettiva, il modo in cui proteggiamo i nostri lavoratori è una garanzia per la sicurezza delle nostre comunità e per la resilienza delle nostre imprese. La protezione dei lavoratori, delle loro famiglie e dell’intera collettività può essere assicurata solo attraverso la messa in campo di misure per la salute e sicurezza sul lavoro che permettano di dare continuità al lavoro e di garantire la sopravvivenza economica”,  ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIL, Guy Ryder.

L’OIL ha evidenziato le esigenze dei lavoratori e delle imprese più vulnerabili, in particolare quelli dell’economia informale, i migranti e i lavoratori domestici. Le misure per proteggere questi lavoratori dovrebbero includere — tra l’altro — la formazione su modalità di lavoro che garantiscano la sicurezza, la fornitura gratuita dei necessari dispositivi di protezione individuali (DPI), l’accesso ai servizi di salute pubblica e a misure e alternative che assicurino il sostentamento. Si sottolinea che, dal punto di vista economico, i lavoratori dell’economia informale si annoverano fra quelli maggiormente a rischio: per 1,6 dei 2 miliardi si stima che la crisi abbia causato una diminuzione del 60% del reddito. Senza alternative di reddito, questi lavoratori e le loro famiglie non avranno mezzi per sopravvivere.

Le misure di gestione e controllo del rischio dovrebbero, inoltre, essere adattate in modo specifico alle esigenze dei lavoratori in prima linea nella pandemia. Tra questi, gli operatori sanitari e altri lavoratori che sono addetti ai servizi d’emergenza, come pure quelli occupati nella vendita di generi alimentari e nei servizi di pulizia.

“La pandemia di COVID-19 ha evidenziato la necessità di adottare programmi nazionali che siano capaci di proteggere la salute e la sicurezza degli operatori sanitari, dei medici, dei soccorritori e di molti altri lavoratori che rischiano la loro vita per salvare quella degli altri”, ha affermato il Dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Per assicurare la sicurezza nella fase di ritorno al lavoro e evitare ulteriori interruzioni, l’OIL raccomanda di:

  • Intraprendere una mappatura dei rischi e assicurare una valutazione continua dei rischi di contagio in relazione a tutte le attività lavorative.
  • Adottare misure di controllo del rischio che tengano in considerazione le specificità di ciascun settore e della forza lavoro impiegata. Queste misure possono includere: (a) la limitazione delle interazioni fisiche e il rispetto del distanziamento in caso di interazioni tra lavoratori, appaltatori, clienti e visitatori; (b) il miglioramento della ventilazione nei luoghi di lavoro; (c) la pulizia delle superfici, assicurando la salubrità dei luoghi di lavoro e la disponibilità di strutture adeguate per l’igiene delle mani e la sanificazione; e (d) la disponibilità gratuita dei dispositivi di protezione individuale per i lavoratori, ogni qualvolta necessario.
  • Predisporre procedure per l’isolamento dei casi sospetti e per la tracciabilità dei contatti dei lavoratori.
  • Fornire supporto psicologico al personale.
  • Attivare iniziative di formazione e di distribuzione di materiale informativo sulla salute e sicurezza sul lavoro, incluso su profilassi igieniche appropriate e sull’utilizzo di sistemi di monitoraggio e di protezione, come i DPI, nei luoghi di lavoro.

 

In questa direzione, il 24 Aprile è stato condiviso tra Governo, varie organizzazioni di rappresentanza datoriali, ad esempio Confindustria, e sindacali come Cgil, Cisl e Uil un aggiornamento del “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro” firmato il 14 marzo 2020 in attuazione della misura (art. 1, comma 1, numero 9) del DPCM 11 marzo 2020, che raccomandava intese tra organizzazioni datoriali e sindacali.

La nuova versione tiene conto dei più recenti provvedimenti del Governo e del Ministero della Salute e, pur confermando tutti i punti del precedente “Protocollo condiviso”, aggiunge nuove disposizioni a partire da quella relativa alla sospensione delle attività in carenza di sicurezza.

Si indica, inoltre, che “l’azienda fornisce un’informazione adeguata sulla base delle mansioni e dei contesti lavorativi, con particolare riferimento al complesso delle misure adottate cui il personale deve attenersi, in particolare sul corretto utilizzo dei DPI per contribuire a prevenire ogni possibile forma di diffusione di contagio”.

Conclusioni

* E se l’epidemia, portando in primo piano tutti i lavoratori invisibili della società dei servizi, fosse stata la grande rivelazione delle fratture sociali? 

E se l’orribile messaggio di questa catastrofe potesse essere ascoltato per una grande svolta di consapevolezza (15) rispetto all’ insostenibilità di una società globale dove i bisogni di salute sono sempre secondari al profitto e al consumo e il lavoro si esprime in dinamiche di ricatto sociale?

In questa prospettiva dovrebbe prevedersi la riapertura, tanto richiesta dal capitale e dai  suoi  alfieri, ben consapevoli della loro, seppur relativa, estraneità al contatto fisico con il coronavirus; in questa ottica avrebbero dovuto, e dovranno, essere valutati i rischi dei  medici, del  personale sanitario, degli addetti alle pulizie (architravi della sanificazione),  degli  operai  in  fabbrica, dei rider, delle cassiere, degli autisti e… potremmo proseguire,  indicando tutte le categorie a rischio diretto di infezione, con la consapevolezza che quando si tratta di malattie infettive, ma non solo in quel caso, dalla rete sociale non si prescinde, e che il rischio di uno è rapidamente rischio per tutti.

Con questo scopo dovranno essere essere emesse norme chiare ed efficaci, e se ne dovrà realmente verificare e precisare l’applicazione, oltre che gli adeguati controlli, per evitare che l’apertura progressiva delle attività avvenga senza gli accorgimenti necessari per abbattere il rischio e per cogliere l’occasione per realizzare una svolta nella produzione, nei servizi e nel lavoro che rimetta al centro l’uomo e i suoi più autentici bisogni.

Giulia G e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

 

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti e riferimenti

  1. https://ilmanifesto.it/effetti-della-crisi-nella-nuova-mappa-del-lavoro/
  2. https://ilmanifesto.it/una-regione-senza-metodo-ne-cura-della-comunita-il-personale-e-devastato/
  3. https://catalyst.nejm.org/doi/full/10.1056/CAT.20.0080
  4. https://24plus.ilsole24ore.com/art/sanita-cibo-farmaci-settori-che-assumono-tempo-virus-ADvtE9F
  5. https://csiaps.org/
    https://www.isde.it/covid-19-mortalita-nelle-regioni-italiane-tassi-di-mortalita-cumulativi-grezzi-ogni-100-000-residenti/
    https://www.isde.it/covid-19-medici-per-lambiente-scrivono-a-conte-speranza-e-costa-mettere-a-sistema-la-rete-dei-medici-sentinella-sul-territorio-per-la-prevenzione-epidemiologica-e-il-monitoraggio/
    https://todocambia.net/voci-migranti-ai-tempi-del-corona-virus/
    https://www.change.org/p/commissariare-la-sanit%C3%A0-lombarda-va-fatto-ora
  6. https://www.statista.com/statistics/1106372/coronavirus-death-rate-by-age-groupitaly/
  7. https://www.tuttitalia.it/statistiche/indici-demografici-struttura-popolazione/
  8. https://www.corriere.it/economia/17_febbraio_21/occupazione-lavoro-che-invecchia-832f2a12-f7b3-11e6-9a71-ad40ee291490.shtml
  9. https://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/le-storie/2020/04/08/news/covid-19_le_donne_pagano_un_conto_piu_salato-253472751/
  10. https://www.repubblica.it/economia/2020/04/06/news/istat_tutti_in_casa_ma_per_il_40_spazi_esigui_e_un_terzo_delle_famiglie_non_ha_il_computer-253271389/.
  11. https://ilmanifesto.it/strage-sul-lavoro-2-morti-ieri-gia-98-per-covid/
  12. https://www.medicinademocratica.org/wp/?p=9853
  13. https://www.ilo.org/rome/risorse-informative/speeches/WCMS_742980/lang–it/index.htm
  14. https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/coronavirus-covid19-C-131/la-guida-aggiornata-al-nuovo-protocollo-di-sicurezza-AR-20049/
    https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/coronavirus-covid19-C-131/rivedere-la-valutazione-dei-rischi-se-i-processi-lavorativi-sono-cambiati-AR-20054
  15. https://ilmanifesto.it/le-scoperte-di-questo-primo-maggio/

 

 

 

L’INDIVIDUO LA SOCIETA’ E LA COSTRUZIONE DELLE DISUGUAGLIANZE con Chiara Volpato

L’INDIVIDUO LA SOCIETA’ E LA COSTRUZIONE DELLE DISUGUAGLIANZE con Chiara Volpato

L’INDIVIDUO LA SOCIETA’ E LA COSTRUZIONE DELLE DISUGUAGLIANZE – Analisi e guida per la loro decostruzione

con Chiara Volpato

“Le grandi disuguaglianze provocano l’aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale, sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere generale. L’incremento delle disparità si traduce in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. Perché, di fronte ai danni che provocano ai singoli individui e alla società nel suo insieme, le disuguaglianze persistono e diventano, nell’attuale momento storico, sempre più estreme?”

Quali processi psicologici impediscono a chi è in condizione svantaggiata di ribellarsi? 

…E chi domina, come giustifica a se stesso e agli altri il proprio privilegio?

Siamo pronti ad affrontare queste tematiche con la Professoressa Volpato, autrice del libro “Le radici psicologiche delle disuguaglianze” e docente di Psicologia sociale presso l’Università di Milano Bicocca.

 

Per noi è stato illuminante…

… aspettiamo la vostra!

Collegati in diretta streaming su https://youtu.be/jc5ULdKYhIA l’8 maggio 2020 alle ore 18:00, avremo un’oretta e mezza di confronto e curiosità direttamente con l’autrice!

Il Comitato Scientifico LabBlog

IL RICATTO DELL’ILVA: OCCUPAZIONE E PRODUTTIVITÀ’, MA A CHE PREZZO?

IL RICATTO DELL’ILVA: OCCUPAZIONE E PRODUTTIVITÀ’, MA A CHE PREZZO?

IL RICATTO DELL’ILVA: OCCUPAZIONE E PRODUTTIVITÀ’, MA A CHE PREZZO?

Per comprendere più a fondo le radici delle disuguaglianze in ambito lavorativo è necessario mettere a nudo i meccanismi perversi che possono innescarsi nel rapporto malsano tra azienda e lavoratori, tra multinazionali e comunità locali.

L’esempio, forse più esplicativo e paradigmatico, di queste dinamiche è la realtà di Taranto e l’industria ex Ilva, un rapporto che ripercorre le fila della storia della condizione degli operai italiani dal secondo dopoguerra ad oggi; la storia della dicotomia tra il lavoratore costretto ad accettare qualsiasi condizione pur di lavorare in un società in cui regna il valore del “lavoro ergo sum”, e l’azienda, disposta a sacrificare, in nome della produzione, la salute e a volte la vita, del lavoratore e dei cittadini. Ma la storia di Taranto è anche una storia di speranza, una storia di lotte per i diritti sindacali, di vittorie e sconfitte, è la storia di una città che, nella speranza di un futuro migliore per i propri figli, ha dovuto accettare un “patto con il diavolo”, di cui ancora oggi paga le conseguenze. Mentre, lontano dalle cokerie e dagli altoforni, lontano dalle polveri sottili e dalle emissioni di benzopirene, c’è chi si arricchisce sulle spalle di chi ogni giorno va in fabbrica a lavorare mettendo a rischio la propria salute e quella della propria famiglia, degli agricoltori e degli allevatori il cui lavoro è reso vano da una terra resa ormai infeconda e tossica, di chi si arricchisce sulle spalle di coloro che combattono al fianco dei propri bambini nel reparto di oncologia.

Per poter spiegare al meglio la questione di Taranto, così controversa e strumentalizzata, abbiamo intervistato Salvatore Romeo, dottore di ricerca in Storia economica e autore del libro “L’acciaio in fumo. L’ILVA di Taranto dal 1945 a oggi” .

Il rapporto tra l’ILVA e la città

La visione di un’ILVA come “ombra che da sempre incombe sulla vita di un individuo e dei suoi cari”, è una descrizione che certamente ha la sua veridicità, ma che oscura, invece, la complessità di un rapporto nato in circostanze diverse; nato in una Taranto che aveva perso il suo ruolo strategico alla fine del secondo conflitto mondiale e che ha visto nel siderurgico anche un’occasione di riscatto. Potresti raccontarci, da studioso, ma soprattutto da tarantino, questo rapporto? 

Potremmo suddividere la storia del rapporto industria-Taranto in tre periodi, tre fasi per comprendere come questo rapporto sia fortemente mutato nel corso degli anni, riflesso di mutamenti storici e politici:

  • ANNI ‘60: la città di Taranto aveva grandi aspettative di benessere economico, infatti aveva precedentemente vissuto una crisi drammatica, e assunse quindi nei confronti della fabbrica un atteggiamento subalterno: classi dirigenti locali e la comunità accettarono senza discutere le decisioni strategiche dell’azienda Italsider anche su questioni come la localizzazione dello stabilimento che ha avuto e ha tuttora ripercussioni notevoli dal punto di vista ambientale e sanitario sulla popolazione locale. Quella decisione venne presa seguendo una logica di vantaggio tecnico economico dell’azienda, venne scelta l’area più vicina al porto (elemento fondamentale per uno stabilimento come quello di Taranto), ma allo stesso tempo molto vicina alla città, in particolare molto vicina al quartiere Tamburi, ai tempi già esistente, che aveva vissuto una grande espansione già negli anni 50, prevalentemente operaio- popolare.
  • ANNI ’70: non tutte le aspettative si stavano realizzando. Subito dopo la costruzione dello stabilimento migliaia di persone coinvolte nella costruzione degli impianti persero il lavoro. In più lo stabilimento dimostrò non avere una ripercussione sul contesto economico locale e si iniziò a percepire l’inquinamento e i problemi ambientali. Quindi la comunità tarantina cominciò a contestare alcuni degli elementi che in precedenza aveva accettato anche con una certa passività, soprattutto contestò l’indipendenza dell’azienda, cioè che quest’ultima prendesse decisioni molto importanti senza tenere in considerazione le possibili ripercussioni, e senza consultare la comunità locale. Nel corso degli anni ’70 ci furono poi delle contestazioni molto importanti provenienti da un soggetto che divenne decisivo nelle dinamiche locali: il movimento operaio, cresciuto enormemente a partire dalla costruzione dell’Italsider (negli anni 70 avremo una manodopera diretta di 20.000 lavoratori a cui bisogna sommare altrettanti nell’indotto). La massa operaia cominciò a rivendicare una serie di diritti e assieme alla comunità locale esercitò una pressione dal basso con cui l’Italsider si dovette misurare in futuro.
  • ANNI ’80 – OGGI: Il rapporto fabbrica città va deteriorandosi progressivamente; la fabbrica non è più un fattore di sviluppo della comunità locale perché dagli anni 80 si innescano vari processi tra cui la drastica riduzione di manodopera in seguito alla crisi. Questo significa che quelli che prima erano lavoratori divengono disoccupati e pensionati, perdono il loro ruolo sociale. Questa fabbrica che prima era considerata un grande polmone, una grande forza in grado di portare benessere, viene vista con sempre maggiore diffidenza e questo raggiunge l’apice con la privatizzazione (‘94-‘95) quando arriva una nuova proprietà che impone un cambiamento drastico nei rapporti con la città: la fabbrica si chiude in se stessa, la vecchia generazione operaia, ormai in pensione, viene sostituita da lavoratori molto giovani assunti con contratti a tempo determinato, i quali subiscono un imprinting per cui assumono  una posizione subalterna nei confronti dell’azienda, e questo farà sì che tra la città e la fabbrica si scavi un fossato che diventerà sempre più profondo man mano che tra gli anni 90’ e gli anni 2000 si solleverà la questione ambientale, attorno alla quale si misurerà in maniera chiarissima la contrapposizione tra una comunità aziendale controllata in modo molto forte dal vertice aziendale (dai Riva) e una comunità cittadina che vede la fabbrica come un corpo estraneo, un corpo ostile. Per cui la dialettica che si sviluppa fino ai nostri giorni è una dialettica di scontro duro, con momenti di compromessi sì, ma con una crescente disaffezione dei cittadini nei confronti della fabbrica.

Il ruolo dei lavoratori

Quanto i lavoratori dell’ILVA hanno inciso sulle scelte intraprese dalla proprietà e dallo Stato? Quali strade pratiche hanno intrapreso per mobilitarsi?

Gli anni 70 sono un decennio fondamentale per il rapporto tra fabbrica e città. In questo decennio la comunità locale ha provato a indirizzare le strategie di Italsider per finalizzare l’azione dell’azienda in funzione dello sviluppo locale, e questo è avvenuto grazie al movimento operaio.

I primi operai a entrare in fabbrica hanno una bassa conflittualità, soprattutto perché vengono selezionati attraverso dei canali abbastanza particolari, soprattutto attraverso la chiesa, e le strutture legate alla democrazia cristiana, quindi la dc stessa, l’azione cattolica, i sindacati cattolici, la cisl; quindi quelle che sono le forze egemoni in quel momento a Taranto (ma anche in tutto il paese) esercitano una sorta di filtro; in tali circostanze i lavoratori comunisti vengono sistematicamente discriminati. Si viene così a creare una prima classe operaia a bassa conflittualità.

Le cose cambiano con il raddoppio, perché in questo momento entrano in fabbrica migliaia di operai (tra la fine anni 60 e fine anni 70 si passa da 5 mila a 22 mila), quindi i vecchi canali clientelari non riescono a reggere l’urto in quanto non si possono selezionare migliaia di operai, vagliandoli uno per uno, indagando su cosa votano, cosa fanno, cosa pensano… A questo si aggiunge il contesto storico: tra la fine degli anni ‘60 e gli anni ‘70 vi è la contestazione giovanile, il 68, il 69; quindi questi giovani operai in molti casi avevano già avuto un incontro con la politica e con determinati ideali già a scuola. Avevano una prospettiva diversa e una conflittualità maggiore, e si trovarono a scontrarsi con una organizzazione del lavoro che potremmo definire assolutamente inumana, a cominciare dai rischi per la salute. Si verificano infatti numerosissimi incidenti mortali, soprattutto durante la fase di costruzione degli impianti.

Vi consiglio l’inchiesta dell’istituto italiano di medicina sociale (1) che è stato cruciale in quegli anni, in quanto fra i responsabili vi era Giovanni Berlinguer che era uno dei promotori di un movimento di medici il cui scopo era quello di far emergere le condizioni di insalubrità dei luoghi di lavoro. (“La salute delle fabbriche”,De Donato, Bari, 1969) Una parte della categoria medica in quel periodo cominciava a guardare con molto interesse quello che accadeva ai lavoratori nelle fabbriche. Anche a Taranto si operarono queste indagini e si registrò una accresciuta sensibilità dei lavoratori nei confronti di problemi sanitari e ambientali. Quest’ultimi infatti elaborarono una serie di rivendicazioni partendo proprio dal disagio in cui vivevano e su questa base si costruirono una serie di battaglie sindacali che portarono a dei risultati molto importanti.

In quel momento gli operai incidono molto sulle scelte della proprietà, ad esempio, il settore più pericoloso dal punto di vista della sicurezza sono gli appalti, in genere c’è una differenza sia dal punto di vista salariale sia delle norme , rispetto alle aziende principali (sempre pagati meno e meno diritti, meno sicurezza…). Al culmine di queste battaglie durissime i lavoratori dell’appalto riescono ad ottenere l’ equiparazione sia dal punto di vista salariale che dal punto di vista normativo con i lavoratori Italsider.

 

Il ruolo dei sindacati

E i sindacati? Nel corso degli anni sono nati movimenti in parallelo, o forse, in antitesi ai sindacati, come il comitato “cittadini e lavoratori liberi e pensanti”. Dunque, i sindacati e i movimenti sorti nel corso degli anni, hanno svolto il loro ruolo di mediatori e portavoce

Chiaramente dopo gli anni ‘80 si ha un’inversione di tendenza, il movimento sindacale perderà forza perchè si attraversa un momento di crisi in cui l’azienda deve effettuare delle strategie di risanamento finanziario e ristrutturazione aziendale, dovendo anche ridurre molto il personale. Il potere contrattuale dei sindacati inizia ad arretrare e si schianta definitivamente dopo la privatizzazione, perché il processo di turnover cioè la completa sostituzione della vecchia manodopera operaia porta all’assunzione di nuovi giovanissimi operai, senza nessuna cognizione del lavoro industriale né tradizione sindacale. 

Tutto questo toglie il terreno da sotto i piedi del sindacato, che non ha più la sua base di riferimento. Questi giovani lavoratori assunti con contratto di due anni si guardano bene dal tesserarsi al sindacato, gli viene consigliato anche dagli operai più anziani, perché rischiano addirittura di non ottenere il rinnovo del contratto a tempo determinato. 

Il sindacato non ha più il controllo della manodopera, che sarà sempre di più nelle mani dell’azienda, la quale usa una serie di strategie che porteranno alla formazione di una classe operaia molto subalterna, (usa la strategia del bastone e la carota) ovvero userà ricatti come “se non stai al tuo posto non ti rinnovo il contratto”, ma anche benefici “se fai il bravo ti do dei benefit”. Questo sarà un problema quando sorgerà la questione ambientale, perché la massa operaia si ritroverà dalla parte dell’azienda e verrà vista anche dai cittadini come un ostacolo.

Dopo il 2012 iniziano ad emergere dei movimenti operai spontanei, formati da ex sindacalisti. Infatti, una parte degli operai che fino a quel momento avevano accettato supinamente le decisioni dell’azienda, iniziano ad interessarsi a questi comitati, che in ogni caso non hanno una grande presenza in fabbrica (come anche i dati attuali dimostrano i sindacati sono comunque i più rappresentativi della massa operaia).  Questi movimenti riescono però ad unire la popolazione, anche non operaia, su posizioni molto radicali nei confronti sia dell’azienda sia degli stessi sindacati, proponendo di superare le mediazioni tradizionali dei sindacati e della politica. Questi movimenti hanno dunque avuto un impatto notevole nel dibattito politico locale.

 

La questione ambientale

È possibile rendere l’industria meno impattante dal punto di vista ecologico e più sicura per i lavoratori e la comunità tarantina? Ad esempio, la proposta dell’attuale governatore della Puglia, Michele Emiliano, di una “decarbonizzazione” potrebbe essere risolutiva? 

Cosa si intende per decarbonizzazione? Il processo siderurgico viene chiamato ciclo integrale, si parte infatti dalle materie prime che sono carbone e minerale di ferro. L’acciaio è, infatti, una lega ferro-carbone, dunque l’elemento carbonio non si può sopprimere, però ci sono diversi metodi di produzione. Si possono effettivamente trovare delle soluzioni tecnologiche in grado di ridurre significativamente le emissioni negli impianti più inquinanti, ovvero la cokeria e gli altoforni. Bisogna intervenire su questi impianti per trasformarli radicalmente o sostituirli con altri impianti che non abbiano lo stesso impatto ambientale. Ci sono diversi esempi nel mondo di impianti trasformati con innovazioni tecnologiche, che hanno pertanto ridotto significativamente il loro impatto ambientale; un esempio è l’impianto di Duisburg in Germania, nella Ruhr, una regione occidentale dove è nata la siderurgia europea agli inizi dell’800. Si tratta di un impianto grande circa come quello di Taranto, dove l’azienda Thyssenkrupp, una delle più grandi multinazionali del settore, ha realizzato grandissimi investimenti agli inizi degli anni 2000 per rinnovare gli impianti delle cokerie, tra i più dannosi, perché da lì si realizza la quasi totalità del benzopirene, un accertato cancerogeno. A Taranto all’epoca si adottavano soluzioni molto meno incisive, comunque ottenute tramite scontri durissimi tra la popolazione, l’azienda e il governo.

Dal punto di vista tecnico nulla osta che anche Taranto possa diventare sostenibile dal punto di vista ambientale. Quando l’azienda è stata ceduta ad Arcelormittal [vedi domanda successiva] è stato stabilito un certo numero di interventi, che però dovrebbero essere ancora effettuati. Questi piani ambientali dovrebbero essere rivisti, perché forse Arcelormittal interromperà il suo investimento su ILVA, quindi ne verranno realizzati di ancora più innovativi. Ovviamente si tratta anche di una questione politica, il governo dovrebbe far rispettare questi accordi.

Il ruolo della siderurgia in Italia

Qual è, a tuo parere, il vantaggio di avere un’industria siderurgica grande come quella di Taranto sul territorio italiano?  E come è mutato il suo ruolo strategico in seguito alla cessione della fabbrica ad ArcelorMittal? 

Cessione che ha senza dubbio ridimensionato il rapporto dell’industria siderurgica tarantina con il contesto locale, legandola passivamente alla scala globale, in particolare sulle conseguenze che questo ha avuto sull’economia italiana “la quale in questo modo ha visto accrescere la sua esposizione alle dinamiche globali e, al contempo, diminuire la sua capacità di influenzarle”.

Qualsiasi paese manifatturiero, che abbia un’industria che produce automobili, beni di consumo in generale, dovrebbe avere un’industria siderurgica. Poter avere una produzione interna significa che le nostre aziende manifatturiere possono rifornirsi di acciaio in tempi relativamente rapidi, possono essere tranquille nel programmare le loro attività produttive. Ci sono altri elementi, come il fatto che l’industria siderurgica in genere investe molto nella ricerca, hanno bisogno di innovazione continua, si investe anche molto nella formazione.

La questione della cessione ad ArcelorMittal pone un problema perché quest’ultima, in quanto multinazionale, ha quasi una ventina di stabilimenti in Europa, di cui alcuni molto simili a quelli di Taranto. La multinazionale può dunque decidere a seconda dell’andamento degli impianti la sua produzione, in maniera flessibile. Ha una posizione di mercato molto forte, la sua produzione addirittura orienta il mercato. Le decisioni vengono prese su un livello su cui il nostro governo non può nemmeno interloquire, intendiamoci: anche Ilva prendeva delle decisioni in modo autonomo, ma per Ilva Taranto era uno stabilimento fondamentale, l’unico che produceva acciaio grezzo, non poteva mai arrivare al punto di chiuderlo. ArcelorMittal invece ne ha diversi, può anche chiudere degli impianti volendo, non è detto che non lo faccia nel prossimo futuro anche con Taranto.

 

La chiusura della fabbrica è un futuro auspicabile?

Non esistono delle stime precise, ma quanto meno se la fabbrica chiudesse, moltissimi lavoratori perderebbero il posto, questo avrebbe un impatto su queste famiglie, diminuendo il loro potere d’acquisto, che avrebbe di conseguenza un impatto forte anche sull’economia locale, già in crisi a causa dell’elevata disoccupazione.

Potrebbe essere problematico anche per l’intero paese, l’Italia si troverebbe senza un’importante industria siderurgica.
Alcuni pensano di poter riconvertire l’Ilva creando nuovi posti di lavoro, in alcuni casi è stato fatto, ad esempio negli USA a Pittsburgh, che era un’importante industria siderurgica che poi si è convertita al settore biomedicale, perché c’erano delle grandi fondazioni come la Carnegie Mellon, che hanno finanziato grandi ospedali. Oggi quella città è completamente diversa, ma è anche vero che nel giro di 20 anni ha dimezzato la sua popolazione. Una città vicina Youngstown, dove non c’è stata la riconversione che c’è stata a Pittsburgh, è una città cosiddetta “groviera”, dove c’è stato un forte spopolamento. Questo potrebbe accadere anche a Taranto, una zona già depressa, dove per avere delle riconversioni lo stato dovrebbe impiegare risorse enormi.

Pensare ad una conversione di Taranto vuol dire infatti pensare ad una conversione dell’intero Paese.

 

ILVA  e Covid-19

Al termine dell’emergenza sanitaria, quando ci si dovrà concentrare sulle strategie di uscita dalla crisi economica, il caso dell’ILVA rischia di essere derubricato nell’agenda politica nazionale? Quanto, a suo parere, questa emergenza influirà sulle future sorti della fabbrica? La sua importanza strategica per il nostro Paese risulterà rafforzata o indebolita?
Con la crisi che si verificherà a causa del Covid-19 sicuramente diminuirà la domanda di autoveicoli e di tutta una serie di beni, dunque una diminuzione della domanda di acciaio, ArcelorMittal dovrà decidere quali stabilimenti mandare avanti e quali fermare. Già adesso uno stabilimento più piccolo di Taranto a Marsiglia potrebbe essere chiuso definitivamente, per cui i sindacalisti sono molto preoccupati. Si parla già del fatto che i 14 altoforni posseduti da Arcelormittal in europa potranno essere dimezzati, per ArcelorMittal non c’è una differenza significativa tra Taranto e altri stabilimenti europei, al massimo può considerare che Taranto è più grande degli altri e potrebbe assorbire anche la produzione di questi, con livelli di efficienza superiori. Attualmente però Taranto non può funzionare al massimo, deve prima risolvere le questioni ambientali. Per cui al momento lo stabilimento di Taranto si trova in una situazione delicata.

Parlando con un sindacalista dell’Ilva ho saputo che attualmente lavorano in azienda circa 4000 persone, che normalmente sono circa 8000; nelle prossime settimane si potrebbe portare il numero a 3000 con altri 1000 lavoratori in cassa integrazione.

Il rischio che ci si dimentichi di Taranto non è così rilevante, data l’eventualità che possa chiudere, penso che il discorso di Taranto tornerà invece alla ribalta. Per la portata che questa produzione ha per l’economia nazionale difficilmente il governo potrà disinteressarsene, anche perché a novembre dovrebbe scadere l’accordo tra ArcelorMittal e il governo, e la multinazionale o confermerà la sua presenza a Taranto o deciderà di disinvestire. Già stiamo vivendo una situazione difficile, il rischio che ci sia un ulteriore ridimensionamento della produzione è presente. Il punto è, come sempre, mettere questa fabbrica nelle condizioni di svolgere le sue attività senza intaccare la salute dei lavoratori e degli abitanti, da questa decisione dipenderà poi tutto il futuro della situazione tarantina.

Chiara, Giulia P e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

 

  1. F. Martinelli “condizioni di lavoro e salute e conoscenze sui problemi della salute dei lavoratori italiani. i metalmeccanici dell’Italsider di taranto”, istituto italiano di medicina, Roma, 1971

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

 

Se hai voglia di approfondire…

leggendo:

“L’acciaio in fumo: L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi”, di Salvatore Romeo, 2019, Donzelli

“Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale”, di Alessandro Leogrande, a cura di Salvatore Romeo, 2018, Feltrinelli

L’ETERNO RITORNO DEL DISUGUALE

L’ETERNO RITORNO DEL DISUGUALE

L’ETERNO RITORNO DEL DISUGUALE 

Durante la scorsa settimana abbiamo iniziato il nostro lavoro di analisi: passando attraverso i vari casi studio, abbiamo visto come la salute sia una condizione multifattoriale, determinata da fattori esterni ed interni. Tali fattori, che definiamo determinanti di salute, vengono descritti nel loro significato e nella relazione che intercorre fra l’uno e l’altro secondo diverse teorie.

Schmidt H. Chronic Disease Prevention and Health Promotion. 2016 Apr 13. In: H. Barrett D, W. Ortmann L, Dawson A, et al., editors. Public Health Ethics: Cases Spanning the Globe [Internet]. Cham (CH): Springer; 2016. Fig. 5.1, [Factors determining health and chronic...].

Schmidt H. Chronic Disease Prevention and Health Promotion. 2016 Apr 13. In: H. Barrett D, W. Ortmann L, Dawson A, et al., editors. Public Health Ethics: Cases Spanning the Globe [Internet]. Cham (CH): Springer; 2016. Fig. 5.1, [Factors determining health and chronic…].

Attraverso il “cipollotto” di Dahlgren e Whitehead (1991), modello più semplice e intuitivo, distinguiamo i determinanti della salute in modificabili (negli “strati” superiori) e immodificabili (negli “strati” più vicini alla persona).

I semicerchi concentrici rivelano una gerarchia di valore tra i diversi determinanti della salute: quelli più esterni, contenenti fattori apparentemente distanti, influiscono invece maggiormente sullo stato di salute dell’individuo. 

Utilizzando questo approccio, risulta quindi evidente che la  salute non è un tema di pertinenza esclusivamente medico-sanitaria, e che sarebbe riconducibile a caratteristiche intrinseche e immodificabili del singolo individuo (sesso, età e fattori costituzionali) solo qualora non vi fossero altri elementi distribuiti in maniera iniqua all’interno della popolazione. 

Ne consegue, inoltre, che politiche e interventi sanitari finalizzati ad azioni selettive, anche se dirette alla fascia più vulnerabile della popolazione, per quanto certamente desiderabili e necessarie, non sono sufficienti per agire a monte, a livello della struttura stessa della società, di cui le disuguaglianze in salute sono un prodotto. Ogni azione politica ha un impatto diretto o indiretto sulle condizioni di salute della popolazione (dichiarazione di Alma-Ata, 1978 (3)).

Il sistema socioeconomico neoliberista non solo non ha come obiettivo il raggiungimento di un dignitoso stato di salute per tutti e tutte, ma anzi tende ad accentuare le differenze fra gruppi e singoli individui.

Un esempio estremo delle conseguenze del sistema è quello dei senzatetto, circa 400.000 persone in Europa e 600.000 negli Stati Uniti (cifre in crescita dall’inizio della recessione conseguente alla crisi economica del 2008). Queste persone costituiscono la fascia con la salute peggiore della società in cui vivono, caratterizzata da abitudini malsane (abuso di alcol e droghe) e da maggiore incidenza di patologie sia acute, in particolare infettive, sia croniche, quali malattie cardiovascolari e demenza. Secondo Fazel et al, in un lavoro del 2014,  un homeless ha un rischio di morte prematura da due a cinque volte più alto rispetto ad un coetaneo maggiormente fortunato.  (4) 

Come evidenziato dall’esempio, in ragione della natura del sistema in cui viviamo, potremmo ricondurre le differenze (i determinanti iniqui) ad un’unica disuguaglianza primigenia: quella economica

Citando Piketty, “in una società basata sul denaro, la disuguaglianza nell’accesso alle risorse economiche (disuguaglianza economica) è la madre di tutte le altre disuguaglianze (nell’accesso alle risorse sociali e naturali). Questo è il motivo per cui nel tipo di società in cui viviamo oggi, parlare di disuguaglianza e disuguaglianza economica è la stessa cosa e spiega perché la maggior parte degli studi analizzano questo tipo di disuguaglianza.” (5)

Altro conto è, invece, capire in base a quali meccanismi ci sentiamo vincolati a questo sistema e perché, nonostante il divario tra classi sia sempre più ampio e percepito, l’ipotesi di un sovvertimento venga considerata dalla maggior parte delle persone utopistica. 

Scopo di questo primo approfondimento è quindi quello di gettare un occhio sull’attuale stato di disuguaglianza economica e su uno dei suoi fattori, l’istruzione

Nei prossimi giorni avremo invece modo di riflettere sui meccanismi che ne permettono la persistenza, grazie all’intervento della Professoressa Volpato, docente di Psicologia sociale presso l’Università Bicocca di Milano e autrice del libro “Le radici psicologiche della disuguaglianza”.

Buona lettura! 

 

  • Di cosa parliamo quando parliamo di disuguaglianza

La ricchezza globale, ai giorni nostri, risulta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: facendo riferimento ai dati del 2019, infatti, l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, detiene più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone (6).

Del restante 99%,  il 46% delle persone vive con meno di  5.50 dollari  al giorno, mentre 902 milioni di persone (13%)  vivono in condizione di povertà assoluta, ovvero con meno di 1,90 dollari al giorno (definizione della Banca Mondiale, 2018).

Ma attenzione: contrariamente a quanto tendiamo a pensare, “vivere con meno di” non significa potersi garantire con quella cifra la sopravvivenza. Ne è dimostrazione il fatto che, nei paesi ricchi, il consumatore medio spende meno del 10% dei suoi introiti per il cibo (anche se i poveri possono arrivare a spendere il 30%), mentre nei paesi in via di sviluppo, più di due miliardi di persone spendono per il cibo tra il 50 e l’80% del loro guadagno. Un aumento anche modesto dei prezzi dei generi alimentari, conseguente a variazioni del mercato internazionale, quindi in grandissima parte subordinate agli interessi dell’Occidente, li condanna dunque alla fame (7).  

Sottolineiamo che  secondo l’Unione europea, per povertà si intende vivere con un reddito inferiore al 60% del reddito medio del paese di appartenenza: condizione socio-economica che include, quindi,  non solo i disoccupati, ma anche coloro che hanno occupazioni parziali e precarie (occupazioni quanto mai frequenti e diffuse nella società post-moderna), oppure, più semplicemente, occupazioni a basso reddito.

 

 

Queste disuguaglianze non sono costanti nel tempo, né connaturate all’esistenza stessa della società, ma frutto di strutture sociali che hanno un’origine temporale (prima non c’erano, poi sì) e un’evoluzione. Quest’ultima, tuttavia, nei cambiamenti  anche radicali, epocali, della storia, si esplica, in maniera singolare, come consolidamento della struttura precedente alla crisi, in una sorta di eterno ritorno dell’uguale disuguale.

La società disuguale nasce, antropologicamente parlando, circa 15.000 anni fa,  dal momento in cui da cacciatori-raccoglitori siamo diventati agricoltori: con una sempre più forte divisione del lavoro e con l’insorgere della possibilità di accumulare cibo, si sono affacciate distinzioni sociali, gerarchie e indebolimento del valore dell’uguaglianza.

Dal quel primo momento, alla rivoluzione industriale, fino ad oggi, e nonostante il processo di modernizzazione e di diffusione di sistemi politici democratici, la società occidentale (con la globalizzazione, massimamente colonizzatrice (8)) si è mantenuta disuguale. 

Le crisi di sistema attraverso cui siamo passati, non sono arrivate a portare ad un sovvertimento dello schema sociale che ha visto esistere nobili e plebei, liberi e schiavi, miliardari e poveracci. 

Non hanno portato ad un’evoluzione della nostra dimensione sociale.

L’analisi storica della distribuzione economica dimostra, nella fattispecie, come i momenti di difficoltà appianino inizialmente le disparità presenti in una società; come, tuttavia, in seguito, lo schema tenda a reiterarsi.  Sia negli anni successivi alla prima guerra mondiale sia in quelli successivi alla più recente crisi finanziaria del 2008, la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è nuovamente aumentata. 

I miliardari del pianeta dal 2009 ad oggi sono raddoppiati, passando da 793 a 1645. (9)

Mappa della ricchezza mondiale in dollari – World wealth map 2019 (Global wealth report 2019, Credit Suisse)

 

  • Disuguaglianza in Italia: breve analisi della realtà nazionale 

In Italia il 10% più ricco possiede oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. La quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani supera quanto detenuto dal 70% più povero sotto il profilo patrimoniale.

Secondo i dati ISTAT del 2018 (10), sono 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale), fra cui 1 milione e 260 mila minori. 

Fra coloro che vivono in questa condizione sono più rappresentati gli stranieri (un milione e 500 mila) e l’incidenza si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno, dove risiede il maggior numero di poveri (due milioni e 350mila, 46,7%).

Le famiglie in condizioni di povertà relativa nel 2018 sono poco più di 3 milioni (11,8%), quasi 9 milioni di persone (15,0% del totale). 

Sempre secondo quanto riportato dall’ISTAT, istruzione e livelli occupazionali migliori proteggono le famiglie dalla povertà, vale a dire, la diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio. Associata al titolo di studio, infatti, è la condizione professionale e la posizione nella professione della persona di riferimento.

Nel grafico si riportano incidenza di povertà assoluta e relativa stratificate secondo la posizione professionale. 

* rel. a povertà assoluta disoccupato/a, si riportano l’incidenza relativa all’intero Paese. Si consideri che nel Mezzogiorno l’incidenza aumenta al 45,6%. ** rel alla terza categoria, si riporta quanto segue: “se dirigente o impiegato, la famiglia è meno a rischio di povertà assoluta, con l’incidenza che si attesta intorno all’1,5%. […] la povertà relativa, tra le famiglie in cui la persona di riferimento è lavoratore indipendente in posizione diversa da imprenditore o libero professionista è pari al 9,2%, in riduzione rispetto al 2017 (11,6%).”

  • Le scelte della scuola: storia recente di un fattore di disuguaglianza 

Come avremo modo di approfondire con la Dottoressa Volpato, la relazione fra istruzione, titolo professionale e reddito potrebbe apparirci sensata, siccome partiamo dal presupposto che l’unica prerogativa per raggiungere un dato livello culturale sia l’impegno personale.

E’ quindi idea comune che si abbia, di fatto, un equo accesso allo studio e che, in definitiva, la società in cui viviamo garantisca possibilità di posizionamento sociale unicamente vincolate al merito personale.

Tale idea non trova un corrispettivo nella realtà, come dimostrano i dati relativi alla mobilità sociale nel nostro Paese. Citando il rapporto “Davos 2020” di Oxfam Italia (5), “l’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato (n.d.r.: a prescindere dalle potenzialità personali!) a rimanere fermo al piano più basso (…), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale”.  

Va sottolineato che l’istruzione, insieme alla sanità pubblica, rappresenta l’ambito in cui sono stati fatti più tagli in termini di finanziamento negli ultimi venti/trent’anni, anche a prescindere dalle politiche di austerità successive alla crisi del 2008. Nella fattispecie, i tagli sono stati avviati attraverso varie forme di razionalizzazione, disinvestimento, riduzione del personale, precarizzazione dello stesso e tramite l’esternalizzazione e privatizzazione dei servizi.  Nella scuola la riduzione della spesa è divenuta più consistente dal 2008 con la Riforma Gelmini, che riguardava tutti i gradi di istruzione, compresa l’Università e la ricerca. 

Complessivamente, secondo quanto riportato dal report del 2019, l’Italia spende circa il 3,6% del suo PIL per l’istruzione, dalla scuola primaria all’università, una quota inferiore alla media OCSE (5%) e uno dei livelli più bassi di spesa tra i Paesi dell’OCSE.

Il nostro Paese registra la terza quota più elevata di giovani che non lavora, non studia e non frequenta un corso di formazione (NEET) tra i Paesi dell’OCSE: il 28,9% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni è NEET, rispetto alla media OCSE del 14%.(11)

Relativamente alla formazione terziaria, negli ultimi dieci anni le tasse universitarie sono aumentate, nel nostro Paese, del 60%, rendendolo tra i più cari d’Europa con l’Olanda e dopo il Regno Unito e la Lettonia. 

Parlando in termini qualitativi anziché quantitativi, dalla metà degli anni ‘90 e definitivamente con il passaggio epocale 2000/2001, si è avviato un percorso di smantellamento della scuola di massa, considerati i suoi costi nell’ambito di un Welfare “pesante”. Confindustria a livello europeo detta agli Stati un percorso di snellimento, di valorizzazione dell’extrascuola e, di fatto, di privatizzazione della scuola che, in nome di una più attenta personalizzazione dei percorsi individuali di studio, ognuno secondo i propri talenti, narra di una scuola di massa che al contrario omologa le intelligenze, non rispetta le legittime e diverse  prerogative familiari, non sviluppa le competenze e la flessibilità richiesta dal mondo del lavoro e che quindi deve essere superata.

La pedagogia più aggiornata valorizza l’individuo, i suoi bisogni di inserimento sociale e lavorativo con percorsi professionali o precocemente professionalizzanti, fino ai progetti di Alternanza scuola-lavoro che inducono, soprattutto se malintesi, ad un precoce e spesso improprio orientamento al lavoro non qualificato. La personalizzazione pedagogica dei percorsi formativi, peraltro praticata sempre più fin dalla scuola primaria, favorisce differenze, certamente individuali, ma anche e soprattutto sociali se si considera che tutti gli studi più avanzati in campo psicologico e delle neuroscienze evidenziano la matrice relazionale e sociale delle capacità via via sviluppate dai bambini.

A partire da una base di disuguaglianza, la scuola pubblica italiana, fortemente ridimensionata nelle sue risorse economiche e culturali, in nome della pedagogia della personalizzazione e delle competenze, finisce per perdere la funzione attribuitale dalla Costituzione di strumento di compensazione delle disuguaglianze sociali e smette di costituire l’ascensore sociale che aveva invece garantito la mobilità sociale verso l’alto degli ultimi decenni del ‘900.

 

A questo punto sorge spontanea una domanda: 

Se avere una buona salute, intesa secondo la definizione dell’OMS come fisica, psichica e sociale, è un obiettivo di tutti e per tutti, e, il sistema socioeconomico in cui viviamo non lo garantisce alla maggior parte delle persone, perché continua ad essere così?

 

Giulia G e il Comitato Scientifico LabBlog 2020

Se hai qualche curiosità o vuoi farci qualche domanda, scrivi a labmond@sism.org, ci farebbe piacere sapere che ne pensi!

Fonti

  1. Volpato, C. (2019). Le radici psicologiche della disuguaglianza. Bari, Italia: Laterza.
  2. Aillon, J., Bessone, M., & Bodini, C. (2019). Un nuovo mo(n)do per fare salute. Le proposte della Rete Sostenibilità e Salute. Torino, Italia: CELID. 
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